SOCIETÁ: LE PAROLE PER DIRLA (PARTE 7)

di NICOLA PORRO ♦

PARTE 7: ANCORA IL POTERE: COME FUNZIONA, COME CAMBIA

Legittimità e narrazione

Nessun potere potrebbe esistere senza una giustificazione e senza una narrazione. Al cuore dei temi della legittimità e del racconto del potere si collocano dunque (i) la questione della democrazia, ovvero come il potere si concentra, si ridistribuisce e viene regolato dalle istituzioni; (ii) quella rappresentazione che il potere fornisce della propria legittimazione che chiamiamo ideologia.

Entrambe le questioni possono essere analizzate come risposte ai processi di trasformazione che interessano i sistemi politici. Fra la fine del XX secolo e le prime decadi del XXI, il collasso dell’ordine geopolitico della Guerra fredda, la globalizzazione in tutti i suoi aspetti – movimenti migratori di massa, finanziarizzazione dell’economia, rivoluzione comunicativa associata al digitale e ai nuovi media – e il declino dei modelli di azione e organizzazione politica del Novecento, hanno disegnato un panorama inedito del potere e della rappresentanza sociale. Ciò ha costretto anche le scienze sociali a misurarsi con problemi inediti aggiornando strumenti di osservazione e chiavi interpretative.

Ridefinire il concetto di democrazia ha significato passare dalla nozione weberiana di potere come “capacità di far fare ad altri ciò che non farebbero spontaneamente” a una definizione più sofisticata delle risorse strategiche che tipi differenti di potere tendono a monopolizzare. Del resto, già Gerhard E. Lenski (1924-2015) negli anni Sessanta e Jeffrey Pfeffer (n. 1946) negli Ottanta avevano privilegiato una rappresentazione del potere basata sui meccanismi che presiedono alla distribuzione più o meno equa di tali risorse. La nozione di risorse strategiche non è per niente astratta. Riguarda, per esempio, l’accesso da parte di Stati, autorità sovranazionali o grandi compagnie imprenditoriali, a beni necessari alla sopravvivenza di intere comunità, come l’acqua e l’energia. Anche la possibilità di controllare i media con finalità di controllo del consenso appartiene a questa categoria. L’informazione, il patrimonio culturale e l’ambiente sono altrettanti beni comuni la cui gestione pone questioni delicatissime e complesse. È per questo che alle dispute teoriche sulla nozione di potere si è venuta sostituendo via via una sua rappresentazione fattuale che fa discendere il concetto dall’esame del suo funzionamento concreto anziché viceversa. Si sono anche delineati nuovi scenari. Negli anni Settanta Bachrach e Baratz (1970) e poi Lukes (1974) avevano attirato l’attenzione sul potere per omissione. Uno dei poteri del potere – sostenevano – è infatti quello di non esercitare il potere. La rendita parassitaria può avere interesse a scoraggiare un’avanzata regolazione pubblica dell’economia. Autorità corrotte possono sviluppare una resistenza passiva a pratiche moralizzatrici dei comportamenti amministrativi. Il mantenimento del consenso può indurre a rinviare provvedimenti impopolari ma necessari.

Joseph Nye (n. 1937), studioso delle relazioni internazionali, coniò nel 1990 la formula del soft power, che avrebbe ripreso e aggiornato nel 2004 applicandola all’ordine politico internazionale indotto dalla globalizzazione. Indagando le strategie di composizione dei conflitti provocati dalla distribuzione delle risorse, constatò come il cosiddetto potere seduttivo, che predilige il convincimento paziente e amichevole alla minaccia della forza, pervenisse quasi sempre a esiti migliori e a risultati più duraturi. Queste ricerche, investigando le infinite fenomenologie del potere nel tempo della globalizzazione, hanno dato un grande impulso alla collaborazione e contaminazione di paradigmi scientifici nella direzione dell’interdisciplinarità. La sociologia ha assunto così sempre di più il profilo di una scienza delle connessioni, aperta all’interazione con molteplici altre competenze di matrice politologica, storica, psicologica, economica, antropologica, statistico-demografica ecc.

