QUESTI FANTASMI…. DI ALGORITMI

di LUCIANO DAMIANI 

Spesso mi capita di pensare di essere “giovane dentro”, per tanti motivi che non sto qui a dire. Essendo, quindi, giovane, ho un rapporto confidenziale con la tecnologia, o meglio cerco di mantenerlo. Dico “cerco” poiché a dispetto del giovane che è in me, le mie sinapsi mostrano qualche difetto, insomma le informazioni binarie 10001011001110001110001001 ogni tanto si inceppano e comunque viaggiano certo più lentamente del mutare del mondo. E’ naturale. Ma gli stimoli comunque arrivano e sortiscono i loro effetti e, non poteva essere diversamente, l’articolo sulla “minaccia fantasma” di Roberto Fiorentini ha avuto la capacità di stimolare i miei ragionamenti, che hanno preso a considerare il mio rapporto con gli algoritmi, i miei incontri ed i miei scontri, sempre d’attualità. La lettura, poi dei commenti, ha ancora alimentato il mio ragionare.
Sono andato a vedere cosa dice la Treccani in merito al termine. In buona sostanza si tratta di un insieme finito di operazioni deputato a fornire un certo risultato, più o meno come la macchinetta con la fessura nella quale si infila la moneta, poi si gira la manopola e la macchinetta distribuisce la gomma, la caramella, la biglia con la sorpresa e via dicendo, ecco l’algoritmo funziona così, ci si ficcano le informazioni e lui sputa la sentenza.

La definizione n. 3 della Treccani:

“In logica matematica, qualsiasi procedimento «effettivo» di computo di una funzione o di decisione di un insieme (o predicato), cioè qualsiasi procedimento che consenta, con un numero finito di passi eseguiti secondo un insieme finito di regole esplicite, di ottenere il valore della funzione per un dato argomento, o di decidere se un dato individuo appartiene all’insieme (o soddisfa il predicato).”

Ecco, l’algoritmo cui accennava Roberto, riguardo le assunzioni, risponde benissimo alla definizione n.3 della Treccani: “o di decidere se un dato individuo appartiene all’insieme (o soddisfa il predicato)”.
A volte pare che le aziende non abbiano come scopo la produzione di beni o servizi, ma in realtà di essere affidabili e produttive di valore aggiunto, non di beni o servizi. Del resto non è forse vero che si mette in piedi un’azienda per far quattrini? Un tempo si facevano quattrini producendo beni e servizi, ora i quattrini si fanno nelle borse di tutto il mondo. Ecco allora che l’algoritmo risponde alla necessita di creare fattori positivi per il mercato borsistico, Quel dito alzato davanti alla borsa è significativo, nei tempi moderni basta far girare bene l’informazione giusta, oggi spesso senza intervento umano, ed i milioni passano di mano, e magari qualcuno perde il posto di lavoro o la salute, per non dire l’osso del collo. Probabilmente anche il tasso d’usura lo decide un algoritmo. Quello dovrebbe essere un valore che attiene a qualcosa che assomigli all’etica, invece non è altro che la risultanza dalle rilevazioni dei tassi di interesse sul mercato, un lavoro dell’algoritmo, chi non lo sa si può fare un giro nel sito della Banca d’Italia, sarebbe meglio chiamarlo tasso massimo consentito, l’usura è qualcosa di diverso, è un concetto etico, almeno così la penso.

L’algoritmo non ha etica.

Le aziende fanno largo uso degli algoritmi, ognuno specializzato e ben “indirizzato”. Siccome pare che l’algoritmo sia più affidabile dell’uomo ecco che molta parte del processo d’analisi e di decisione viene fatta da questo fantasma, da questa entità incorporea, intelligenza pura. Del resto i risultati lo testimoniano, con tutti i difetti e condizionamenti che la persona ha non c’è uomo capace di competere, eccezioni escluse. Ma c’è sempre qualcuno che può metterci mano, quando occorre, m’è capitato, ahimè, quella volta l’algoritmo non bastò. Ma questa è un’altra storia. Insomma, puoi essere un genio ma non rientrare nei “criteri” giusti. Sia chiaro i criteri, poi, li decide sempre l’uomo, l’algoritmo, in fondo, non si inventa nulla, serve solo ad applicare in modo efficientissimo le istruzioni che qualcuno gli ha dato. Il risparmio per l’azienda in termini di risorse umane, tempo, e possibilità d’errore è quindi evidente, a meno che non siano disgraziatamente sbagliati i criteri, allora è una tragedia.

