SOCIETÁ. LE PAROLE PER DIRLA (PARTE 3)

di NICOLA PORRO ♦

PARTE 3. LA COSTRUZIONE DELL’IDENTITÁ: PREGIUDIZI, STEREOTIPI E PERSONALITÁ

Identità e socializzazione

Come si è accennato in una sezione precedente, la scuola rappresenta l’istituzione specializzata preposta a perfezionare, potenziare o specializzare il processo di socializzazione avviato quasi sempre dalla comunità familiare. La pratica della socializzazione si estende però molto al di là dell’istituzione educativa. Trasmette infatti tutte quelle regole del gioco sociale che non sono riducibili alla pura competenza tecnica connessa all’esercizio dei ruoli professionali. Nelle nostre società, inoltre, il processo di socializzazione non si concentra in una specifica età della vita. Gli stessi sincronismi generazionali – vale a dire la relazione fra età anagrafica e processi sociali in cui siamo coinvolti – sono stati rivoluzionati nel giro di poche generazioni. Anzi: le cosiddette età della vita si rivelano puri costrutti culturali, definiti assai più dagli stili di consumo, di condotta e di relazione che dalla biologia. Le stesse opposizioni di significato, come gioventù/vecchiaia oppure tempo della preparazione alla vita (improduttivo)/tempo del lavoro (produttivo), hanno perso la rilevanza loro assegnate dalle società tradizionali. Si può sperimentare la maternità in età un tempo considerata non più fertile, ma cresce il numero delle nonne quarantenni. La scolarizzazione concentrata nel tempo e orientata all’avviamento al lavoro deve ridefinirsi in presenza di bassa occupazione giovanile, ingresso tardivo nel mondo del lavoro e continua innovazione tecnologica. Specularmente, grazie al prolungamento delle aspettative di vita e alla crescita dei livelli di istruzione medi, il pensionamento configura sempre più uno status amministrativo e previdenziale più che una condizione esistenziale e sociale nettamente separata e distinta da quella dell’età lavorativa. Iscrivendosi numerosi alle Università della terza età, frequentando palestre e partecipando a programmi di animazione turistica e culturale, gli anziani sperimentano inedite forme di educazione permanente. Esse non sono orientate alla professione, bensì alla soddisfazione di quei bisogni estetici, di autostima, di impiego creativo del tempo, di socialità che Ronald Inglehart (n. 1934) ha definito postmaterialistici.

Anche caserme, carceri o seminari producono forme di socializzazione. Già l’indossare un’uniforme rende riconoscibili – come nel caso delle classi scolastiche, dei reparti militari, delle squadre di calcio, dei detenuti o dei seminaristi – e segnala l’appartenenza a comunità speciali che in qualche caso operano forme coercitive di socializzazione. Quest’ultima, in breve, non va confusa con l’educazione (prevalentemente attribuita all’istituzione scolastica), con la formazione (che prepara e accompagna l’esperienza lavorativa) o con la pura e semplice imposizione coercitiva di regole e condotte, come nel caso delle “istituzioni totali” – appunto: carceri, manicomi, caserme – indagate dalla sociologia di Erving Goffman (1922-1982). Rappresenta però un processo che scandisce la nostra esistenza e che interagisce necessariamente con gli altri appena indicati.

Persino i ruoli familiari, del resto, non sono tutti rigorosamente ascritti. Sposandoci siamo noi a decidere di assumere il ruolo di coniuge di un’altra persona. Anche la scelta di avere figli dipende da noi e ci attribuisce una specifica responsabilità genitoriale, che ritroviamo in quasi tutte le culture umane. In qualche comunità – fra quelle cosiddette “periferiche” – accade però che sia il fratello maggiore della madre, e non il padre biologico, a esercitare il ruolo paterno. Ciò conferma che nessun ruolo sociale è definito integralmente e a priori da una immaginaria “natura”. Alcuni ruoli parentali che assumiamo nel corso della vita, inoltre, possono essere acquisiti a prescindere dalla nostra volontà, come quando diventiamo suoceri o cognati. Nelle nostre società, chiamate poeticamente “dell’amore romantico”, le scelte matrimoniali sono da un paio di secoli di esclusiva competenza dei partner, anche se le famiglie di origine possono esercitare forme di influenza o condizionamento. Nelle società tradizionali, invece, la scelta coniugale appartiene per intero alle famiglie, alla tribù o al clan di appartenenza e risponde a logiche e strategie funzionali alla sopravvivenza e al rafforzamento della comunità più che ai desideri e ai sentimenti dei suoi membri.

