SOCIETÁ: LE PAROLE PER DIRLA (PARTE 5)

di NICOLA PORRO ♦

PARTE 5: STRATIFICAZIONE SOCIALE, CLASSI E DISUGUAGLIANZE

 Libertà, diritti e disuguaglianze nelle società divise in classi

 L’analisi delle classi e della stratificazione sociale costituisce il tema più politicamente sensibile per la ricerca. Esso rinvia infatti alla questione delle disuguaglianze e alla loro origine nelle società industriali della modernità e dell’ordine capitalistico. Nelle civiltà premoderne, fondate sulla schiavitù, sulla condizione servile o su un regime di caste, tribù e clan, la questione della giustizia sociale non si poneva neppure, in quanto le disuguaglianze, fissate alla nascita da una condizione ascritta, erano considerate parte di un ordine naturale e immodificabile.

La modernità industriale ha invece stabilito, non senza conflitti e contraddizioni, il diritto di ciascuno a migliorare il proprio status (mobilità ascensionale). Esso costituirebbe perciò – secondo l’etica del capitalismo – il prodotto di una competizione fra individui ispirata a logiche acquisitive. Il “sogno americano”, ad esempio, ipotizza che ogni lavapiatti possa divenire Presidente degli Usa. Nella realtà storica, nessun lavapiatti è riuscito a tanto e spesso le leadership politiche di quel Paese si sono identificate con potenti dinastie famigliari e figure titolari alla nascita di uno status privilegiato. Il fatto che non esistano quegli impedimenti di diritto presenti nei regimi di casta non significa quindi che all’interno delle classi sociali “moderne” non si producano disuguaglianze profonde.

Il pensiero liberista identifica la ricerca del successo (achievement) con la capacità dei singoli di valorizzare il merito, il talento, le competenze e l’impegno, senza però assegnare all’uguaglianza una valenza etica di per sé positiva. Paventa anzi il pericolo di un egualitarismo coatto e di derive collettivistiche e non si preoccupa di garantire pari opportunità a quanti partecipano alla competizione sociale. Non casualmente, è da questo filone di pensiero che scaturirà agli albori dell’industrialismo l’ideologia delle “classi pericolose”, intese come i soggetti collettivi (soprattutto i più poveri e il sottoproletariato urbano) virtualmente conflittuali verso l’ordine costituito.

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 Il pensiero socialista, nelle sue molteplici varianti, denuncia invece l’illiceità di disuguaglianze fondate non solo su appartenenze di status ascritte ma anche su condizioni di partenza diverse e su una competizione “truccata” da un sistema socio-economico finalizzato a preservare nel tempo le differenze sociali e l’ideologia della disuguaglianza. Nella sua versione più radicale, come nell’opera di Karl Marx, libertà e uguaglianza costituiscono l’obiettivo finale della rivoluzione socialista, intesa come un grandioso e storicamente inevitabile processo collettivo. Nel corso dei decenni le due rappresentazioni che abbiamo schematizzato hanno conosciuto dinamiche di ibridazione, contaminazione e revisione, dando vita a variazioni e interpretazioni troppo numerose per poter essere qui compiutamente analizzate.

La sociologia e la scienza della politica contemporanee si interrogano però in maniera ricorrente attorno a tre questioni distinte e concatenate: (i) le società postindustriali come la nostra – che hanno fatto seguito a partire dal tardo Novecento ai vecchi regimi dell’industrialismo – producono disuguaglianze sociali paragonabili a quelle proprie delle divisioni di classe indotte dall’industrializzazione? (ii) Si può ancora parlare di classi sociali nel loro significato tradizionale? (iii) Esiste una relazione riconoscibile fra sistema delle disuguaglianze, appartenenze sociali e identità politiche? Dare risposta a queste tre domande significa cimentarsi con un necessario aggiornamento delle categorie di analisi che presiedono a quella che abbiamo chiamato stratificazione sociale.

