SOCIETÁ: LE PAROLE PER DIRLA (PARTE 2)

di NICOLA PORRO ♦ 

PARTE 2: I RUOLI, LO STATUS E IL SALONE DEL BARBIERE

Dal barbiere con mio nonno

Andai in prima elementare alla metà degli anni Cinquanta. Incaricato di accompagnarmi e riprendermi all’uscita da scuola era mio nonno. Sempre puntuale, impeccabilmente vestito con giacca e papillon, lo chiamavano l’Ingegnere. In realtà era stato un piccolo imprenditore edile e poi un funzionario del Genio civile del suo comune. Da pochi anni in pensione, aveva deciso di trasferirsi con mia nonna nella città di mare dove vivevamo, abbandonando la cittadina piemontese dal clima più rigido dove si erano stabiliti negli anni Trenta. Più o meno una volta al mese, uscendo da scuola (si faceva ancora il turno pomeridiano), andavamo insieme dal barbiere. La bottega distava poche centinaia di metri dalla scuola e io vi arrivavo indossando ancora il mio grembiule nero con fiocco azzurro. Spesso era imbrattato di gesso – che si vedeva di più sulle nostre divise scure – o di inchiostro, che invece risaltava di più sui bianchi grembiulini delle nostre coetanee, ingentiliti dal fiocco rosa. All’epoca anche nella scuola primaria le classi erano rigorosamente divise per sesso.

La bottega del barbiere era invece uno spazio inflessibilmente presidiato dagli stili di vita dei maschi adulti. Appena entrati, si era presi alla gola dal fumo che ristagnava in una cortina di nebbia azzurrina e puzzolente. Mio nonno contribuiva accendendo immediatamente il suo mezzo toscano.  Il barbiere gli si rivolgeva chiamandolo Ingegnere e dandogli del lei. Mio nonno l’Ingegnere aveva in simpatia quell’uomo più o meno della sua età e di temperamento affabile, ma gli dava del tu e mai pensò di concedergli maggiore confidenza. Il signor Feliciano, Maestro barbiere, era coadiuvato da un giovane praticante che gli si rivolgeva con deferenza dandogli del lei e questa volta era il Maestro a rispondere usando il tu.

2_nonno

 

Per tagliarmi i capelli venivo fatto accomodare su una specie di seggiolone sormontato da una testa di cavallo che doveva simulare un pony da cavalcare.  Per un po’ il gioco mi divertì. Crescendo, però, cominciò a disturbarmi il fatto di essere confinato a distanza dai maschi adulti e relegato nello spazio simbolico dell’infanzia. Finalmente, avrò frequentato la terza o la quarta elementare, venni ammesso alla poltrona dei grandi, munita a mio uso di qualche voluminoso cuscino. Per il salone circolava un ragazzino poco più grande di me, il nipote del Maestro, la cui sola incombenza consisteva nello spazzolare le spalle dei clienti dopo il taglio e ramazzare alla buona i capelli rimasti a terra. Nelle pause, sedeva muto in un angolo con il suo giornaletto o si allontanava per ordinare un caffè per i più grandi. Era il solo a beneficiare di una mancetta a fine servizio. I clienti attendevano il loro turno scambiandosi qualche parola su argomenti generici come il tempo, l’andamento del campionato di calcio o le malefatte del governo. Solo quello che chiamavano il Rappresentante approfittava della situazione per infliggere agli astanti un resoconto aggiornato delle sue avventure galanti corredato da una personale hit parade delle case d’appuntamento nazionali che aveva avuto modo di frequentare.  I meno interessati sprofondavano nella lettura dell’unico quotidiano a disposizione, il Corriere dello sport del giorno prima, o sfogliavano le pagine consunte della piccante rivista Le ore.