I ruoli parentali configurano solitamente relazioni “calde” e psicologicamente intense. Generano inoltre aspettative legate ai ruoli di coppia che comprendono l’esercizio dell’affettività, delle responsabilità verso la prole, della solidarietà e della sessualità. Tutti questi comportamenti e la costellazione delle aspettative ad essi connessi, hanno conosciuto nel tempo trasformazioni anche radicali.
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Esse hanno sempre rappresentato risposte di adattamento al mutamento sociale e a individuabili processi economici e storico-politici, anch’essi mai riducibili a una presunta “naturalità” della condizione umana. Anche nelle società “civilizzate”, ad esempio, la scelta del partner coniugale è tutelata come diritto individuale di ogni cittadino. È però lo Stato, cioè un’istituzione pubblica e impersonale, a conferirgli quel riconoscimento legale da cui discende l’esercizio di precisi diritti, doveri e responsabilità. 

Riti e rituali

 La distinzione sociologica fra i ruoli sessuali, assegnati dalla biologia, a quelli di genere, prodotti dalla cultura, è spesso bersaglio di interpretazioni fuorvianti che alimentano campagne d’opinione verso la cosiddetta teoria gender. Si tratta però quasi sempre di una rappresentazione caricaturale e distorta del modello dei ruoli sociali. Esso non ha nulla a che spartire con intenzioni ideologiche o con una contestazione aprioristica delle istituzioni primarie, come la famiglia. Le quali istituzioni sono però esse stesse, come qualunque altra, soggetto e oggetto di significative trasformazioni storico-sociali. La parola gender non è d’altronde che la traduzione inglese dell’italiano genere ed è usata nella letteratura anglofona in modo scientificamente rigoroso e privo di alcuna intenzione provocatoria. il ricorrente riaffiorare  di questa polemica sul nulla è tuttavia interessante per i sociologi proprio perché fa emergere la persistenza e la radicalità di antichi pregiudizi, di paure identitarie inconfessate e di stereotipi che generano anacronistici conflitti culturali. Senza che i critici della presunta teoria gender avvertano come l’equazione indebita istituita fra natura e cultura produca effetti diametralmente opposti al conclamato rispetto della condizione umana, declassando – come nelle specie animali – la dimensione culturale del genere a quella biologica del sesso.

L’operazione serve invece a riprodurre nel tempo stereotipi anacronistici ma rassicuranti per una visione tradizionalistica del presunto “ordine sociale”. Solo poche generazioni fa una bambina un po’ troppo vivace e poco docile veniva perentoriamente invitata dai genitori a “non fare il maschiaccio”. Il fratellino facile alle lacrime veniva ammonito a “non comportarsi da femminuccia”. Questa forma di socializzazione ai ruoli di genere, che per il pensiero femminista rappresenta l’anticamera del pregiudizio “sessista”, è stata vigorosamente contrastata dalle campagne per l’emancipazione promosse dal movimento delle donne. Persistono però comportamenti ispirati a stereotipi discriminatori, particolarmente evidenti nel caso dell’omofobia. Essi non rappresentano sempre e soltanto un sintomo di arretratezza della cultura sociale. L’antichità classica, ad esempio, non conosceva il pregiudizio contro l’omosessualità che nelle società contemporanee ha condotto a vere e proprie forme di persecuzione. Gli eroi omerici Achille e Patroclo diedero vita all’archetipo dell’eroe virile e guerriero. Ma dal racconto dell’Iliade si comprende facilmente come essi costituissero una coppia di bisessuali che intrattenevano una duratura relazione gay. Nessuno scandalo e nessuna contraddizione di ruolo agli occhi degli antichi. Nella Gran Bretagna puritana di fine Ottocento (l’età vittoriana), il grande scrittore Oscar Wilde sarà invece condannato a due anni di carcere duro per una relazione omosessuale fra soggetti consenzienti. Alan Turing, il padre dell’informatica, fu condannato alla castrazione chimica ancora pochi decenni or sono.

