QUEL SESSANTASEI CHE FU QUASI UN SESSANTOTTO

di NICOLA PORRO 

Sono trascorsi cinquant’anni da quel 1966. Non fu un anno come tanti. Vide una drammatica escalation della guerra indocinese, in Unione sovietica andò al potere Breznev, dalla Cina arrivò il Libretto rosso di Mao. Fu anche l’anno dello shake, di Star Trek, del trionfo dei Beatles.

Per l’Italia il 1966 si aprì tragicamente. Il 28 gennaio, nel rogo di un aereo precipitato in fase di atterraggio all’aeroporto di Brema, in Germania, morirono quarantasei persone. Fra queste, sette dei migliori nuotatori italiani diretti a un torneo internazionale, con il loro allenatore e un noto giornalista. La più grande tragedia dello sport italiano dopo Superga.

L’anno orribile si sarebbe chiuso a novembre, quando Firenze fu sommersa dall’alluvione dell’Arno. A fine aprile uno studente di sinistra, Paolo Rossi, era precipitato in circostanze mai chiarite da una gradinata all’Università di Roma mentre infuriava un assalto fascista. In quegli stessi mesi don Milani veniva incriminato per aver difeso il diritto all’obiezione di coscienza e  Dario Fo era cacciato dalla televisione di Stato. Esplodeva il caso Zanzara: tre studenti del Liceo Parini di Milano denunciati per aver pubblicato sul giornalino d’istituto un’inchiesta sugli adolescenti e la sessualità che oggi comparirebbe senza censure su Famiglia cristiana. Spirava un vento gelido di restaurazione culturale. A deprimere l’immaginario collettivo degli italiani concorse non poco l’umiliante sconfitta della nazionale di calcio, subita ai Mondiali d’Inghilterra a opera dei carneadi nordcoreani.

La nostra cittadina rifletteva, con un po’ di sonnolenza, le vicende e le inquietudini di quei mesi. Noi liceali, però, possedevamo almeno un rassicurante baricentro: il Guglielmotti, il “nostro” Liceo classico. Nel 2016, qualche mese fa, ha festeggiato gli ottant’anni come un anziano ben portante. Allora era un giovanotto trentenne, riconosciuto come una delle poche istituzioni culturali della città. Anche per il Guglielmotti il ’66 non fu un anno come tanti. Scomparve, poco più che cinquantenne, il popolarissimo professore di Storia e Filosofia della sezione A, Saverio Trincia. Poche settimane prima era stato fra i nostri accompagnatori in una storica gita di fine anno in Sicilia (devo la foto di copertina all’amico Massimo Mecozzi), che – violando un’antica consuetudine – aveva coinvolto per la prima volta una delegazione di studenti delle seconde. Il classico, peraltro, non era più soltanto il classico: sotto la guida autorevole (e un po’ autoritaria) del preside Agostino Masaracchia si andava costituendo, come filiazione del vecchio Guglielmotti, il Liceo scientifico. Noi del penultimo anno, liberi dall’incubo maturità e forse più intraprendenti dei colleghi di terza liceo, avevamo dato vita alla Tarantola, un giornalino a cadenza più o meno mensile la cui titolazione sarebbe cambiata ogni volta per aggirare le norme del tempo sulle pubblicazioni periodiche. Presto anche i pivellini dello Scientifico provarono a imitarci e fu guerra…

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Sotto la superficie covava un fermento inedito, un bisogno di protagonismo che stentava a trovare le parole. L’afasia si sarebbe trasformata in logorrea in capo a un anno o poco più con il prodursi di un’ancora generica identificazione con i sorgenti movimenti studenteschi. Della vita universitaria avevamo una rappresentazione distante e sfocata. Però gli incidenti della primavera a Lettere, culminati con la morte violenta di Rossi e la prima occupazione dell’Università di Roma – allora ancora Studium Urbis –, ebbero già una certa eco fra noi. All’improvviso il modello culturale della goliardia, con i suoi riti di iniziazione a misura di un’università piccola piccola e socialmente selettiva, ci apparve vacuo e per niente attrattivo. A difenderlo, nel tempo incipiente dell’università di massa, erano rimasti i nostalgici di un sistema in rapida metamorfosi. Gli appartenenti a quei ceti piccolo borghesi della provincia ancora ingenuamente convinti che un rampollo all’università costituisse un simbolo di promozione sociale per l’intera famiglia. L’esistenza stessa di università di massa veniva percepita come una minaccia allo status appena conquistato. L’allestimento dell’intramontabile festa della matricola a opera dell’associazione goliardica locale – rito di conferma dello status quo – avrebbe fornito un paio di ani dopo il pretesto per una prima resa dei conti che dava evidenza a un’inedita opposizione noi-loro. La disfida si consumò in assemblee verbalmente infuocate e in qualche (involontariamente) esilarante corsivo sulla stampa locale. Ebbe anche un felliniano epilogo calcistico, disputato sotto la pioggia in quel di Campo dell’oro contendendo il terreno di gara a una dozzina di pacifici bovini. I quali, solidali con le lotte studentesche, ci permisero di strappare un insperato pareggio disturbando con qualche strategico sconfinamento a centrocampo l’azione degli attaccanti avversari al soldo della borghesia.

