LA TOPPA, IL BUCO E LA CIVETTA

di DARIO BERTOLO 

Avete presente quando riuscite finalmente a prendere sonno dopo una lunga notte passata ad interrogarsi sul perché la natura ha ritenuto opportuno dotare alcuni individui della ostinata incapacità di addormentarsi la sera, e un rumore, un fastidio, un bisbiglio o meglio un vociare stridulo interrompe quanto faticosamente conquistato?

Rino, fin da giovane, ha sempre dormito poco ma negli ultimi anni il poco era diventato sempre meno fino a quando la sopraggiunta sciagura detta comunemente insonnia si conclamò definitivamente. Comunque quella tiepida alba primaverile fu svegliato, appunto, da un chiacchiericcio sommesso. Per prima cosa pensò ai ladri. Si girò sul letto e vide che Marisa non c’era.

< I ladri l’hanno rapita e la stanno costringendo ad aprire con la forza la cassaforte >, fu il primo pensiero.

< Per aprire una cassaforte, bisognerebbe prima averla……> fu il secondo, un tantino più lucido e sensato.

Si alzò e, non senza una certa inquietudine e anche timore, seguì il filo di voce che, scoprì, proveniva dalla cucina la cui porta, curiosamente, era chiusa. Si fece coraggio (per modo di dire…) e la aprì quel tanto che basta per sbirciare rapidamente. Fortunatamente, per lui e anche (pensò senza un pizzico di sarcasmo…) per i rapitori, di questi ultimi non c’era traccia. Invece la voce di Marisa al telefono con sua figlia minore in Australia, cioè dall’altro capo del mondo, era inconfondibile. Il che giustificava l’improba ora mattutina e anche la frenesia delle parole per cercare di dirsi più cose nel minor tempo “intercontinentale” possibile. Non che Marisa fosse tirchia nel senso più stretto della parola, in fin dei conti assicurarsi che la sua pargoletta stesse bene e che la gravidanza procedesse senza problemi non aveva prezzo, ma insomma, come tutte le donne di casa che per anni aveva gestito oculatamente le entrate e soprattutto le uscite, era “diversamente interessata” alle spese e ai consumi famigliari. Rino si rassicurò, e fece per ritornare a letto. Il sonno però era passato, e come tutti i piaceri, bisogna pazientare per gustarli di nuovo. E, lo sappiamo, il nostro non possedeva appieno questa virtù.

Non trovò di meglio che accendere la tv. Sullo schermo si susseguivano i primi notiziari mattutini. Severino era un uomo sensibile e discretamente emozionabile. La sera, quando guardava il telegiornale prima di cena, si sorprendeva, nonostante gli anni, a turbarsi per le continue barbarie che l’umanità, quotidianamente ci propinava e  anche per le immancabili ipocrisie dei politici di turno al governo e, in misura maggiore, di quelli all’opposizione. Si indignava per l’indifferenza con la quale si affrontavano e si dibattevano i grandi problemi sociali. Si commuoveva di fronte ai numeri, tragicamente freddi e statistici, che il conduttore enfatizzava indicando i morti e dispersi in mare durante i viaggi della speranza nel mediterraneo. Si incazzava in particolar modo, e qui spesso la sua proverbiale indole veniva a galla, quando venivano calpestati i diritti sul lavoro e sui lavoratori. Questa cosa l’aveva ereditata da suo padre, il quale in gioventù era stato un sindacalista ortodosso di sinistra, nel senso più intransigente della parola. Leggendarie le infinite discussioni, anche per certi versi rivoluzionarie per un periodo dove la politica nazionale era quasi esclusivamente scudocrociata prima e socialdemocratica dopo, che periodicamente si tenevano a casa loro, alla presenza di personaggi che successivamente ebbero ruoli determinanti

nella vita politica e amministrativa della città, e riguardo i quali ha tutt’ora una smodata ammirazione unita a nostalgici ricordi.

Anche il frenetico speaker televisivo ebbe un moto di pietà alla fine della prima parte del notiziario, e mandò l’immancabile spot pubblicitario. Questa tregua mediatica consentì a Rino di cambiare canale e cercare qualcosa di meno apocalittico. Trovò, sula terza  rete nazionale, un film in bianco e nero del 1957. “Marisa la Civetta” con Marisa Allasio e Renato Salvatori per la regia di Mauro Bolognini. Si tuffò nella visione, quasi sfocata, delle atmosfere ingenue e forzatamente spensierate di una Italia uscita da un decennio dalla guerra e alla vigilia del boom economico, sfortunatamente durato troppo poco per consentire davvero uno sviluppo industriale tale da affrontare in modo diverso gli anni bui della crisi energetica, delle istituzioni e dello stesso Stato sociale ancora in divenire. Trasalì quando gli parve di riconoscere uno scorcio della sua città. Un particolare, un vicolo, il porto, e anche la scena della stazione ferroviaria gli erano famigliari.

