MILLE E UNO MURI – è il muro che fa la differenza

 

di LUCIANO DAMIANI ♦
Qualche mattina fa, per colazione, mi sono letto l’articolo di Paola Ceccarelli sul Texas e le elezioni del Presidente degli States, i Texani i Messicani ed un muro in mezzo. Il giorno prima un collega, di ritorno dalla Germania, mi raccontava dei preparativi per ricordare la caduta del “Muro  di Berlino”, si ricorda il 9 di novembre ma in realtà è cascato un pezzo alla volta. La domenica precedente visitando l’Outdoor Festival 2016, una sorta di evento artistico o di mostra, non saprei ben dire, mi sono imbattuto in un altro muro.
La mostra/evento si sviluppa all’interno di una caserma abbandonata, in via Guido Reni a Roma. Capannoni e spiazzi ospitano performance esposizioni ecc.. In questo caso i muri che prima “racchiudevano” ora si sono aperti alle applicazioni artistiche, sono muri “accoglienti”.dami-1
Durante la visita sono capitato in un angolo all’aperto dell’area museale, se così si può dire, tutto colorato in nero con una gigante scritta sui muri: “ #mural “ ed una sulla strada, nera anch’essa: “ #floor#.
Il pensiero riflesso del momento fu una cosa tipo: “siamo tutti hashtag”. Come ho detto, nei giorni seguenti, la riflessione s’è spostata dall’hashtag sul muro, ai muri. Dopo la colazione con l’articolo di Laura Ceccarelli, me ne sono andato al lavoro, una decina di minuti a piedi, ragionando sui “muri” e sui loro mille volti e ai mille effetti che producono.Certo, il muro di Berlino evoca sofferenza e morte. Fa ragionare su come i muri creino ed alimentino le differenze. Al di la delle questioni di regime, da un lato e dall’altro del muro ci sarà sempre chi progredirà e si trasformerà più velocemente di chi sta dall’altro lato. Da un lato si prenderà una strada e dall’altro un’altra, è inevitabile quanto più il muro è spesso. Il muro è impermeabile, non passano influenze e la maggior ricchezza, in senso lato, non passa dall’altro. L’effetto più evidente dei muri, pare sia l’incremento della diversità, più si è divisi più si è diversi. Si è diversi non solo nel portafogli ma anche dentro, nell’animo e nel cervello. Il pensiero infatti va a quei muri che separano il bel mondo nostrano dal mondo migrante, pare che più cerchiamo di alzare muri respingenti più le differenze crescano e con esse le paure. Ecco, un’altra tipologia di muro, ancorché fisicamente reale o ideologico è quello che ti protegge, quello che ti rende salvo dall’invasione del brutto cattivo e sozzone, quello che ti protegge dalla paura di perdere il lavoro, di precipitare nella povertà di un futuro di degrado, a maggior ragione se hai figlie femmine, si sa i neri ce l’hanno tanto grosso e non parliamo delle malattie, gli islamici poi non hanno il minimo rispetto per le donne e per la vita umana in genere.In questi giorni, anni fa, mattone dopo mattone un muro è stato abbattuto, ora, per questo, ci sono meno “diversi” in giro per l’Europa, ma pare che altri muri si siano alzati in questi anni. Quello in Palestina più che un muro mi pare una ferita sanguinante, un solco nei cuori e nelle anime. Mi racconta mio figlio di uomini e donne armate che, con l’arroganza tipica delle armi, decidono se puoi andare a casa o meno, se puoi andare all’ospedale o se puoi essere cittadino nella tua terra, magari soffrendo perquisizioni poco rispettose. A volte il muro è una rete che protegge i passanti di Hebron dai lanci di pietre e spazzatura dai piani più alti abitati dagli “altri”.
dami-3
Il muro però protegge, il muro è un sollievo per la paura nell’animo della gente, paura di perdere quel tanto di benessere e sicurezza sociale magari faticosamente conquistati, c’è del buono nel muro, i figli di Israele non hanno forse il diritto di proteggersi quanto più la minaccia è grave? E quindi la domanda sorge spontanea, direbbe qualcuno: “è condannabile il desiderio di sicurezza?”  Non so, ma mi toglie dallo stallo del dubbio la considerazione che il muro è anche finalizzato a mantenere il potere attuale nelle sue forme. Così come a Berlino, gli attuali muri anti-migrante sono alzati in europa da quei governi che cavalcano le paure della gente per mantenere la propria quota di consenso ovvero il “potere costituito”, quello cui serve alimentare sempre il consenso del suo elettorato, un po’ come ile dittature hanno bisogno di sempre nuove conquiste per essere “amate”, altrimenti sarebbe solo trista dittatura destinata a crollare. Tornando ad un articolo letto in questo blog mi viene da dire che il doping di stato non è bastato a far digerire il muro ed il suo regime.