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Ricchi e poveri nel sistema-mondo della globalizzazione

 Alla fine del 2016 il rapporto Oxfam informava che in Italia, l’1% più ricco della popolazione possedeva il 23.4% della ricchezza nazionale netta. A livello internazionale 62 miliardari possiedono la stessa ricchezza della metà più povera del mondo, vale a dire 3.6 miliardi di esseri umani. Dati sintetici ma sin troppo eloquenti. Il tempo della globalizzazione e di quella che Bauman ha chiamato modernità liquida – perché non presenta più quelle strutture sociali compatte e poderose (i partiti di massa, il sistema fordista di fabbrica ecc.) caratteristiche della prima modernità – sembra essere addirittura attraversato da disuguaglianze crescenti. Il pianeta ci appare come un sistema drammaticamente diviso. Ai primi dell’Ottocento i Paesi dell’emisfero nord disponevano del triplo della ricchezza di quelli dell’emisfero sud. Oggi il rapporto è di novanta a uno. Lo Stato più ricco (ma non il più ugualitario), il Qatar, è 428 volte più ricco dello Zimbabwe, che si colloca in coda alla graduatoria internazionale del prodotto interno lordo. In Nigeria un neonato possiede un’aspettativa di vita inferiore della metà rispetto a un bambino nato in Europa, in Giappone o in Australia. Appena l’1% della popolazione mondiale, infine, controlla il 99% delle risorse energetiche e alimentari necessarie alla sopravvivenza dell’umanità. Questo scenario interessa, ma con fortissime differenze da caso a caso, tutti i contesti nazionali. Si può sostenere che ovunque la ricchezza è molto concentrata, le disuguaglianze di classe non solo permangano ma tendano a crescere. L’illusione liberistica di una spontanea e progressiva redistribuzione delle ricchezze, capace almeno di alleviare le disuguaglianze più acute e la povertà estrema, è stata crudelmente smentita dai fatti. Possiamo concluderne che le società postindustriali presentano un profilo ancora segnatamente disuguale quanto a soddisfazione di bisogni ed effettivo diritto di accesso alle opportunità promesse dalla filosofia della mobilità sociale.

La seconda questione rinvia anch’essa a un ordine sociale generato dallo “scambio ineguale” fra classi, Paesi ed economie. Per valutare le differenze intervenute rispetto a quello che aveva ispirato l’analisi degli economisti e dei teorici sociali dell’età industriale, occorre però distinguere fra differenti declinazioni del costrutto di classe. Marx ne offrì a metà Ottocento una declinazione forte, che discendeva dalla proprietà. Per il filosofo e rivoluzionario tedesco non era la ricchezza in quanto tale, bensì l’ineguale distribuzione della proprietà dei mezzi di produzione e di scambio, a generare allo stesso tempo la piramide delle classi e la concentrazione del potere nella nascente borghesia imprenditoriale. Il conflitto di classe, prodotto dalla divisione sociale del lavoro, assume però forme diverse passando dall’originaria società senza classi (comunismo primitivo) alla schiavitù classica, alle servitù feudali e al regime capitalistico dominato dall’opposizione fra proletariato e borghesia. L’inevitabile vittoria finale del proletariato, reso consapevole delle ragioni reali della propria condizione e capace di realizzare una rivoluzione comunista, avrebbe realizzato la “fine della storia”. Vale a dire una società libera dalle gerarchie di classe e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Friedrich Engels (1820-1895) avrebbe sviluppato in proposito un’analisi specifica del rapporto fra sfruttamento operaio, condizioni di classe e rivoluzione. Un altro pensatore, l’italiano Antonio Gramsci (1891-1937), avrebbe più avanti reinterpretato la teoria marxista introducendo il tema nevralgico dell’egemonia e della sovrastruttura in grado di sottrarre il pensiero materialistico a un’esagerata dipendenza dal fattore economico e dai rischi del determinismo filosofico.