<Ma sì, …..è proprio la mia cittadina…> pensò.

Rimase interdetto, quasi affascinato da quelle immagini in bianco e nero che immortalavano, per sempre, una città ormai perduta nella memoria contemporanea ma certamente ancora viva in quella dei ragazzi e delle ragazze della sua generazione. Si scoprì commosso a tal punto che, se non fosse per un moto improvviso di vergogna e di pudore, avrebbe pianto. In quel momento si rese conto che Marisa lo stava guardando, ed ebbe per un attimo la sensazione che lei intuisse appieno il suo stato d’animo, pur non sapendo il perché. Fece altrettanto.  Pur con i capelli arruffati, la vestaglia verde, di mezza taglia più grande legata male, le pantofole rosa con il fiocchetto bianco ai piedi e l’aria annebbiata tipica di chi si è svegliata presto, dovette riconoscere che era sempre una bella donna. Almeno per lui. E trovò che, se solo fosse stato meno vergognoso, avrebbe potuto fargli un piccolo complimento, tipo “sei più bella te che la Marisa del film, entrambe civettuole…”

Non trovò il fiato necessario per dirglielo, e neanche il tempo visto che sua moglie era già sparita, stoicamente già alle prese con le prime faccende domestiche mattutine.

Rino, consapevole che questo avrebbe significato girovagare per la casa secondo le precise disposizioni impartite da Marisa, assolutamente non derogabili e men che meno trattabili, si lavò, si sbarbò accuratamente come solito e si vestì. Era ancora un po’ presto, ma pensò che il Bar del circolo sicuramente sarebbe stato già aperto e decise di uscire. Nel salutare non riuscì a interpretare bene se la moglie gli rispondesse con sollievo o con rimpianto. Al pianerottolo di casa sperò nella seconda ipotesi, ma già al secondo piano non ne fu tanto sicuro.

Quando arrivò al circolo, dopo una breve passeggiata e uno slalom tra i regali che ormai quasi sistematicamente un paio di cani consegnavano ogni mattina alla comunità, con il beneplacito dei loro padroni ( questi sì i veri animali, senza attenuanti ,vista la  totale mancanza di rispetto per gli altri..) , Bacchisio era già intento a preparare la colazione a due signore abbastanza attempate, frequentatrici assidue del centro al mattino a giorni alterni, quando non erano impegnate alla visita dei loro mariti ormai rassegnatamente defunti. Quest’ultima parola gli fece venire in mente che spesso, osservando le persone che scendevano dall’autobus alla fermata davanti al cimitero, e soprattutto contandole, inevitabilmente veniva fuori che la maggioranza assoluta erano donne, e raramente qualche vedovo. Inizialmente questa cosa lo divertiva ma ora, col passare degli anni (i suoi) un po’ meno…

 Si sedette al tavolino e cominciò a sfogliare i quotidiani nazionali e, naturalmente, quelli locali.

Nei suoi lunghi anni lavorativi non aveva mai dato tanto peso alle beghe politiche in generali, figurarsi quelle locali. Spesso faticava a nascondere l’imbarazzo di non sapere chi fosse stato il Sindaco della sua città 10 anni prima, oppure il segretario di quel partito politico o di quell’altro e in che epoca.

Da quando la mattina si trovava seduto con quei 4 sciagurati di amici, i commenti sui fatti sportivi e politici erano diventati una consuetudine e, in fondo, lo divertiva partecipare a comizi e dibattiti improvvisati.

Curiosamente quella mattina, in prima pagina sul corriere locale, giganteggiava un titolo riguardante la crisi delle partecipate comunali.

<La solita solfa> pensò.

Soldi che mancano, amministratori strapagati e inconcludenti che solo la politica può arruolare, dichiarazioni dell’assessore che puntualmente vengono smentite dai fatti, vagonate di accuse sulla responsabilità altrui. Che comunque la città fosse sporca e scarsamente manutentata era sotto gli occhi di tutti. .