In Italia e in Europa l’universo giovanile dava vita a forme di mobilitazione, non necessariamente politica, che annunciavano una metamorfosi incipiente. Gli angeli del fango accorsi a Firenze, in quel livido novembre del ‘66, a salvare il patrimonio artistico della città abitavano già un paesaggio antropologico nuovo. Non per via dei capelli lunghi o dei jeans consumati e nemmeno per l’appartenenza di una parte di loro alle prime organizzazioni pacifiste e antimperialistiche. Quello che spirava era un vento nuovo, un mood, che annunciava il fatidico ‘68. Noi del giornalino liceale, autoreclusi nel nostro cantuccio di riverente anticonformismo, non osammo al tempo andare oltre una timida manifestazione di solidarietà ai redattori della Zanzara.

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Come classico effetto di ritorno delle repressioni, soprattutto quando sono idiote, si era però insinuato un primo acerbo embrione di appartenenza a un movimento in gestazione. A Roma e dintorni – ma l’epicentro delle mobilitazioni di protesta si sarebbe presto spostato a Pisa, Torino e Trento – il ’68 cominciò con due anni di anticipo. L’alfabetizzazione democratica, a noi della sezione A, l’aveva fornita il professor Trincia. Era stato il primo a spiegarci che la democrazia non è data una volta per tutte, ma è una conquista da difendere giorno per giorno con gli strumenti dell’intelligenza critica, con l’attenzione ai segni del presente e, se del caso, con le lotte. Quello che Renan avrebbe definito il “plebiscito quotidiano” era il solo antidoto al rischio del fascismo di ritorno. Una delle ultime lezioni del nostro professore fu dedicata a farci ascoltare la registrazione del discorso tenuto alla Costituente da Piero Calamandrei. Piacque a tutti. Certamente a quelli cui offriva l’insperata opportunità di evitare le insidie di un’interrogazione sull’Etica di Spinoza o la Pace di Westfalia. Ma soprattutto a quelli di noi che in quelle parole frementi, in quella registrazione gracchiante, in quel marcato accento toscano, riuscirono a cogliere un messaggio diretto alla nostra generazione. Un testimone che gli uomini della Resistenza ci consegnavano senza che avessimo fatto nulla per meritarlo.

Quella specie di pastorale laica a prima vista influì ben poco sulle più radicali opzioni politiche che molti di noi, nello spirito del tempo, avrebbero maturato negli anni successivi. Altri scenari, altri linguaggi, altre bandiere. Eppure, in qualche modo, quella lezione si era sedimentata in noi convincendoci non solo che la libertà è un bene fragile e prezioso ma che occorre aggiornarne continuamente gli strumenti. Il nostro professore ci aveva spiegato le cose con chiarezza e onestà intellettuale. La Storia, la Filosofia e le Scienze sociali servono a mettere in fila le domande giuste. È illusorio e improprio aspettare da loro risposte di pronto impiego per comprendere e cambiare i nostri tempi. La Storia non è mai stata maestra di vita. La Filosofia non dispensa verità né ricette per la felicità. Le Scienze sociali ci offrono chiavi di lettura della complessità, non strumenti fai da te per governarla. Sono scialuppe di salvataggio per non naufragare in quell’ “infinità priva di senso” che già ai primi del Novecento Max Weber aveva identificato come il rischio e la sfida della modernità. Certo: Weber era un depresso cronico e una personalità poco incline a cercare conforto o rifugio in una fede o in un’ideologia. Di quell’anno germinale che fu 1966 conservo tuttavia la memoria di una specie di spaesamento felice. Al nostro adolescenziale bisogno di socialità cominciavano a non bastare più la comunità scolastica, un po’ di sport, i piccoli riti di passaggio all’età adulta e nemmeno i primi ancora castissimi amori. C’era una specie di inespressa domanda di senso che attendeva di essere colta. Serviva un Virgilio al nostro desiderio di peregrinare.