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I ceti, i gruppi di status e la mobilità

Ai primi del Novecento, Max Weber avrebbe opposto a quella di Marx una declinazione debole del concetto di classe. Il sociologo tedesco preferiva parlare di ceti o di gruppi di status, caratterizzati più che dalla proprietà o dalla ricchezza da un assai differenziato potere didecisione. Alla visione economicistica delle classi anche altri sociologi avrebbero contrapposto una lettura più attenta a profili professionali, abitudini di consumo, livelli di istruzione e stili di vita. L’americano Thorstein Veblen (1857-1929) già nel 1899 definì la nuova classe dominante come la classe oziosa (leisure class), individuabile dalla propensione per il consumo ostentato (conspicuous waste). Tanto la scuola economica marxista quanto quella sociologica di matrice funzionalistica – ispirata al francese Émile Durkheim (1858-1917) – collegavano però strettamente la stratificazione sociale alla divisione del lavoro. Pitirim Sorokin (1889-1968), un esule russo emigrato agli inizi del Novecento negli Usa, introdusse in materia il ricorso alla comparazione storica. Il suo Social Mobility (1927) rappresenta il primo tentativo organico di elaborare una rappresentazione puramente sociologica delle classi. Esse sono configurate come strati geologici, sovrapposti e prodotti dalla combinazione di fattori eterogenei, di tipo strettamente economico ma anche sociopolitico e professionale. Nessuna società è a suo parere priva di un sistema di stratificazione, ma solo le società aperte producono sistemi di classe aperti. In essi gruppi e singoli individui possono beneficiare sia della mobilità orizzontale (shifting) – come nel caso del cambiamento di attività lavorativa e di sede – sia di quella verticale (sinking e social climbing) che dà vita alla metafora dell’ascensore sociale o della funivia. La sua ricerca si concentrerà via via sulla mobilità ascensionale individuale in un contesto aperto di opportunità e a vocazione multiculturale come quello del “crogiolo di fusione” Usa, il cosiddetto melting pot.

Al dibattito su stratificazione e mobilità sociale nei Paesi socialisti del secondo dopoguerra – teoricamente “senza classi” – parteciperanno ricercatori come Gilas, Inkeles, Lipset e, più tardi, Ossowski e Heller. Alcuni di loro, ispirandosi alle indagini di Wright Mills sulla dilatazione progressiva della classe media negli Usa degli anni Cinquanta, pervennero alla sorprendente conclusione che entrambi i sistemi politici allora dominanti (quello del capitalismo occidentale e quello del socialismo di Stato est-europeo) andavano via via strutturando sistemi sociali disegnati sull’egemonia di una sola classe. Studiosi come Edwards e Lloyd Warner si cimenteranno invece, negli stessi anni e non sempre con successo, nella ricerca di presunti criteri oggettivi di definizione delle appartenenze sociali.

Non solo le scienze sociali ma anche la letteratura e la cinematografia descriveranno le trasformazioni e la perdita di senso dei ceti sociali nella stagione del capitalismo maturo. Il regista spagnolo Luis Buñuel ne offrì una rappresentazione particolarmente graffiante con il suo film Il fascino discreto della borghesia (1972).

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 Ritroveremo qualche decennio più tardi, un approccio nuovamente orientato a privilegiare emulazione pecuniaria e sciupio vistoso. Ci si può riferire soprattutto ai lavori del francese Pierre Bourdieu (1930-2002) che allo scopo riprenderà la nozione di habitus – inteso come stile di vita che connota i gruppi di influenza, vale a dire un determinato ambiente sociale – niente meno che dalla filosofia di Tommaso d’Aquino. Sulla scia di Bourdieu, Richard Peterson (1933-2010) descrive la figura dell’onnivoro culturale postmoderno come esponente di una nuova intellighentsia di ceto medio attiva nella comunicazione, nella pubblicità e nell’ibridazione di prodotti di status e consumi di massa. Fondamentale è la ricerca di una distintività originale, ironica e personalizzabile. Nel tempo del postmoderno lo stile di consumo e l’immagine di sé sarebbero  capaci di costruire, e non soltanto di rappresentare,  un’appartenenza sociale a misura dei soggetti. Indossare abiti vintage o scarpe Dr Martens, insomma, può divenire un modo per attribuirsi un’identità nell’accezione postmaterialistica del termine, sottratta a qualunque possibile classificazione socio-economica. Qualche decennio prima il sociologo canadese Marshall McLuhan (1911-1980), primo analista del sistema planetario della comunicazione, aveva invece posto al centro di ogni possibile stratificazione nelle società industriali mature la categoria di controllo. Soprattutto la gestione oligopolistica o addirittura monopolistica dell’informazione – come nei regimi totalitari del Novecento, ma non solo in essi – definirebbe secondo McLuhan quelle gerarchie di potere e di influenza che disegnano, più efficacemente dei modelli economici, la stratificazione sociale della tarda modernità.