Si può aggiungere che le società chiuse tendono a preservarsi e a riprodursi dando vita a riti di passaggio o di iniziazione che scandiscono le età della vita. In alcuni casi si tratta di rituali informali, come negli esempi riportati nel racconto. In altri, soprattutto ma non esclusivamente nelle comunità tradizionali, vengono celebrati in forma pubblica e solenne. L’adolescente romano indossava la toga praetexta orlata di rosso perché ciò gli attribuiva lo status di civis, il maschio combattente pronto a versare il proprio sangue per la sua comunità. I giovani pellirosse, per essere riconosciuti come guerrieri, dovevano dimostrare di saper sopportare atroci torture. Anche in comunità specializzate e ristrette – corpi militari, carceri e persino università di élite – i riti di iniziazione e di passaggio prevedevano pratiche al limite del sadismo, come quelle inflitte nelle caserme dai “nonni” alle reclute o nelle confraternite dagli universitari più anziani alle “fetentissime matricole”.  Queste pratiche, tanto più aggressive quanto più ristretta e distintiva era l’istituzione (esemplare il caso dei corpi militari di élite), dava vita a brutali sistemi di controllo sociale, come il nonnismo e come le stesse forme di bullismo proprie delle bandi giovanili violente. La funzione di socializzazione a una nuova condizione di status, declinata in forme socialmente accettabili, si ritrova nei cosiddetti riti di passaggio. Fra questi possiamo collocare eventi molto diversi fra loro come il ballo delle debuttanti, il giuramento delle reclute o l’esame per la patente di guida.

Il ritualismo, che è stato attentamente indagato dal sociologo Robert K. Merton (1910-2003), è rassicurante per la comunità perché, come la stessa persistenza di pregiudizi e stereotipi, trasmette l’idea di una statica continuità nel tempo: dà vita al tempo “dell’eterno ieri”. Il rapporto che i discendenti delle antiche contrade senesi conservano con il Palio cittadino costituisce in proposito un caso di scuola. Merton ci ha infatti insegnato a ricercare sempre le logiche di azione che associano la funzione latente – nel nostro esempio quella di preservare e tramandare nel tempo l’identità culturale della comunità in presenza di un’accelerata modernizzazione – a quella manifesta, identificabile in un evento ciclico di grande impatto turistico e commerciale.

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 Incongruenze di status e ricompense di ruolo

 Esistono anche altri ruoli ascritti, attribuiti alla nascita indipendentemente dalla nostra volontà, e che riflettono la composizione sociale di una comunità e il suo sistema di stratificazione. Ne parleremo meglio più avanti, ma è qui necessario farvi cenno per rendere chiara la connessione fra ruoli e status in comunità basate sulle caste, come nella tradizione indiana, o su istituti quali la schiavitù (vigente nell’antica Roma ma anche nell’America ottocentesca) e la servitù, come nel regime feudale. Queste comunità non prevedono la possibilità per gli individui che vi appartengono di fuoriuscire dalla condizione ascritta alla famiglia di origine. Il diritto di elevarsi a una condizione sociale diversa, considerato inalienabile nelle comunità industriali e postindustriali (società di classe), è negato a chi nasca paria (“intoccabile”) o schiavo o servo della gleba nelle società di casta. Gli schiavi potevano essere emancipati dal loro signore e gli intoccabili indiani possono persino raggiungere un relativo benessere economico esercitando le attività loro consentite, come il commercio. La condizione ascritta non è però in alcun modo modificabile e persino le scelte matrimoniali o lavorative e lo stesso accesso all’istruzione possono ancora dipendere dalle regole di casta. Certamente quella di accedere a ruoli professionali prestigiosi o particolarmente remunerativi non è una partita ad armi pari neppure in società, come la nostra, che prevedono e tutelano il diritto alla mobilità sociale. Ad esempio, nelle società postindustriali contemporanee sono sempre meno coloro che esercitano la stessa professione dei loro genitori. La percentuale è però assai più elevata se guardiamo ai titolari di una farmacia o di uno studio notarile. La possibilità di ereditare un ruolo professionale prestigioso coincide in questi casi con l’acquisizione di uno status sociale elevato, offre un potente vantaggio di posizione e costituisce comprensibilmente un forte incentivo a permanere nel ruolo. Si tratta pur sempre, però, di ruoli professionali legalmente acquisiti. I quali prevedono il possesso di un titolo di studio specifico che abiliti i fortunati rampolli all’esercizio della professione paterna o materna e generano aspettative di status cui corrispondere.