Le signore andavano invece dal Parrucchiere e a loro era riservato un repertorio di letture più ampio, visto che le attendevano ore di cottura a fuoco lento sotto immensi caschi metallici. Si trattava di riviste rigorosamente “femminili”, nell’accezione politicamente scorretta del termine allora imperante.   Pubblicazioni dedicate per intero agli ultimi flirt di attrici o principesse o alla rassegna di modellini sartoriali in carta velina facilmente replicabili dalle più volenterose. La chiacchiera quotidiana dalla Parrucchiera (ma poteva trattarsi di un Parrucchiere, in questo caso anch’egli promosso Maestro) seguiva un copione collaudato, che prendeva le mosse da una consultazione sull’identità della sconosciuta cliente appena uscita dal salone. Si proseguiva con qualche pettegolezzo d’ordinanza. Ci si concedevano occasionali suggerimenti gastronomici. Si celebravano corali lamentazioni su vita familiare, relazioni condominiali e corpo docente dei figli. Le clienti che si sottraevano al rito della chiacchiera quotidiana guadagnavano una posizione appartata, sprofondando nella lettura di qualche libro o delle dispense da preparare in vista di un prossimo esame universitario. Le consideravano delle snob.

Nei saloni maschili fu a lungo possibile imbattersi in un oggetto ripugnante: la sputacchiera. All’epoca i maschi adulti, a differenza delle loro compagne – le sputacchiere per signora erano inimmaginabili -, sembravano avere bisogno di scatarrare con grande frequenza. I barbieri provvedevano di conseguenza collocando in posizione strategica accanto alle poltrone ciotole metalliche riempite di sabbia o segatura. Molti anni dopo, nel corso di un viaggio in Cina – dove oggetti simili facevano ancora bella mostra di sé nei locali pubblici – mi domandai come mai le sputacchiere fossero sparite da noi quasi all’improvviso attorno ai primi anni Sessanta. 3_civiltaE come mai gli italiani si fossero, in un certo momento della storia nazionale, emancipati da quella imbarazzante usanza pubblica, ancora diffusissima negli anni della mia infanzia.
Ci vorrà la scoperta della sociologia storica di Norbert Elias (1897-1990) e le sue riflessioni sulla civiltà delle buone maniere per svelarmi anni dopo l’arcano. Restate con noi: sulla questione ritorneremo più avanti.

Sotto le feste il Maestro infilava con sguardo complice nel taschino dei clienti, ricevendo per ricevuta un ammiccamento malizioso, un minuscolo calendario tascabile. Emanava uno stomachevole profumo dolciastro e conteneva un peccaminoso repertorio di bellezze discinte. I clienti lo scorrevano con finto distacco e quasi tutti prendevano parte al referendum, promosso dal praticante, sul mese più sexy dell’anno. I dati venivano aggiornati all’istante e i risultati erano noti la sera stessa del voto: meglio dell’Italicum! Quando la comunità degli adulti mi invitò a partecipare per la prima volta alla consultazione frequentavo il ginnasio, il Maestro non c’era più e ormai dal barbiere ci andavo da solo. Votai per il mese di marzo: una rossa procace dagli occhi di un improbabile colore viola. Il Rappresentante, che la perfida senatrice Merlin aveva frattanto privato degli adorati bordelli, condivise la scelta. Il mio rito di passaggio alla comunità dei maschi adulti era compiuto. Dopo la scomparsa del Maestro la proprietà passò al figlio, che ne affidò la conduzione all’ex praticante. La successione dinastica proseguì con il concorso del nipote adolescente, presto promosso seconda forbice.

Chi si trovasse oggi a transitare davanti all’antica bottega non la riconoscerebbe di certo. All’esterno campeggia rutilante l’insegna “Rodrigo consulente d’immagine”. La clientela è di entrambi i generi. Vetrine splendenti illustrano i prodigi di creme per il viso, depilazioni laser e trattamenti tricologici specializzati. Non trovi nessuno impegnato a chiacchierare. Tutti col naso all’insù a seguire le news di Sky o all’ingiù a smanettare sullo smartphone. Per gli irriducibili della carta stampata ci sono Vanity Fair, Abitare e L’Espresso della settimana prima. Pochi se ne servono. La digitalizzazione dell’esistenza favorisce una comunicazione introspettiva, che naviga a scala planetaria ma si rivolge a un universo di solitari. Rodrigo, Maestro regnante, è un intraprendente trentacinquenne. È il figlio del ragazzino che sessant’anni prima portava i caffè, spazzolava la schiena ai clienti del nonno e sarebbe stato più tardi investito, nella fase di interregno, del ruolo di seconda forbice. Rodrigo non ama tuttavia appellarsi ai diritti dinastici. Preferisce rappresentarsi come l’uomo dell’innovazione: il “consulente d’immagine” di cui la comunità cittadina aveva inconsapevole bisogno. Appena entri nel suo salone hi tech ti fa accomodare nel laboratorio immagine, dove una graziosa estetista ti scatta subito una foto con lo smart. Possiede la stessa imperiosa tempestività con cui negli studi dentistici di nuova generazione ti sottopongono a un’ortopanoramica in alta definizione prima ancora che tu possa spiegare che sei lì solo per rintracciare il maleducato che, parcheggiando in doppia fila, ti impedisce di uscire dal posteggio.