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Fra decisione e deliberazione 

Il dibattito scientifico sulla concentrazione e diffusione del potere si è inevitabilmente sovrapposto a quello, più esplicitamente politico, sulla sua titolarità e sulle sue modalità di esercizio. Già nel 1975 la Commissione Trilaterale, ispirata alle idee dal politologo statunitense Samuel Huntington (1927-2008), aveva denunciato il rischio di una paralisi progressiva della democrazia per effetto di un sovraccarico (overloading) di domande sociali che nessun regime politico sarebbe stato in grado di soddisfare. Questa analisi, in sintonia con le riflessioni sullo Stato del benessere sviluppate in Germania fra gli Ottanta e i Novanta dal sociologo conservatore Niklas Luhmann (1927-1998), contribuirà a inserire nell’agenda politica di molti Paesi (Italia compresa) il tema della “governabilità”. Essa si sarebbe dovuta realizzare rafforzando gli esecutivi, comprimendo il Welfare e isolando i movimenti di contestazione. L’”eccesso di democrazia” e un’intensa partecipazione civica potevano, secondo questi autori, generare instabilità politica, mentre il mercato non può che giovarsi di consumatori attivi che stimolano un’offerta concorrenziale. In politica, perciò, un certo grado di apatia segnalerebbe una sostanziale soddisfazione dell’opinione pubblica. A questa visione si oppose subito e veementemente quella chiamata della democrazia deliberativa, identificabile nel pensiero di Jürgen Habermas (n. 1929), ultimo esponente della teoria critica della Scuola di Francoforte. Per il sociologo tedesco la capacità di decidere non è minacciata dall’esercizio della democrazia e dallo Stato sociale, il processo decisionale non va ridotto a procedura e il potere deliberativo che appartiene al popolo non cessa con l’esercizio periodico del voto e non si limita ad esso. Una decisione autenticamente democratica è per Habermas sempre il prodotto del coinvolgimento di una pluralità di attori sociali e politici. Combattere l’apatia non significa dunque produrre instabilità bensì rendere più ampio e profondo il consenso e quindi accrescere la legittimità del sistema.

Anche in questo caso, il tema dibattuto dagli studiosi si sarebbe calato presto nella concreta attualità politico-istituzionale, a cominciare dall’Europa comunitaria. L’intera impalcatura dell’Unione Europea discende infatti da princìpi di democrazia deliberativa e di sussidiarietà. Quest’ultima prevede che le istituzioni sovraordinate intervengano – l’Unione rispetto agli Stati, gli Stati rispetto agli ordinamenti locali ecc. – se quelle sottostanti non sono in grado di soddisfare specifiche domande sociali, senza però inficiarne titolarità e legittimità. Un equilibrio delicato e complesso messo in crisi prima dall’allargamento della Comunità ai Paesi postcomunisti, poi dalla crisi economico-finanziaria del 2007-2008 e infine dall’insorgere di questioni divisive (immigrazione, regolazione monetaria e di bilancio, politiche di difesa ecc.) che nel decennio successivo hanno alimentato delegittimazione politica e insorgenze populistiche. Alla stagione delle politiche sociali sovranazionali e dei trattati costituzionali hanno fatto seguito un progressivo ripiegamento della solidarietà fra Stati membri e campagne anti-europeistiche che hanno condotto al Brexit (2016) e alla costituzione di governi nazionali restii a sottoporsi ai vincoli imposti dalle regole della deliberazione (accoglienza, oneri fiscali). L’aspirazione a recuperare agli Stati nazione quote di sovranità, cioè poteri decisionali autonomi più ampi, si è andata traducendo nel ritorno alla diplomazia debole dei trattati inter-governativi rispetto a quella forte dell’azione comunitaria condivisa.