Non è che i governi non siano capaci di strategie diverse, è che proprio non le cercano, non rischiano. Ciò mi conferma quello che ho sempre pensato, “il pesce puzza dalla testa”. Voglio dire che se da una parte è legittimo e comprensibile il timore della gente, magari già avviata ad un futuro più precario dalle crisi economiche di questi tempi, dall’altra, chi governa, dovrebbe avere il coraggio di progettare, decidere ed affrontare le sfide dei tempi e non la codardia di chi alza i muri facendosi forte delle paure e delle ansie della gente, ancorché motivate e comprensibili. Il coraggio di rischiare il consenso non te lo puoi dare, più o meno la stessa cosa diceva Don Abbondio.
dami-4
Tornando a casa torno a ragionare sul #mural #floor, di Outdoor 2016, la spiegazione dell’autore richiama l’idea di un mondo categorizzato. Infatti l’ashtag è una specie di “appunto” composto da una funzione informatica, hash, il cancelletto, seguito da una parola o breve frase che indica la categoria a cui appartiene il testo al quale abbiamo applicato, appunto, l’hashtag. Se io usassi quindi un hashtag in questo mio articolo, lo racchiuderei in un gruppo, in una scatola fra mille altre tutte identificate dal proprio hashtag scritto sulle sue pareti, a prescindere dal contenuto e dalla sua complessità. Allora mi viene da pensare che siamo tutti hashtag, sarebbe come dire che siamo tutti incasellati, categorizzati, racchiusi da muri informatici ma sempre muri, ma quello che mi preoccupa è che lo siamo non per la nostra essenza ma per l’hashtag che gli abbiamo applicato. I lavoro in ambiente militare ma non porto le stellette. al mattino all’ingresso timbro da una parte, i militari da un’altra, si vede che sulla schiena ho scritto #civile in un mondo di #militari. Insieme ma diviso, separato. Sembra un concetto da poco ma credo sia piuttosto pregno di significato. Incredibile! Se a questo articolo applico l’ashtag #carbonara tutti coloro che si occupano di carbonara lo leggeranno, ma non c’entra nulla. Ma allora tutti quelli che stanno da una parte o dall’altra del muro non sono quello che sono ma l’espressione del muro, quello che c’è scritto sopra. Allora il messicano non è un uomo con la sua intelligenza, la sua sensibilità e le sue ansie diverso dal suo vicino, il messicano è un messicano, il migrante è migrante pure quando non migra, l’italiano è spaghetti chitarrina, i nativi dell’africa nera sono “gnam gnam”, (ricordo della strage di Kindu) e così via.
Insomma questo mondo, che è stato capace di buttare giù il muro di Berlino, senza forse accorgersene, invece di comprendere e di essere comprensivo, ovvero di comprendere in se tutte le diversità e farne tesoro, affronta le sfide complesse rincorrendo la cosa semplice, cosa c’è infatti di più semplice che alzare un muro? E’ solo una questione di soldi, giusto il costo del materiale e della mano d’opera. Cercare e perseguire soluzioni che contemplino tutte quelle belle cose di cui si parla è assai costoso, specie in termini di consenso, ed impegnativo. Così è per la frenesia della informazione, molto più semplice considerare un’etichetta che chiedere ad un motore di ricerca di comprendere l’essenza ed il vero tema di un pensiero articolato. Cosa c’è di più semplice di applicare ad un pensiero complesso un hashtag per identificarlo? La validità di un motore di ricerca pare sia nella sua velocità, preferirei qualche secondo in più e fare a meno degli hashtag, del resto non ne ho mai fatto uso.
Anche la politica è tutta un hashtag, in questi giorni ci sono quelli che #se vince il si…. e quelli che #se vince il no… Più o meno tutti raggruppati dentro scatole invisibili una con la scritta SI ed una con la scritta NO. Leggere i post su FB non è tanto diverso dall’ascoltare i talkshow. Il confronto politico, più che un confronto pare un assedio reciproco con gli eserciti separati da un muro da abbattere. Qualcuno mi dica che abbattuto un muro non se ne tirerà su un’altro.Il muro di Berlino e venuto giù, in questi giorni dell’8 9 le famiglie si sono ricongiunte, le differenze si sono risolte con un grande sforzo, il muro seppellito forse per sempre. Pare che abbia insegnato poco però, la capacità di innalzare muri pare invece migliorare sempre, mentre quella di abbatterli pare scordata.
Volendo fare il bilancio fra muri abbattuti e muri innalzati credo che il risultato sarebbe tremendo, quindi evito e mi limito a quelli ricordati in questo articolo. Ma permettetemi di ricordare ancora il muro d’acqua salata che ci separa dal Continente Africano, il muro oltre il quale abbiamo gettato la nostra monnezza, le nostre armi e tutto ciò di cui sentiamo il fastidio, ricevendone tutto ciò che abbiamo e riusciamo a strappar via dai minerali alla materia per biogas e via dicendo. Ma questo muro d’acqua è venuto giù senza che lo abbiamo voluto, per cui il vuoto di progetto fa paura e non riusciamo che attaccarci all’idea di ricostruire il muro.Ecco insomma…  meglio andare a lavorare in macchina e togliere tempo ai pensieri di allacciarsi gli uni agli altri, meglio lasciarli, ognuno per proprio conto, più facile trovarne il senso. Ognuno per proprio conto, se li colleghi tutti uno con l’altro ti rendi conto dell’inadeguatezza di noi uomini a vivere, meritandolo, in questo meraviglioso, perché è pur sempre meraviglioso, mondo.
LUCIANO DAMIANI