Lo status, a sua volta, non va confuso con la pura e semplice produzione di reddito. Esso comprende la visibilità sociale, il prestigio personale e la capacità di influenza che si riesce a esercitare. La capacità di soddisfare le aspettative connesse al nostro ruolo professionale, in una società di classi a mobilità consentita, rappresenta il più importante ascensore sociale. Lo status è unico, descrive la nostra collocazione in un’immaginaria piramide costruita attraverso una competizione sociale dagli esiti incerti. I ruoli professionali, come quelli parentali (ascritti o acquisiti), sono invece multipli. Ciascuno di noi nel corso della vita ricoprirà svariati ruolo parentali e avrà la possibilità di cambiare molte volte la propria attività professionale, come vedremo meglio occupandoci più avanti della mobilità sociale. Alcune scuole sociologiche, come l’interazionismo simbolico o l’etnometodologia, sottolineano però come il rapporto fra attribuzione del ruolo, soddisfazione della aspettative connesse e attribuzione di uno status non sia univoca. Queste scuole di pensiero danno enfasi a casi, come quello dei leader rivoluzionari o dei geni trasgressivi, il cui status e la cui influenza non sono facilmente riconducibili alle classiche categorie di reddito, prestigio, influenza. Analogamente, costituiscono classiche incongruenze di status quelle fra la statura morale riconosciuta universalmente a un grande leader politico o religioso – si pensi a figure come Gandhi, Madre Teresa, il Dalai Lama – e la loro povertà materiale. Specularmente, l’incongruenza può riguardare il potere d’intimidazione e la ricchezza detenuti da un capomafia braccato – che esercita il proprio potere di status entro i confini di una comunità chiusa come una cosca – a fronte della sua rappresentazione pubblica come criminale.

I ruoli parentali, a differenza di quelli professionali, non attribuiscono alcuno status. Se diciamo di una persona che nella vita ha avuto successo (ovvero: ha conseguito un elevato status sociale) perché è una brava sorella o un ottimo cognato, l’affermazione lascerà perplessi. Apparirà invece del tutto sensata se alle parole sorella o cognato sostituiamo architetto, cantante lirica, pediatra o campione sportivo. Se l’esercizio di un ruolo parentale non conferisce status, tradire le aspettative riposte in esso, come nel caso di un marito fedifrago, di una madre assente o di un figlio scapestrato, può invece compromettere le aspettative di promozione sociale. La divulgazione di informazioni scabrose relative alla vita privata viene non a caso frequentemente utilizzata per colpire leader politici esposti al giudizio dell’elettorato. Lo status rappresenta insomma una categoria sociologica dai contorni sfuggenti ma di facile impiego perché individua una condizione sociale e una rappresentazione culturale complesse in forma sintetica.