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Lo trovammo in un’altra figura di educatore, di pochi anni maggiore di noi. Era in possesso di una salda cultura umanistica che tuttavia sapeva già misurarsi con contributi intellettuali più estesi, variegati e indisciplinati di quelli che ci aveva consegnato la formazione scolastica. Il nostro mentore si chiamava Andrea Barbaranelli, era agli inizi del suo insegnamento al Guglielmotti e amava molto il teatro. Ci contagiò in fretta e i più coraggiosi di noi furono reclutati per un’impresa in cui ci tuffammo con spensierata incoscienza. Ci impadronimmo di una vecchia sala teatrale dismessa e in capo a qualche mese di prove mettemmo in scena niente meno che la Pace di Aristofane. Il debutto fu in un grande salone parrocchiale, la sala Buonarroti. Su un palco c’eravamo noi, una piccola folla di attori improvvisati chiamati al battesimo del fuoco davanti a una platea foltissima. C’erano tutte le classi del nostro liceo, il corpo docente al completo, una consistente pattuglia di curiosi pronti allo sghignazzo. L’allusione alle vicende politiche del momento – nei mesi di una drammatica recrudescenza della guerra indocinese – aveva sollevato qualche insinuazione malevola: rischiavamo di violare la sacra neutralità dell’istituzione scolastica! L’appartenenza di Andrea a una delle grandi famiglie della sinistra locale suonava a conferma dei peggiori sospetti dei benpensanti. Invece fu un successo inatteso. Dopo le prime schermaglie con la parte del pubblico più in vena di goliardia, quella vicenda lontana cominciò a dipanarsi con i ritmi giusti, scoprendosi sorprendentemente attuale e vicina. Accecati dai riflettori, impegnati a controllare l’inflessione della nostra pronuncia nel declamare le battute di un commediografo del V secolo avanti Cristo, conciammo a prendere gusto a quel complicato gioco espressivo – in scena si suonava, si danzava, si improvvisavano battute – che aveva tolto il sonno per qualche mese ad Andrea, come ci avrebbe confessato a cose fatte. Alla fine ci guadagnammo un diluvio di applausi che ci illudemmo non rappresentasse soltanto l’onore delle armi tributato alla nostra esibizionistica incoscienza.

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Forse anche quel pubblico vociante, via via conquistato dal grande gioco di ruolo collettivo che si era sviluppato, percepì che su quel palco era nato qualcosa di totalmente inedito, che niente aveva a che spartire con la tradizione delle vecchie e un po’ malinconiche filodrammatiche di provincia. Presto, come prevedibile, gli attacchi dei perbenisti si intensificarono. A chi ci chiedeva se e come avremmo proseguito rispondevamo saccheggiando il repertorio di idee che Andrea ci andava trasmettendo. Ci stava conducendo a conoscere il teatro epico di Brecht, la drammaturgia politica di Peter Weiss, l’utopia civile del futurismo di Majakovskij. Testimonianze di un’epoca e di una visione del mondo che certo non ci avrebbe offerto la televisione di Stato di stretta osservanza democristiana. Ci sentivamo una piccola comunità di esploratori. Quasi tutti avevamo intanto terminato gli studi liceali e cominciato a frequentare l’Università nei giorni turbolenti del primo ’68. Inesorabilmente, agli occhi degli antipatizzanti locali, venimmo associati alle peggiori nefandezze eversive. Gli attacchi concorsero a galvanizzarci, rinforzarono i nostri legami. Il povero Andrea, leader tuttofare del gruppo, dovette rassegnarsi a incrociare le armi con polemisti locali pronti a spiegarci come va il mondo e quanto sia opportuno assecondare la rotazione della terra. Pensatori inclini all’invettiva ma capaci di confondere Brecht e Weiss con i terzini del Bayern Monaco. Ci furono anche fra noi defezioni e qualche contrasto, ma già a cavallo fra ’67 e ’68, in concomitanza con le prime lotte universitarie, la nostra conventicola di inermi rivoluzionari era divenuta un luogo di incontro aperto agli amici curiosi, senza distinzione di appartenenze, e a personalità della cultura e della politica cittadina. Stava per vedere la luce il Piccolo Teatro di Civitavecchia. Lo presentammo con una brochure, testo di Fabrizio Barbaranelli e immagine grafica del compianto Ennio Galice. Cominciava un’altra storia che ne avrebbe gemmate altre ancora. Sulle scene avremmo portato autori all’epoca poco conosciuti, come il controverso drammaturgo polacco Sławomir Mrożek. Avremmo curiosato nel teatro dell’assurdo, ci saremmo interessati alla patafisica di Jarry, avremmo persino allestito lavori di nostra produzione.

È passato tanto tempo: mezzo secolo. Eppure, ogni volta che assisto a qualche evento teatrale, come quelli prodotti in collaborazione col nostro blog da Ettore Falzetti, quella storia mi torna alla memoria come il nostro piccolo, non ancora dimenticato, mito di fondazione. E come un pezzo del nostro comune capitale sociale. Formula un po’ criptica che, alla fine di tutto, significa qualcosa di semplice e bello che scoprimmo in quei giorni. Il capitale sociale vuol dire cercare chiavi capaci di aprire nuove porte. E farlo insieme.

NICOLA PORRO