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Le risorse strategiche

Anche Anthony Giddens, interrogandosi sulla categoria di potere nella “seconda modernità”, ha insistito sulla capacità degli attori che lo detengono di trasformare e mobilitare sia risorse materiali – come l’accesso al lavoro, la distribuzione della ricchezza, il welfare – che chiama allocative, sia risorse di tipo simbolico (autoritative) che riguardano soprattutto la vasta e controversa tematica dei diritti civili, del loro ampliamento e della loro regolazione in rapporto ai mutamenti culturali e sociali. Dal suo punto di vista, insomma, la democrazia va pensata come un equo sistema di distribuzione del potere e di contrasto alle disuguaglianze che ne generano una distribuzione asimmetrica.  Ad essa non concorrono tuttavia solo le appartenenze di classe strettamente intese, da cui pure dipendono la forma della stratificazione sociale e l’efficacia della mobilità. Non è infatti venuta meno l’influenza sociale di fattori ascritti o identitari come genere, razza ed etnia, appartenenza religiosa.

Le stesse conclamate asimmetrie di potere impongono però qualche distinzione. Il dominio esercitato da una comunità etnica, per esempio, non è sempre associato alla forza demografica. Nel caso dell’apartheid sudafricano, l’etnia bianca egemone rappresentava addirittura una piccola minoranza della popolazione totale. Il razzismo, del resto, si caratterizza per avere istituito relazioni di potere in base a una fittizia costruzione sociale (l’esistenza di razze e di gerarchie “naturali” fra di esse), priva di qualunque fondamento di ordine storico o biologico. Questa costruzione sociale appartiene alla sfera delle ideologie che servono a giustificare l’illegittima perpetuazione nel tempo della discriminazione ai danni di intere comunità. La nozione di etnia rimanda invece a una tradizione culturale, anch’essa tuttavia esposta a pregiudizi, discriminazioni e stereotipi che alimentano il fenomeno della xenofobia. L’etnocentrismo costituisce il primo anello della catena della discriminazione che crea disparità di accesso al potere per interi gruppi umani. Etnocentismo, razzismo e xenofobia possono generare forme gravissime di persecuzione e violenza collettiva: genocidio, diaspora, schiavitù, segregazione de jure o de facto. Ancora nel Novecento si sono consumate immense tragedie collettive ai danni di milioni di esseri umani. È il caso dell’Olocausto, dello sterminio armeno, della persecuzione dei contadini ucraini (Holodomor) e poi degli eccidi perpetrati in Cambogia, in Ruanda e in Bosnia negli ultimi decenni del Novecento.

Anche la divisione del lavoro ispirata a differenze di genere rimane un fattore di discriminazione persino in società culturalmente emancipate. Dove i maschi monopolizzano il potere decisionale permane una forma di patriarcato, spesso giustificato con versioni aggiornate, ma sempre obiettivamente discriminatorie, della tradizionale teoria delle sfere separate (pubblico/privato). Nell’Italia contemporanea, ad esempio, le donne sono mediamente più istruite degli uomini, ma meno favorite nell’accesso al lavoro. Solo nei primi decenni del Duemila, anche grazie a controversi meccanismi legislativi, l’Italia ha conosciuto l’accesso delle donne a significative responsabilità politiche e istituzionali. Il sessismo può costituire anch’esso una manifestazione ideologica che si produce attraverso il processo di attribuzione stereotipica di ruoli, denominato gendering. I tratti convenzionalmente associati alla mascolinità e alla femminilità, come si è visto a proposito dei ruoli, quando vengono giudicati naturali divengono immodificabili e concorrono a riprodurre forme di discriminazione.