Se mio nonno si rivolgeva al barbiere con il tu e il barbiere gli rispondeva con il lei, appellandolo come Ingegnere, è perché entrambi condividevano l’idea di una gerarchia di ruoli/status acquisita attraverso le forme della socializzazione propria di quella generazione. La quale può però conoscere modificazioni anche radicali nel tempo sia per effetto di choc esogeni – formula che si riferisce a eventi come le guerre, le rivoluzioni o altre vicende che interessano intere comunità – o per effetto di meno traumatiche trasformazioni del costume, spesso innescate dall’evoluzione del lavoro e delle tecnologie. Le generazioni più giovani, ad esempio, tendono a ostentare una familiarità comunicativa con sconosciuti – rivelatore è ancora una volta l’uso generalizzato del tu – in modo molto più estensivo degli anziani. Negli ambienti professionali vige una sorta di solidarietà-complicità di corporazione che può convivere con le più spietate forme di competizione carrieristica. Non si tratta di comportamenti ipocriti, opportunistici o ispirati a puro bon ton, bensì di precisi codici comunicativi di tipo “subculturale”.  L’universo giovanile è in larga misura identificabile con la comunicazione informatica, che alimenta l’illusione di una perfetta interscambiabilità dei ruoli sociali e occulta le persistenti appartenenze di status. Le gerarchie di vicinanza/lontananza che istituiamo, per esempio classificando in reti specializzate i nostri amici di Facebook, hanno poco a che fare con le tradizionali relazioni di tipo verticale o piramidale. Il cameratismo professionale serve invece a tracciare una demarcazione noi-loro a difesa di piccoli o grandi privilegi di status che accomunano la corporazione nel suo insieme al di là di ogni possibile divisione interna.

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 Stereotipi e personalità

La comunicazione subculturale risponde a logiche proprie di quelli che abbiamo chiamato gruppi di pari e che abbiamo già analizzato a proposito di comunità informali in declino, come quella del Maestro e della Parrucchiera in un ambiente di provincia degli anni Cinquanta-Sessanta. Già all’epoca, peraltro, la ricerca sociale aveva individuato non poche persistenze di stereotipi e pregiudizi subculturali anche in contesti urbani sviluppati come le metropoli degli Stati Uniti. Era ancora frequente, ad esempio, la riprovazione sociale esercitata nei confronti del doppio ruolo delle madri che si candidavano a “donne in carriera”. Si registravano poi fenomeni inquietanti, come l’elevata percentuale di suicidi in una categoria come i portieri d’albergo dell’elegante Quinta Strada di New York. La ricerca rivelò come le donne in carriera rappresentassero il bersaglio privilegiato dell’America profonda, tradizionalista e conformista, pronta a brandire la propria versione dell’etica familiare, in una sorta di vendetta di status, contro i ceti sociali urbani in via di crescente professionalizzazione. Quanto ai doormen della Quinta strada emerse come la loro frustrazione, pronta e precipitare nella depressione, riguardava l’incongruenza fra un reddito più che gratificante, garantito dalle laute mance di clienti facoltosi, e le modalità del suo procacciamento. Qualcuno degli intervistati confesserà ai ricercatori di essersi guadagnato una vita dignitosa togliendosi per decenni il cappello davanti a danarosi lestofanti o a gangster azzimati. Nei casi descritti si parlerà di incongruenza di status. Persone benestanti, i portieri dei grandi hotel, che in situazioni depressive vivono in forma esacerbata una sorta di mortificazione sociale. Signore in carriera costrette a subire un indebito stigma morale perché non sufficientemente aderenti al modello tradizionale di donna di famiglia. Le incongruenze di ruolo e di status presentano oggi profili radicalmente diversi. Il più frequente è quello dei giovani disoccupati dotati di elevato tasso di istruzione e spesso anche di qualificazione professionale.

All’epoca anche i nostri due saloni potevano ancora rappresentare interessanti casi di studio in una stagione di transizione. Quelle reti orizzontali di solidarietà e comunicazione identificavano possibili idealtipi (i maschi anziani e le “signore”), vale a dire, secondo la lezione di Max Weber (1864-1920), costruzioni astratte che isolano alcuni tratti ricorrenti (tipi) per designare gruppi, comunità o addirittura processi storici a vasto raggio (il capitalismo, il protestantesimo ecc.). Gli idealtipi sono fondamentali per l’indagine sociologica. Nei casi osservati, le comunità idealtipiche dei vecchi saloni erano entrambe minacciate dal mutamento culturale (l’emancipazione femminile, da un lato, il declino dei tradizionali ruoli patriarcali dall’altro). Il salone di Rodrigo, cinquant’anni dopo, offre alla clientela un paradigma unisex, fa propria la sfida delle tecnologie sino a produrne un uso scenografico e si rivolge a una clientela perfettamente congruente con le intuizioni di Elias sulla “società degli individui” o con la filosofia della società liquida descritta da Zygmunt Bauman (n. 1925). Vale a dire un sistema di relazioni a vastissimo raggio ma prive di punti di condensazione sociale, regolate da reti mediatiche e dominate da relazioni impersonali e instabili fra persone e gruppi. La comunità di Rodrigo rappresenta prima di tutto un universo connesso, sia nel senso letterale telematico sia in quello figurato di struttura a legame debole. In essa i legami relazionali sono altamente personalizzati e affidati all’efficienza del wi-fi più che a rapporti faccia a faccia.