Possiamo dunque osservare come la ricerca sociale abbia cercato di adattare nel tempo i propri strumenti di analisi e i propri apparati concettuali a trasformazioni realmente intervenute nel profilo delle classi e dei gruppi sociali. Si deve provvisoriamente concluderne che le classi non sono venute meno bensì che si sono modificate significativamente nell’arco temporale che separa la prima industrializzazione dalla tarda modernità. Della lezione marxiana rimane tuttavia in vita quell’idea del bipolarismo tendenziale, che, se sottratta a una visione iper-economicistica e deterministica, può introdurci all’analisi del terzo quesito, circa il rapporto fra classi e politica.

 Uomini, idee e conflitti

 La terza questione, relativa al rapporto fra appartenenze sociali e opzioni politiche, è sicuramente la più influenzata dalle trasformazioni intervenute in seno alle vecchie società di classe. Già Sorokin, nella prima metà del Novecento, aveva intuito come la modernizzazione, l’industrializzazione e la proliferazione degli specialismi professionali avrebbero creato un sistema di crescente competizione sociale. Ciò avrebbe reciso gli antichi vincoli comunitari e accentuato le distanze fra individui e gruppi in competizione. E avrebbe reso via via più labile l’identificazione con le antiche ideologie di riferimento e depotenziato il principale conflitto politico dell’età industriale, quello fra classi sociali in competizione. Il politologo norvegese Stein Rokkan (1921-1979) disegnerà alla fine degli anni Sessanta  la mappa dei grandi partiti di massa nell’Europa del Novecento come un prodotto diretto del mutamento sociale, identificando le linee di frattura (cleavage) che segnavano le principali opposizioni della modernità industriale: borghesia-proletariato, città-campagna, Stato-Chiesa, centro-periferia. Quella rappresentazione, frastagliata ma pur sempre ordinata secondo opposizioni dicotomiche tradizionali e variamente combinate, sembra sparita nelle nostre società segnate dalla personalizzazione della politica, dal declino delle appartenenze ideologiche tradizionali e dall’egemonia culturale dei media digitali. Le società postindustriali o tardo-moderne sono infatti definite, per Bauman (n. 1925), proprio da quel carattere informe, “liquido” e mutevole delle appartenenze sociali che preclude la possibilità di strutture politiche stabili e congruenti. John Goldthorpe (n.1935) già nel 1980 aveva rivoluzionato il profilo sociologico delle classi ricostruendolo in base al tipo di relazione fra diverse gerarchie di addetti in uno stesso ambito lavorativo. La dicotomia marxiana (borghesia-proletariato) lasciava il posto a una relazione più articolata, che faceva  intravedere sette tipi di “classe”, nove loro articolazioni funzionali e la conseguente necessità di una ridefinizione del tradizionale conflitto politico. Compito che si sarebbe assunto un altro sociologo britannico, Anthony Giddens (n. 1938), che tenterà nel 1994 di tracciarne la mappa con un libro dal titolo provocatorio e destinato a suscitare non poche polemiche: Beyond Left and Right – the Future of Radical Politics. Giddens, considerato l’ispiratore delle politiche del leader laburista, e poi primo ministro, Tony Blair, suggeriva una terza via che offrisse ai partiti progressisti di ispirazione socialista o laburista un orizzonte di governo e una strategia di welfare adatti alle mutate condizioni dell’ordine socio-economico.