Il pensiero, inconsapevolmente, ritornò a quando, appena sposati, Marisa lasciava il secchio con la spazzatura, rivestito di carta da giornali, sul pianerottolo della loro prima casa. L’omino della nettezza urbana, rassegnato ma con la dignità propria del senso del dovere, saliva con un sacco e ci svuotava dentro i recipienti. Un lavoraccio, anche se bisogna riconoscere che a quei tempi, nelle case, le quantità di rifiuti era notevolmente inferiore a quella di oggi. Non si buttava quasi niente, e spesso si riciclavano bottiglie e contenitori, tanto che qualcuno ha recentemente ipotizzato che le vere ambientaliste da prendere ad esempio erano le nostre nonne. Sicuramente esagerando anche se va detto erano, decisamente, altre epoche.

Era talmente immerso nelle lettura e nei suoi pensieri nostalgici che a malapena si accorse che Egidio e Gianni “il marxista rivoluzionario” si erano seduti al suo tavolino.

Proprio quest’ultimo, messo già al corrente della precaria situazione dei lavoratori delle aziende partecipate comunali tramite il nipote che appunto era tra questi, cominciò una dei suoi soliti comizi popolari, sempre condito da lotte al potere, abbasso i padroni, viva qui e viva là. Non che avesse torto, anzi. Era però il mondo e le sue epoche ad essere cambiate e questo fu l’appunto che Egidio, tra un sorso di caffè e un altro, incautamente, fece.

Secondo voi che cosa ci si aspetta dalla reazione di un ex sindacalista degli anni 70’ già infervorato per l’ennesimo sopruso alla classe operaia e ai lavoratori al quale si contesta l’anacronistica appartenenza ad un ideale politico e sociale ormai superato?

Egidio questo lo sapeva e non lo aveva affatto sottovalutato. D’altronde i sospetti che fosse un ex democristiano, corrente dorotea, li avevano avuti in molti. E anche i suoi modi pacati e l’interloquire misurato, a tratti mistico, deponevano per questa ipotesi. Comunque dovette sopportare la furia dialettica e anche quella mimica del nostro, che stranamente anziché placarsi col tempo aumentò esponenzialmente.

Rino temette per un attimo che a Gianni venisse un colpo apoplettico, tanto il colore della sua faccia era rosso tendente al viola e la sezione delle vene del collo aumentata pericolosamente a dismisura.

Questo in contrapposizione alla calma serafica e quasi distaccata di Egidio, il che ovviamente non contribuiva a placare l’agitazione del comunista infervorato. Fu in questo momento che i sospetti diventarono certezze. Era un democristiano, addirittura   un moroteo!!!

Rino fu costretto suo malgrado a fare da paciere. Il siparietto era divertente e, in fin dei conti, come dicevamo, Gianni aveva ragione. Questa storia delle partecipate comunali, riempite inverosimilmente da personale spesso senza alcuna qualifica né specializzazione se non quella di essere un amico dell’amico, o peggio come ricompensa per una marchetta elettorale aveva creato, oltre ad un drammatico buco economico il cui costo sarebbe stato totalmente a carico di tutti i cittadini, anche un deterioramento della qualità dei servizi erogati i cui risultati erano davanti agli occhi di tutti.

< E anche sotto i piedi…> si disse Rino ricordandosi dei depositi canini disseminati lungo i marciapiedi, seppur, a onore del vero, le responsabilità non erano propriamente addebitabili al disservizio pubblico. Ma il pensiero gli piacque e lo fece suo.

La scena fu sostanzialmente questa: un tavolino con sopra due giornali, tre tazze di caffe vuote, una persona scura in volto finalmente silenziosa, un’altra serafica che faceva finta di leggere gli annunci mortuari, e Rino che si godeva la scena, sicuro che tra poco l’armistizio passasse da traballante a precario e infine a duraturo. Cosa che avvenne abbastanza rapidamente. Bastò un mazzo di carte da ramino a mettere fine alla diaspora. E la promessa che chi faceva più punti, e quindi perdeva, avrebbe pagato in via del tutto eccezionale un aperitivo agli altri.

Evidentemente però non era giornata. Il tempo di smazzare, consentire ai tre una postura corporale idonea allo sforzo necessario di tenere le carte in mano, che ecco apparire Marcello, l’ultras laziale.