Certamente il percorso che conduce ciascuno di noi all’assunzione dei ruoli e all’interiorizzazione dello status interagisce con la nostra personalità individuale. Abram Kardiner (1891-1981) ha distinto in proposito fra una personalità di base, che condensa tratti comuni a una cultura sociale (banalizzando, possiamo riferirci a quella degli “italiani”), e una personalità modale prodotta dalla maniera con cui attiviamo, valorizziamo o discipliniamo le nostre personali inclinazioni in rapporto alle aspettative professionali. Nel primo caso, ad esempio, gli italiani sono spesso rappresentati in forma stereotipica come tendenzialmente estroversi, inventivi, poco inclini al rispetto delle regole. La personalità modale connota invece l’esercizio di un ruolo specifico. Per scegliere esempi sportivi, è intuitivo che, al di là delle diverse caratteristiche fisiche richieste, la psicologia di un pugile e quella di una campionessa di pattinaggio artistico privilegiano attitudini, sensibilità e rappresentazioni del sé diversi. Non deprimendo ma ponendo in sinergia positiva le due personalità descritte da Kardiner, i singoli atleti possono esaltare al meglio le proprie capacità di riuscita. Il successo di due italiani di vasta popolarità internazionale, come Roberto Benigni e Valentino Rossi, si presta bene a delucidare il modello di Kardiner. L’artista fa appello alla personalità modale dell’attore, caratterizzata dall’attitudine a mescolare linguaggio verbale e corporeo, a trasmettere empatia e a elaborare in un’accattivante forma plebea contenuti culturali anche molto sofisticati. Il campione motociclista attinge al coraggio fisico, al perfezionismo tecnico e al talento nello spettacolarizzare la performance agonistica. Forse, però, il segreto del successo di entrambi sta nella capacità di far interagire caratteristiche proprie del ruolo professionale con sedimenti di quel carattere nazionale o personalità di base che chiamiamo, in mancanza di meglio, ”italianità”. Esso è nel nostro caso associato a determinate qualità: l’estroversione, la fantasia, la sensibilità estetica ecc.. Qualcosa di molto simile al modello di Kardiner è peraltro rinvenibile addirittura in un pensatore come Karl Marx (1818-1883) che affermava “…gratta l’uomo e trovi il tedesco”.

Occorre però grande cautela nel maneggiare queste rappresentazioni. I cosiddetti caratteri nazionali, come la personalità di base di Kardiner, non costituiscono tratti “congeniti” e nemmeno riproducono proprietà invarianti, che nemmeno il tempo e il mutare delle condizioni storiche riuscirebbero a modificare. Essi possiedono effettivamente una certa persistenza, che riproduce stereotipi etnici, altrettanto anacronistici e impropri di quelli legati alla condizione di genere o di età. Rappresentano tuttavia il prodotto di contingenze che le Scienze sociali sono in grado di ricostruire senza fare ricorso a interpretazioni “etnicistiche” e perciò sotterraneamente etnocentriche. Il culto tedesco per la precisione e la puntualità, ad esempio, è abbastanza recente come tratto della vera o presunta personalità di base di quel popolo.  Discende con certezza da quando, un paio di secoli fa, gli staterelli tedeschi e poi la Germania unificata sotto le insegne prussiane, dovette impegnarsi a colmare la distanza in termini di sviluppo industriale che separava la Germania da Paesi leader come l’Inghilterra e la Francia. È in quella fase che si afferma un sistema formativo rigido e fortemente selettivo, dove si sarebbe sviluppata una leva di tecnici e professionisti allevata a una sorta di teologia del rigore scientifico e della competenza tecnica. Non molto più tardi prenderà forma un esercito nazionale di leva privo delle motivazioni ideologiche della Nazione armata napoleonica e perciò, a maggior ragione, addestrato a una ferrea disciplina e al più intransigente rispetto delle regole e delle gerarchie. Modelli che confluiranno nella formazione di quel Beamtenstaat, lo “Stato del funzionario” analizzato da Weber, che ha potentemente concorso a creare e perpetuare nel tempo, con le sue forme di socializzazione, i tratti che oggi consideriamo salienti dell’identità culturale di quel Paese.