Un altro sociologo britannico Mike Savage, studioso delle iniquità sociali, offre un contributo originale alla discussione. Secondo lui il modello delle classi sociali non va liquidato bensì storicizzato alla luce del venir meno di una tradizionale classe parassitaria. Emergono invece connessioni significative fra condizioni di status e comportamento elettorale. Nel 2016 due grandi eventi elettorali, il referendum che sancì l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e le presidenziali americane che qualche mese dopo condussero al successo dell’outsider Donald Trump, sono stati portati ad esempio di una radicale metamorfosi del comportamento politico. Molti commentatori hanno parlato di una rivolta contro le élite, favorita dalla dissoluzione delle vecchie appartenenze di classe. Tale rivolta si sarebbe realizzata mobilitando ambienti “vittime della globalizzazione” o più inclini a percepirne le minacce anziché a coglierne le opportunità. Alle classiche opposizioni socio-culturali, descritte mezzo secolo prima da Rokkan, si sarebbero sostituiti un confuso sentimento di rancore verso “la casta” e l’arroccamento isolazionista cavalcato da candidati e programmi associati nella generica categoria di populismo. Forze prive di un nitido profilo di classe, ma capaci di mobilitare aree consistenti delle periferie, dei ceti meno istruiti, di settori di classe media ossessionati dalla paura del declassamento di status (un classico fenomeno di deprivazione relativa) e dai veri o presunti rischi collegati al fenomeno migratorio. Questa analisi è sicuramente fondata e le mappe elaborate in entrambi i contesti – la Gran Bretagna del Brexit e gli Usa che scelgono Trump –, incrociando tutte le possibili variabili sociologiche, ne confermano i tratti salienti.  Si veda qui sotto, a titolo di puro esempio, la minuziosa ricostruzione grafica, in termini di sociologia territoriale delle classi, che Savage ha offerto del Brexit (M. Savage, “End Class Wars”, in Comment del 22 settembre 2016, 537, 475:479).

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Una pur accurata descrizione del fenomeno non basta però a fornirne una spiegazione esaustiva.

Richard Sennett (n. 1943), ad esempio, si spinge molto oltre questa rappresentazione del nuovo conflitto sociale. La sua critica aggredisce la stessa filosofia del merito e del talento sostenuta dai liberali, ma anche da gran parte del pensiero progressista. Gli sembra che le stesse insorgenze neopopulistiche vadano inscritte nel declino di un ciclo politico-sociale dominato dall’ideologia capitalistica. Sulla stessa lunghezza d’onda è Paul Willis (n. 1950), che si è concentrato sulla cultura di massa e sul sistema educativo analizzandoli come fattori principali di segmentazione sociale. In modo particolare ha segnalato come l’istruzione pubblica non venga più rivendicata dalle classi subalterne come diritto e opportunità. L’evasione scolastica e la proliferazione nei ghetti urbani britannici di subculture giovanili antagonistiche “in assenza di socializzazione politica e di appartenenza ideologica” ha rovesciato nella giovane classe operaia lo stesso significato simbolico di promozione sociale attribuito un tempo all’istruzione dalle classi lavoratrici. Per tutti questi autori, insomma, viene a istituirsi una relazione circolare fra condizione sociale, formazione e rappresentazione sociale ispirata al risentimento che aiuta a comprendere l’emergere dei nuovi populismi e anche alcune fra le cause del declino della relazione lineare fra classe sociale e ideologia. Siamo però in presenza di dinamiche complesse e persino controverse, sufficienti a suggerire una coraggioso aggiornamento dei modelli di analisi ma ancora insufficienti a delineare un profilo inedito della questione sociale nell’universo della tarda modernità.

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Lo sport moderno e postmoderno si presta perfettamente a rappresentare appartenenze sociali e culturali ben identificabili. Già nelle riflessioni di Veblen sulle “classi oziose” a cavallo fra XIX e XX secolo o in quelle più recenti di Bourdieu sulle pratiche di distinzione era possibile associare esibizione di status e pratiche sportive di élite (dall’antica caccia alla volpe al golf o alla vela). E viceversa pratiche di fatica e di rischio, dalla boxe al ciclismo su strada, erano state per tutto il Novecento il veicolo per elezione della mobilità sociale per campioni di estrazione proletaria. Queste congruenze si sono radicalmente trasformate dando vita a inedite combinazioni di esperienze ispirate anch’esse, come nell’analisi di Peterson, più a sensibilità culturali e a bisogni postmaterialistici (di emozioni, di espressività) che a esplicite domande di riconoscimento socio-economico. Come una delle grandi narrazioni della cultura contemporanea, il fenomeno sportivo non si sottrae a nessuna delle sue dinamiche e delle sue stesse contraddizioni.

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NICOLA PORRO