Va doverosamente detto che la Lazio quella domenica era stata sonoramente presa a pallonate dalla Roma, in un derby particolarmente sentito dai tifosi, e quindi il buon Marcello non era dell’umore adatto per giocare con i tre, timoroso di essere portatore di sfortuna per sé e (non volesse il cielo.) anche per la sua squadra del cuore.

Però, essendo fondamentalmente un ciarliero, un tipico soggetto da bar dello sport, pensò di condividere una informazione che, secondo lui, avrebbe di certo destato l’interesse dei suoi amici biscazzieri e forse anche di tutto il circolo.

< Sapete che il Comune ha indetto un bando per una nuova assunzione? >

Distrattamente qualcuno si avvicinò. Molti avevano nipoti e anche figli senza lavoro stabile, e di concorsi negli ultimi tempi se ne facevano pochi, come del resto rare erano le richieste da aziende private e pubbliche.

Anche Rino per un attimo smise di concentrarsi sulle pessime carte che quell’infame di Gianni gli aveva dato e rimase in attesa di sapere che tipo di concorso si trattava. Suo fratello più piccolo aveva una figlia laureata da poco che, ovviamente come tutti i giovani italioti, non aveva ancora trovato non dico lavoro stabile ma nemmeno precario. Ed era, ovviamente, delusa tendente alla rassegnazione.

< Che tipo di figura cerca, il Comune?> chiese.

Marcello, bisogna dire con tutta l’ingenuità possibile che solo gli inconsapevoli hanno, pronunciò queste esatte parole:

< l’Assessore ai Lavori Pubblici. I curriculum e le candidature vanno inviate direttamente al Sindaco che, personalmente, le vaglierà per poi procedere con la nomina>

Il tempo si fermò per un infinito attimo. La lancetta dei secondi smise di battere. Come in quei film catastrofici dove anche i battiti d’ali di una farfalla rimangono fissati nello spazio prima di essere spazzati via da una immane esplosione , il silenzio divenne stagnante.

Per poi dirompere, un attimo dopo, in un boato sghignazzante.

Qualcuno credette che finalmente il buon laziale avesse imparato a raccontare barzellette, qualcun altro si avvicinò per essere sicuro di aver capito bene, molti avevano trovato il modo di arricchire la mattinata con qualcosa da raccontare a pranzo. Tutti erano divertiti.

Marcello non capì subito il perché di tanta ilarità. D’altronde a lui quella sembrava una ottima cosa  ed era fermamente, e ingenuamente, convinto della sua veridicità.

Fu abbastanza difficoltoso spiegare che in realtà quella di trovare un Assessore ai Lavori Pubblici tramite bando pubblico era una cosa a dir poco risibile e decisamente non istituzionale, seppur mascherata da una traballante motivazione circa la trasparenza nella nomina delle figure tecniche. Si rischiava che la toppa fosse peggio del buco, visto che il buco era ,metaforicamente parlando, l’assessore dimissionario. E tutti lo sapevano. Come sapevano che, purtroppo o per fortuna, nessuno avrebbe potuto ricoprire quella carica dopo aver indovinato i quiz su un foglio oppure risposto a tre domande poste da una commissione ad hoc. Alla fine anche il buon Marcello convenne sulla stupidità dell’idea, che comunque giurava, quasi a giustificarsi, di averla appresa dagli organi di stampa locali, a loro volta notoriamente enfatizzanti su certi argomenti.

La partita a carte riprese, e naturalmente Rino perdette. Pagò l’aperitivo , ai suoi amici e anche a Marcello, il quale continuava ad essere un tantino disorientato.

Nel ritornare a casa, ripensò al bando e alla figlia disoccupata di suo fratello.

< Vuoi vedere che tra poco per fare l’assessore o il consigliere comunale bisognerà fare il casting come in quei deliranti programmi televisivi tipo Xfactor o Grande Fratello? Saranno scelti o eliminati con il televoto? Poi si ricordò che a qualche politico dei giorni nostri questa idea del voto on line per scegliere chi avrebbe deciso delle altrui sorti era già venuta, ed addirittura attuata…>

Il retro pensiero fu immediato

 < D’altronde Il connubio televisione e politica in Italia ha sempre funzionato, fin dai tempi del Cavaliere e delle sue televisioni, e quindi perché non sfruttarlo ancora, finché qualcuno ci crede (e ci casca) ancora?>

Non vedeva l’ora di dirlo a Marisa. Anche se, ahimè, già sapeva quello che avrebbe risposto….

 

DARIO BERTOLO