L’italianità è anch’essa, in quanto esito della nostra personalità di base, prodotto della cosiddetta socializzazione, a sua volta frutto di una storia antica e di più recenti contaminazioni. È la fiorente civiltà del mercato, spazialmente identificata nella piazza rinascimentale, che ispira comportamenti pubblici accattivanti e una inclinazione, mercantile ma funzionale, alla socialità e a una sorta di reiterato gioco seduttivo. È la millenaria cultura del teatro che, attraverso infinite rivisitazioni, genera quella sensibilità drammaturgica di cui sarà espressione la cultura delle corti aristocratiche urbane che abbondavano nelle penisola delle mille città. Nelle piazze si contrattavano da secoli i tessuti più eleganti e vivaci, fiorivano botteghe artigiane e laboratori artistici sconosciuti per numero e qualità in qualunque altra parte d’Europa. Come stupirsi del presunto, ma certamente non innato, senso estetico degli italiani? Così come è possibile che una sensibilità religiosa incline all’indulgenza, istituzioni municipalistiche e il privilegio accordato all’etica della comunità in un Paese privo per secoli di ordinamenti statali centrali, abbiano favorito, rispetto ad altri contesti nazionali, una maggiore tolleranza verso comportamenti lassisti nella sfera pubblica e forme di cultura civica vivaci, solidali ma non di rado refrattarie alle regole.

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Come costruiamo i ruoli

L’identità di ciascuno di noi si sviluppa dunque al crocevia fra psiche individuale e condizionamenti sociali. Ciò influisce anche nell’assunzione dei ruoli. Lo psicologo sociale George Herbert Mead (1863-1931) ha però individuato quattro dinamiche ricorrenti.

La prima riguarda l’assunzione formale, amministrativa, del ruolo. È quello che intende la prassi burocratica quando parla, ad esempio di “assunzione in ruolo” a seguito di un concorso vinto. Questa dinamica è chiamata role taking.

Con l’espressione role making G. H. Mead indica invece le modalità attraverso le quali interiorizziamo il ruolo. Per esempio adattando al lavoro il nostro abbigliamento, abituandoci a una certa scansione della vita quotidiana, adottando stili di comunicazione giudicati appropriati.

A volte, però, i ruoli vengono generati ex novo, soprattutto in ambienti interessati da importanti trasformazioni culturali e tecniche. Uno sviluppatore di algoritmi o un comunicatore d’impresa ricoprono ruoli e assolvono funzioni sconosciuti sino a pochi decenni or sono. Il nostro “consulente d’immagine” costituisce una variante interessante di questa tipologia, perché innesta una innovazione di processo (ricorso a competenze e tecniche di recente introduzione) su un’attività tradizionale. In questi casi parliamo di role creating.

Infine Mead ha isolato casi esemplari di role playing. Esso si riferisce a figure capaci di interpretare il proprio ruolo esattamente come l’attore dà vita a un personaggio inedito pur recitando un testo teatrale composto magari secoli prima. Michail Gorbaciov, il segretario del Partito comunista sovietico, eletto per preservare lo Stato e il partito dal rischio di dissoluzione, interpretò coraggiosamente il proprio ruolo rovesciando il mandato ricevuto e sancendo la fine del vecchio impero sovietico. Il role playing, a differenza del role creating che è in relazione diretta con l’innovazione tecnica (di prodotto o di processo) o con il cambiamento di gusti e stili di vita, è una prerogativa che ritroviamo di frequente nei cosiddetti leader “visionari” o precursori.

Sono molte e variegate le dinamiche di interiorizzazione dei ruoli e di acquisizione di uno status legato alla capacità di soddisfare le aspettative connesse ai ruoli.