Dopo qualche minuto Rodrigo e l’estetista celebrano un rito epifanico: sullo schermo di un maxicomputer scorre una fantasmagorica sequenze di facce (la tua) sottoposte a tutte le possibili variazioni estetiche di cui un bravo consulente d’immagine è capace. Colore, taglio, sfumatura, orientamento della riga: tutto è trattabile. Ma la sanzione morale che potrebbe colpire chi si trovasse a dissentire dai consigli del team induce alla massima prudenza. Del resto, a che ti serve altrimenti un consulente d’immagine? A te basta metterci la testa. E una non insignificante manciata di euro.

I ruoli: famiglia, socializzazione, gruppi di riferimento

Il raccontino offre una miniera di spunti per isolare i cosiddetti costrutti che aiutano a spiegare i processi sociali. Pur nella libertà concessa alla sua esile  trama narrativa, non contiene nulla di inventato. Anche i dettagli descritti, persino il papillon indossato da mio nonno, possono essere indagati attraverso categorie proprie delle scienze sociali. Cominceremo perciò a scomporre le tessere del mosaico per ricomporle man mano in un sommario disegno sociologico.

I personaggi di cui abbiamo raccontato ricoprono tutti molteplici ruoli. Per Ralph Linton (1893-1953) – il primo studioso che provò a elaborare una compiuta teoria dei ruoli – questi ultimi rappresentano posizioni sociali che rispondono a una o più funzioni. Nella prospettiva della sua ricerca, definita funzionalistica, i ruoli ci assegnano diritti, obblighi e responsabilità. Inducono inoltre negli altri aspettative che ciascuno di noi si sforzerà di soddisfare per dimostrarsi all’altezza del compito. I ruoli, insomma, non rappresentano soltanto delle maschere, anche se possono essere variamente “giocati”, personalizzati e interpretati. Ogni ruolo implica una forma di interiorizzazione ed esige il rispetto di regole e comportamenti che acquisiamo attraverso quello che viene chiamato il processo disocializzazione.4_maschere

L’approccio di Linton, e più in generale quelli ispirati alla scuola funzionalistica, sono stati variamente criticati e sostanzialmente superati dagli sviluppi della ricerca. Conducono spesso, infatti, a rappresentazioni formalistiche,  scarsamente fecondate dall’indispensabile contributo della ricerca storica. La quale ci porta in dote la coscienza della varietà e della complessità delle condotte umane. Occorre però evitare il rischio di gettare via il bambino con l’acqua sporca. Consapevoli dei limiti e dei rischi del funzionalismo, non possiamo rinunciare all’analisi di quelle funzioni sociali che regolano la nostra stessa esistenza, facendoci intuire l’agire di dinamiche collettive a più ampio raggio e aiutandoci a dar loro una più ordinata classificazione. Va precisato tuttavia che i ruoli sono molteplici e mutevoli. Ciascuno di noi ne assume una quantità nel corso della vita, ma alcuni possiedono una maggiore densità e persistenza rispetto ad altri. Fra i personaggi del racconto, ad esempio, esistono legami familiari che producono relazioni: la mia con il nonno, quella del garzoncello con il barbiere ecc. Questi ruoli, chiamati parentali, riflettono le modalità con cui la famiglia in cui siamo cresciuti ci ha trasmesso, con maggiore o minore rigore e in rapporto ai modelli culturali prevalenti, alcune rappresentazioni sociali fondamentali. Per esempio inculcandoci il rispetto per gli anziani e per le gerarchie di autorità in seno al gruppo familiare. Modelli che si sono trasformati radicalmente nel tempo come effetto del cambiamento sociale. Non è dimostrabile, ad esempio, che i giovani siano oggi meno rispettosi di un tempo nei confronti degli anziani (“ai miei tempi…”). È però innegabile che l’autorità dell’anziano è più solida nelle società “dell’eterno ieri” dove per millenni si sono tramandate di padre in figlio le stesse attività lavorative. Nelle comunità tradizionali il prestigio dell’età discende dal fatto che nell’anziano riposa un sapere immobile ma ancora vitale e una memoria di esperienze affidata alla vita vissuta. In mancanza di guide fai da te o di istruzioni via Internet, era ai ricordi del vecchio, agli eventi passati di cui poteva conservare memoria, che comunità agricole, spesso illetterate, facevano appello per fronteggiare un’emergenza ambientale potenzialmente devastante. Società rivoluzionate dall’innovazione tecnologica premiano al contrario la mobilità professionale, il continuo evolvere delle competenze e delle tecnologie,  deprimendo i saperi consuetudinari di cui l’anziano era il depositario privilegiato. È più frequente ai giorni nostri imbattersi in un anziano che implora l’aiuto del nipote adolescente per sbloccare la sim del suo cellulare che non incontrare un adolescente interessato a imparare dal nonno come mettere in salvo le galline in caso di alluvione.