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(1) La macchina “Enigma” utilizzata nella seconda guerra mondiale per decifrare le comunicazioni in codice, si inserivano degli specifici dischi e si digitava il messaggio il messaggio criptato, la machina restituiva il testo in chiaro. Algoritmo di quasi un secolo fa Fotografato al “Deutsch Museum” di Monaco.

Allo stesso modo, da qualche parte, qualcuno avrà deciso che se io vado a vedere ì ristoranti che praticano sconti, vuol dire che davvero mi interessano tant’è che arriva la telefonata: “Buon giorno signora (mia moglie), la chiamo dal ristorante pincopallo, abbiamo visto che è interessata alle nostre proposte, se vuole possiamo anche proporre una offerta ancor più vantaggiosa…. “. La nuova frontiera dell’algoritmo…  la telefonata. Ultimamente sempre più frequenti partono le chiamate automatiche che non ti danno neppure il tempo di rispondere. Evidentemente l’importante non è fare la domanda, ma fare la telefonata, anche solo uno squillo, misteri dei call center. Immagino che al cliente del call center, ennesimo appalto, arrivi il report del numero di chiamate fatte e l’algoritmo calcoli la tariffa di conseguenza… nessuno controllerà se le telefonate sono effettive o meno. Un giorno un esperto di gestori di telefonia, mi disse che quello che conta è il numero di abbinamenti fatti, non il traffico prodotto. Chissà se è ancora così o hanno cambiato algoritmo.

Il legislatore ha deciso che è necessario avvisare che ci sono i “cookies” e che l’utente deve cliccare su ok, così il legislatore ha affrontato il problema, e l’utente è salvo. A me più  che salvare l’utente sei pare che si tutelino le aziende, un po’ come le clausole scritte in carattere 2, da lente di ingrandimento. Però, a volte sorrido poiché gli algoritmi non sono, molto intelligenti, o meglio a volte non hanno informazioni sufficienti, o per lo meno, coloro che li “regolano” non si accorgono che c’è qualcosa che non va. Come molti ho preso l’abitudine a comprare “online”, senza far nomi. Di solito, quando occorre qualcosa, si gira per il web o per i mercati cui si è soliti rivolgersi, e internet comincia a bombardarti con messaggi pubblicitari, vignette, e spot in tema. Che tu voglia comprare un elettrodomestico o prenotare una vacanza ecco che basta qualche clic per mettere sull’avviso l’algoritmo che ti proporrà in continuazione offerte e suggerimenti per quell’elettrodomestico o quella vacanza. Nessuno però l’avvisa dell’acquisto concluso, lui continuerà a proporre lo stesso articolo fino a che non si accorgerà che non te lo fili più, allora capirà che è il caso di farla finita e che è tutto fiato sprecato. Gli vorresti dire che non serve più tanta pubblicità, che l’hai giù comprato, ma a chi lo dici?