Si è già fatto cenno alle incongruenze di ruolo e abbiamo osservato come in una comunità artificiale, la conventicola dei clienti del vecchio barbiere, si sviluppino riti di passaggio che scandiscono l’attribuzione dei ruoli. La disperazione dei portieri d’albergo ci ha introdotto al tema del conflitto e della funzione dei meccanismi di compensazione.

Sappiamo anche come la standardizzazione delle procedure di assegnazione dei ruoli professionali possa produrre effetti perversi. Le università nordamericane decisero negli anni Ottanta di contendersi i più titolati studiosi sul mercato per legittimare così un sostanzioso incremento delle tasse. Quel tipo di reclutamento ai ruoli docenti si tradusse in un fallimento: non pochi Premi Nobel, retribuiti a peso d’oro, si rivelarono del tutto incapaci di socializzare il proprio sapere e furono presto rimpiazzati con successo da colleghi meno prestigiosi ma più dotati di capacità comunicativa e di motivazioni alla didattica.

L’assunzione di ruoli che interessano tutti, come quello di consumatore o di elettore, è oggetto di specifiche analisi di mercato. Si tratta infatti di ruoli che producono facilmente e a vasto raggio effetti di interazione. Il tam tam dei consumatori circa la qualità di un determinato prodotto è più influente di tante costose campagne promozionali. Singole persone che godono del rispetto della propria comunità di riferimento (un paese, un club, un condominio) hanno un potere di influenzare il comportamento elettorale di molti indecisi. Le scelte demografiche di una famiglia non sono mai confinate nella sfera privata perché riverberano conseguenze su fondamentali politiche sociali.

È pero lo sport a rappresentare l’esempio più puntuale di una dinamica dominata dal gioco dei ruoli e dalla loro negoziazione. La relazione fra esercizio del ruolo tecnico e lo status socio-economico dell’atleta è paradigmatica nel caso di un campione di alta prestazione, come un grande giocatore di calcio. Ogni sport di squadra, poi, assegna e modifica ruoli tecnici che rispondono a caratteri specifici, come il fisico del giocatore o le sua attitudini psicologiche, ma anche a funzioni acquisite dalle esigenze della squadra. In ogni gioco di squadra esistono ruoli professionali e ruoli tecnici formalizzati che cambiano ed evolvono nel tempo e in relazione alla sfida da affrontare, alle tattiche da adottare o a circostanze non previste.

Soprattutto per gli sport individuali agisce invece la relazione istituita da Kardiner fra personalità di base e modale. Ogni disciplina valorizza specifiche attitudini modali e l’armonia con i modelli culturali interiorizzati con la personalità di base viene considerato un prezioso valore aggiunto. Il sociologo Charles Wright Mills (1916-1962) e lo psicologo Hans Heinrich Gerth (1908-1978), nel loro Carattere e struttura sociale(1953), si sono concentrati su un tipo particolare di ruolo, quello del leader, che si distingue dagli altri per una più stretta e diretta relazione con l’attribuzione di status. Essi ci descrivono così (i) il leader della routine, che trae legittimità dalla capacità di conservare e gestire senza soluzione di continuità le funzioni (mansioni) e le prerogative del potere che gli è conferito; (ii) il capo innovatore, che al contrario reinventa o reinterpreta il proprio ruolo, come nell’esempio del role playing da parte di personalità come Gorbaciov o Papa Francesco; (iii) il precursore, che elabora la missione collettiva annunciando una trasformazione radicale dei valori di riferimento e/o delle pratiche di governo metodi. Nella maggior parte dei casi documentati il leader precursore, come l’intellettuale rivoluzionario o il profeta di una nuova religione, non esercitano personalmente il potere bensì forniscono l’ispirazione ai successori che lo assumeranno concretamente. Ci occupiamo, insomma, dei cosiddetti ruoli di influenza. Per essere efficace, questo tipo di leadership – ne esistono diverse classificazioni, di alcune delle quali ci si occuperà più avanti analizzando il concetto di potere – deve essere esercitato con una certa continuità, produrre risultati visibili agli adepti e, ancora una volta, soddisfare le aspettative che i seguaci ripongono nell’autorità del leader.

    NICOLA PORRO