Nel racconto, il giovane praticante mostra deferenza verso il Maestro che gli sta trasmettendo il “mestiere”. E questi, a sua volta, ha rispetto di mio nonno per il suo ruolo professionale (l’Ingegnere) o meglio, come si dirà fra poco, per lo status sociale che a questo si associa. Mio nonno, a sua volta, rinforza questa gerarchia di ruoli con la cura dedicata alla propria immagine pubblica di professionista in quiescenza. La comunità del salone, che non presenta nessuna attinenza con le vecchie comunità rurali, lo riconosce nel ruolo di “anziano competente”. Tale riconoscimento di identità sociale è rinforzato dal suo stesso look. Quello di indossare il papillon, ad esempio, non costituiva un vezzo un po’ stravagante. In quanto (ex) professionista mio nonno non poteva rinunciare a un simbolo di status come la cravatta. Era stato però un tecnico abituato a trascorrere lunghe ore piegato su un tavolo da disegno ingombro di mappe e planimetrie, tutte disegnate a mano con l’inchiostro di china. Troppo pericolosa una cravatta lunga che in un momento di distrazione, oltre a macchiarsi irrimediabilmente, avrebbe potuto rovinare il lavoro di ore. Ecco come un simbolo di status sociale (la cravatta) può associarsi a un codice professionale: l’uso del papillon che, sino all’avvento della moda casual e dei programmi di AutoCad, accomunava la grande maggioranza di architetti, ingegneri, geometri, e disegnatori in genere.

I codici comportamentali collegati all’esercizio dei ruoli e al riconoscimento di status variano da società a società e si trasformano nel tempo. Le comunità di riferimento, come nel nostro caso i cosiddetti gruppi dei pari (la comunità di maschi adulti che frequentano il salone o quella delle signore dalla Parrucchiera), concorrono perciò in qualche modo a trasmettere le regole del gioco sociale. Fondamentale è però la funzione delle  principali agenzie di socializzazione (a cominciare dalla famiglia e dalla scuola). Esse sono tutte finalizzate alla nostra crescita individuale come membri della società. Non tutte però ci preparano in egual misura ad adattarci alle esperienze di socialità con cui entreremo in contatto nel corso della vita. Comunità chiuse, culture fondamentalistiche, gruppi preoccupati soprattutto di difendere e trasmettere un’eredità identitaria ritenuta immodificabile, tendono a monopolizzare l’esperienza di socializzazione, e a confinarla nella stagione esistenziale che precede l’età adulta.