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Asimmetrie del potere e mobilitazione della menzogna

Proprietà, potere decisionale e competenza non vanno confusi e omologati. In effetti, essi hanno costituito un’unità omogenea soltanto nell’Europa del primo capitalismo, pur dando vita a fenomeni di ibridazione delle élite come quelli studiati da Wright Mills negli Usa a metà del Novecento. Il filosofo ed economista indiano Amartya Sen (n. 1933), osservando forma e composizione del potere nella tarda modernità, ha mostrato convincentemente come le classi sociali contemporanee siano diverse dalle antiche caste ma allo stesso tempo non riducibili alle pure categorie di reddito o di proprietà. Nel tempo delle società postindustriali – molto diverse da quelle indagate da Marx oltre un secolo prima ma ancora fortemente disuguali – le classi competono soprattutto per strappare quote di molteplici risorse strategiche. Fra queste figura ancora, marxianamente, la proprietà dei mezzi di produzione e di scambio, ma anche e sempre di più – come si è visto – il potenziale decisionale, la competenza o il possesso di skill professionali. In breve: tutto quanto produce differenti gradi di autonomia fra attori individuali e sociali in competizione. Un esempio perfetto è rappresentato dal gigantesco potere di influenza e controllo esercitato dai grandi network digitali. Essi non producono materialmente nulla, a differenza dell’industria manifatturiera tradizionale. Traggono però profitti infinitamente maggiori, e di più difficile controllo pubblico, dalla possibilità di accedere alla mole sterminata di dati che riguardano consumi, preferenze, orientamenti, tipologia, estensione e intensità delle relazioni sociali e personali di ciascuno di noi. Potere, ricchezza e controllo sono così strettamente intrecciati da indurre Sen a identificare la democrazia con ciò che chiama capacitazione, ovvero la combinazione di socializzazione delle conoscenze e di tutela delle identità. Non una mera questione di privacy, bensì una pratica politica e una legislazione giuridica adatte alla tarda modernità, che sia in grado di regolare e limitare il potere, ma anche di utilizzarne la legittimazione per efficaci politiche pubbliche di redistribuzione delle risorse e delle opportunità.

Abbiamo visto sopra come quelle che Giddens chiama risorse autoritative vadano orientate al contrasto di pregiudizi e discriminazioni vecchi e nuovi. Nel tempo della comunicazione digitale e dell’egemonia dei grandi network, si sono venute però affacciando questioni inedite e politicamente sensibili. È il caso di quella elaborazione mediatica del risentimento che sembra essersi insediata nel sistema della comunicazione sociale postmoderna. Alle stagioni del ciclo di protesta, che avevano scandito attraverso mobilitazioni di massa (il ’68, il ’77, le campagne per i diritti e contro la cattiva globalizzazione a cavallo fra XX e XXI secolo), si è venuta sostituendo una fenomenologia inedita. Essa non ha luoghi di aggregazioni materiale ma si sviluppa nei territori sconfinati della rete, assurta a simbolo di una comunicazione politica disintermediata, ovvero priva di qualunque mediazione fra chi lancia il messaggio (emittente) e chi lo riceve (ricevente). Solo con le insorgenze neopopulistiche (ma anche questa formula richiederebbe distinzioni e approfondimenti) della seconda decade del Duemila sono emersi i possibili rischi e la sicura ambiguità del fenomeno.

Esemplare per una riflessione sul potere come oggetto contendibile fra attori in competizione è il caso della mobilitazione della menzogna. La facilità con cui notizie o informazioni completamente inventate o strumentalmente manipolate possono essere fatte circolare nell’universo sconfinato delle reti telematiche consente di alterare la rappresentazione e la percezione sociale dei fenomeni influendo su orientamenti elettorali o sentimenti di massa. Ricerche attendibili condotte nei maggiori Paesi europei hanno mostrato, ad esempio, come la grande maggioranza degli intervistati che si dichiaravano ostili all’accoglienza dei migranti fornissero una stima assolutamente errata per eccesso delle dimensioni demografiche del fenomeno. Le loro principali o esclusive fonti d’informazione risultavano essere proprio i siti Internet e il passaparola a opera di attivisti xenofobi.  Questo tipo di comunicazione prescinde infatti da ogni mediazione fra emittente e ricevente, impedendo o rendendo inefficace qualunque tentativo di correzione e rettifica. È perciò particolarmente adatta alla diffusione di messaggi semplificati e aggressivi che si indirizzano a un pubblico indifferenziato, per lo più povero di anticorpi culturali e invece ben disposto a ricevere “dalla rete” conferma a convinzioni prodotte da paure o stereotipi.