Comunque, seriamente, l’algoritmo di per se è neutro, ci permette anche cose importanti e positive. Nel bilancio, probabilmente queste sono prevalenti, solo che siamo abituati a notare il “negativo” delle cose. Preso ciò per vero, non possiamo però non notare gli usi speculativi ed aberranti che se ne fa. La definizione della Treccani dice che occorrono per definire e catalogare, aggiungo senza alcun riguardo del contesto, e senza considerare che spesso influisce direttamente sulle persone, a volte anche pesantemente. Si potrebbero fare esempi, mi viene in mente una mia amica insegnante che raccontava di come l’algoritmo della scuola (non entro nel merito, è solo per esempio) si sia dimostrato incapace di decidere in modo logico, ovvero come avrebbe deciso un umano attento alla variabile di ciò che si indica con il termine “contesto”. Neppure è riuscito a capire che non era certo la macchina per depurare l’acqua comprata in offerta a rate, per l’astronomica rata di 50 euro al mese, a rendermi un debitore incapace di sostenere una rata di mutuo. A volte gli algoritmi sono stupidi, ma il vero problema è che sempre più spesso qualcuno ha stabilito che l’algoritmo è più efficiente, e capace di giudicare meglio del funzionario il quale non ha alternativa altra che quella di vidimare le decisioni del suo alter ego, anche se la sua esperienza e la sua sensibilità gli farebbero decidere diversamente.

Forse un giorno l’algoritmo si affaccerà, se non lo ha già fatto, nel mondo della politica, deciderà gli argomenti da trattare, a chi rivolgersi e quanti sorrisi fare, non uno di più.

I tempi moderni, non quelli di Chaplin, sono caratterizzati dalla “informazione”, ogni metodo più o meno eticamente corretto è buono ed utilizzabile per raccogliere ed elaborare informazioni. Le informazioni corrono lungo le linee telematiche, vagliate dagli algoritmi, vanno a comporre data base e definire azioni. I sistemi, sempre alla ricerca di produttività ed efficienza, per massimizzare il rapporto profitto/costo, sia in termini economici che politici, sono assetati di informazioni e quante più ne raccolgono e quanto più sono profonde e “personali” tanto più tutto sarà più efficiente. Facciamocene una ragione, le nostre informazioni personali già qualcuno se l’è vendute, senza chiederci il permesso, così come le banche fanno i soldi con i nostri depositi senza degnarci di dircelo.
Una volte c’erano i “lettori” che spulciavano, libri, giornali, cataloghi in cerca delle informazioni interessanti. Robert Redford, in un film di spionaggio impersonava appunto un “lettore” per i servizi segreti, credo inglesi, non ricordo bene. Ora ci pensa il “grande fratello a spulciare ogni comunicazione che passa per le reti neurali del web.  “Ma mica solo lui, c’è chi le informazioni se la va a prendere. Sempre grazie all’algoritmo giusto, le trafuga,  si infila nei nostri computer, se ne sta li buono buono, ma quando capisce che c’è una informazione “giusta” si attiva e da il via alle danze, l’informazione viene catturata presa, elaborata, spedita, immagazzinata ed elaborata nuovamente al momento opportuno. E’ così che l’algoritmo capisce che quel particolare computer è quello del presidente della tal banca, o dell’amministratore della tal azienda o di un broker importante, di un ministro o di un funzionario della borsa. Scattano quindi gli attacchi informatici,  che siano banche, ministeri o borse d’affari.

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(2) – Calcolatore “Univac”. le performance algoritmiche attuali una volta non erano proprio neppure nella immaginazione, centinaia di valvole facevano il lavoro che oggi svolge un minuscolo chip.

L’algoritmo è anche quindi una potente arma, potente e invisibile, appunto. Capace di muovere milioni di euro e di togliere dall’imbarazzo di prender certe decisioni scomode, scaricandole su di esso. Ma in fondo e non tanto, rimane pur sempre solo uno strumento manovrato dall’uomo, e senza il quale non avrebbe motivo di essere, esiste perché c’è qualche uomo che ha bisogno di lui e qualche altro che gli da le istruzioni giuste, e non potrà mai prendere decisioni importanti perché ci vorrà sempre qualcuno che si dovrà prendere la responsabilità politica di porre quel timbro, quella firma. L’algoritmo lo puoi usare per massimizzare i profitti, ma anche per progettare il futuro.

Di questi fantasmi ce ne sono davvero molti, ma non si muovono da se, c’è sempre qualche burattinaio che li anima.

LUCIANO DAMIANI