Contesti sociali aperti, orientati all’inclusione e una rappresentazione del cambiamento come risorsa e opportunità anziché come minaccia, aiuteranno l’integrazione in nuove esperienze di relazioni sociali. Tenderanno anche a forme di socializzazione differenziate, ma protratte per tutte le età della vita. Fra le funzioni di questi gruppi di pari c’è anche quella di surrogare forme di socialità scomparse o in declino. Le “comunità del salone” descritte nel racconto, temporalmente ubicate nel secondo dopoguerra, surrogano reti di vicinato o comunità di lavoro che si andavano dissolvendo con il declino della cultura contadina. Così come, ai giorni nostri, l’appartenenza alle reti dei social telematici dà vita a comunità artificiali che evocano l’universo di Pascal in cui il centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo. Sociologicamente parlando, creano un nuovo tipo di comunità immaginate. Questa espressione fu coniata in origine da Benedict R. Anderson (1936-2015) per descrivere quel sentimento di appartenenza a un’entità vasta e tendenzialmente anonima – dello Stato di cui siamo cittadini non possiamo conoscere che una minima parte dei suoi componenti – prodotta dalla formazione degli Stati Nazione. Un processo simbolico-culturale, oltre che politico e talvolta militare, che aveva perfettamente sintetizzato Massimo d’Azeglio dopo l’unificazione del Paese: “Abbiamo creato l’Italia, ora creiamo gli italiani”.

Il sociologo spagnolo Manuel Castells (n. 1942), analizzando la contemporanea società delle reti, istituisce un’ardita connessione fra due passaggi epocali della modernità: quello che nell’Ottocento segnò l’avvento delle Nazioni contemporanee e quello scandito dall’avvento di società immateriali come i network planetari. Nel primo caso si produce un’identità artificiale quanto poderosa ed emotivamente calda, sino a generare quel sentimento nazionale che trova espressione rudimentale in occasione di rituali collettivi: si pensi all’impatto emotivo esercitato dall’esecuzione dell’inno nazionale prima di un decisivo incontro calcistico internazionale. Nel secondo, al contrario, domina un processo di dilatazione della sfera relazionale sino a comprendere virtualmente l’intero pianeta e a dar vita a sconfinate quanto impersonali reti di comunicazione. In entrambi i casi opera una sorta di dinamica surrogatoria che produce economie relazionali alternative. Possiamo ricostruirle isolando la trasformazione nel tempo di comportamenti e stili comunicativi fra i frequentanti gli ambienti che abbiamo descritto. Il cambiamento, insomma, agisce disintegrando la costellazione dei vecchi ruoli e modificando i criteri di definizione degli status. Allo stesso tempo, tuttavia, non può fare a meno di surrogarne le funzioni essenziali.

Comunità più o meno immaginate

Anche i ruoli parentali sono molto numerosi. Una stessa persona ne può ricoprire molti. Mio nonno, ad esempio, è anche il padre di mia madre, il marito di mia nonna e il suocero di mio padre ed è stato figlio dei suoi genitori e via proseguendo. Alcuni di questi ruoli sono ascritti, cioè li riceviamo alla nascita senza avere minimamente concorso a definirli. Nessuno di noi ha scelto i propri genitori, i nonni o i fratelli maggiori. Però quell’appartenenza familiare costituisce un importante e indelebile ruolo ascritto. La biologia provvede invece ad attribuirci un ruolo sessuale: maschio o femmina. Sarà però la comunità in cui cresceremo e la nostra interazione con la più ampia società a fare di noi molto di più che dei maschi e delle femmine, come avviene invece nel regno animale. Possedendo non solo una natura biologica (che presiede ai puri ruoli sessuali), ma anche una cultura sociale, noi elaboreremo, nelle forme che ci saranno suggerite dalla nostra socializzazione, i ruoli di uomo e di donna in quanto ruoli di genere. Questi ultimi sono sottoposti a complesse dinamiche culturali che possono modificarli, nel tempo e nello spazio, in relazione ai modelli sociali prevalenti.5_margaretmead L’antropologa Margaret Mead (1901-1978), mettendo a confronto società industrializzate e società (impropriamente) definite “primitive”, ha evidenziato la comune tendenza a trasmettere i ruoli di genere come forme culturali specifiche, prodotte dalle differenti culture in funzione della ragione primaria di sopravvivenza e perpetuazione della comunità.