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La democrazia del pubblico

La comunicazione basata sul rapporto diretto fra leader e destinatari può essere indagata come una variante e un aggiornamento di quella democrazia del pubblico analizzata per la prima volta nel 1997 dal politologo francese Bernard Manin (n. 1951). Occupandosi dei media del Novecento, anche alla luce delle vicende italiane – il filosofo Paul Virilio aveva descritto il successo di Silvio Berlusconi nelle elezioni politiche del 1994 come il primo “colpo di stato mediatico della modernità” -, Manin ne studia la relazione con il declino delle vecchie identità collettive e dei partiti di massa. La fascinazione diretta esercitata dalla figura del capo comunicatore, insieme all’impiego su ampia scala del marketing politico e della sondaggistica, avrebbero alimentato – in cittadini trasformati in audience televisiva – l’illusione di una forma di rappresentanza democratica basata sulla comunicazione diretta con il leader. Lo sguardo di Manin spazia dall’Atene di Pericle alla fine del XX secolo, trasmettendoci l’idea di una traiettoria di lungo periodo che si condensa in contesti e momenti di forte criticità politica. L’Italia di Berlusconi, perciò, non avrebbe rappresentato un’anomalia sostanziale, bensì l’anticipazione di tendenze che – al netto dello stile istrionico, della narrazione narcisistica della leadership e degli stilemi mutuati dalla pubblicità commerciale – avremmo ritrovato nel decennio successivo in diversi politici professionali. Dinamiche di metamorfosi della politica che, venti anni dopo, avrebbero trovato clamorosa espressione nelle fortune elettorali di un altro magnate politicamente outsider come l’americano Donald Trump. Questa vicenda, però si differenzia dalla fenomenologia tutta televisiva del berlusconismo per essere prevalentemente giocata nel circuito dei social network telematici, pronti a farsi strumento e luogo di elezione del cosiddetto populismo carismatico. Per Manin, tuttavia, la “democrazia del pubblico” non annuncia necessariamente la fine della democrazia, bensì piuttosto un riaffiorare di quella personalizzazione del potere incarnata dai grandi leader carismatici (come il Gladstone studiato da Weber), ma già visibile nelle democrazie parlamentari dei notabili fra Settecento e Ottocento. Non paradossalmente, la ricerca di Manin sul futuro della democrazia lo conduce a ritornare alla questione posta quasi tre secoli prima dallo “spirito delle leggi” di Montesquieu (1689-1755). L’equilibrio dei poteri, che agli albori delle democrazie parlamentari interessava la relazione fra governo (potere esecutivo), rappresentanza elettiva (potere legislativo) e magistratura (potere giudiziario), nelle società postmoderne coinvolge direttamente l’opinione pubblica e le pratiche comunicative. Come aveva intuito Marshall McLuhan (1911-1980), il “medium è il messaggio”. Sono gli strumenti della comunicazione a trasformare il discorso pubblico grazie alle capacità di impiego (inclusa la mobilitazione della menzogna) consentite, con variabile efficacia e diversa estensione, da nuove e più potenti tecnologie. Vale per l’uso della radiofonia da parte dei dittatori fra le due guerre, ma ne rinveniamo la logica nel ricorso al mezzo televisivo pianificato da Berlusconi e già presente in altri leader del Novecento, compreso John Kennedy. L’uso pervasivo e talvolta irresponsabile dei social network disintermediati configura però, come vedremo, un sistema altrettanto segnato dall’ideologia di quelli che lo hanno preceduto.

NICOLA PORRO