 

 

La nostra comunità di maschi adulti, i clienti del Maestro, costituisce una specie di società in miniatura. In essa convivono due funzioni esplicite (o manifeste): la cura della propria persona da parte dei clienti e l’attività lavorativa degli artigiani che vi provvedono. L’altra, per così dire sotterranea o latente, consiste nel preservare nel tempo quell’embrione di comunità ancora evidentemente capace di fornire qualche risposta a bisogni di comunicazione e di relazione fra “pari”. In una comunità di soli uomini – per lo più già alle prese con problemi prostatici che occupavano una parte non trascurabile della comunicazione interna (in group) -, la coltivazione di un’identità maschile tradizionale trovava un facile terreno di coltura, facendone quasi una trincea subculturale. Le fantasie erotiche, millantate per esperienza  vissuta, con cui il Rappresentante perseguitava i membri della confraternita, come i commenti che accompagnavano la visione dei repertori fotografici della rivista, costituivano a ben vedere patetici tentativi di confermare un’identità virile minacciata contemporaneamente dall’età e dal mutamento culturale. La mia stessa ideale cooptazione nel gruppo avviene attraverso un rito di iniziazione che solo la sua totale informalità sottrae al ridicolo. Pratiche che la sociologia di genere contemporanea avrebbe etichettato come tipiche strategie di rinforzo identitario: il cosiddetto male bonding.

Vale anche la pena di tornare alle uniformi scolastiche. Il differente colore dei grembiuli dava enfasi cromatica a una rigorosa distinzione di genere che si manifestava addirittura logisticamente: le aule dei maschi al piano superiore del grande edificio che ospitava la nostra scuola, quelle delle femmine al piano inferiore. La differenza di genere andava sottolineata proprio per rafforzare e perpetuare i modelli culturali di riferimento culturali che la ispiravano. Il prete che provvedeva alla nostra elevazione spirituale nell’ora di religione ci spiegava inoltre come l’uniforme assolvesse anche una funzione socialmente edificante. Serviva infatti, a suo parere, a rendere un po’ meno evidente le ancora acute differenze sociali, evitando il confronto fra il look dei piccoli benestanti e quello dimesso dei poveri (che costituivano una larga maggioranza degli alunni).

Anche le clienti della Parrucchiera operavano a loro modo pratiche di rinforzo di un’identità di genere di tipo subculturale (in sociologia la parola subcultura non è sinonimo di sottocultura e non ha significato dispregiativo: indica semplicemente l’esistenza di modelli culturali e comportamentali che caratterizzano un determinato gruppo umano appartenente a una più vasta comunità sociale). La stessa inclinazione al pettegolezzo, ad esempio, esprimeva il bisogno di confermare qualche forma di controllo sociale da parte di gruppi sociali urbani, come le casalinghe, che più delle donne in condizione lavorativa subivano il contraccolpo del progressivo sfaldarsi delle precedenti comunità di riferimento: la famiglia patriarcale, le reti di vicinato, la comunità parrocchiale. Nel corso dei decenni precedenti, l’inurbamento e l’industrializzazione avevano modificato in profondità anche le relazioni familiari e i rapporti fra i sessi. La figura della casalinga, ad esempio, è un prodotto della modernità industriale. Era del tutto ignota alla società contadina dove nessuno – nemmeno i molto giovani o i molto anziani – erano tecnicamente definibili come “senza lavoro”.

Il tema dell’identità, del rapporto fra individuo e gruppi di riferimento che concorrono a definirla, della nascita e della preservazione nel tempo di pregiudizi e stereotipi, è cruciale per la ricerca sociologica. Fondamentale è soprattutto ricostruire i significati che associamo ai cosiddetti profili identitari che ci riguardano: dall’appartenenza nazionale al tifo calcistico, dai club di élite alle bande criminali, dalle reti amicali a distanza come Facebook alle organizzazioni di azione volontaria meglio strutturate. Se ne parlerà più avanti soffermandoci sui gruppi, le organizzazioni e le classi sociali. Nella prossima sezione accenneremo invece a quelle pratiche culturali che si connettono più direttamente all’esercizio dei ruoli sociali e alle acquisizioni di status per rinforzarli, confermarli, negarli o rimodellarli.

NICOLA PORRO