L’occhio Severo (ma non troppo)

di DARIO BERTOLO ♦

Prefazione

Fin da piccolo a Severo il suo nome non gli era mai piaciuto. D’altronde negli anni quaranta era uso diffuso chiamare i figli con i nomi dei nonni. E il nostro non era sfuggito a questa tradizione. Anche caratterialmente il nome non rispecchiava affatto la sua indole, che era affabile e mite, seppur con punte talvolta di irascibilità improvvise proprie del segno del Toro. Inoltre non era un gran compagnone, nel senso più lato della cosa. Aveva pochi amici, sempre quelli con i quali aveva condiviso l’infanzia, le scuole e le rare avventure della vita. Come diceva suo padre, buonanima che di mestiere era portuale, “meglio pochi ma buoni”. Il che naturalmente era di un’ovvietà disarmante ma ostentata spesso dal patriarca come perla di saggezza. Fortunatamente per lui, fin da piccolo il suo nome cominciò ad evolversi, diventando sempre più conciso. Severo divenne Severino e poi addirittura Rino. E così fu per tutti. Quando conobbe sua moglie Marisa non ebbe il coraggio di dirle fino in fondo come si chiamava davvero, tant’è che la stessa, non senza un briciolo di stupore, apprese dalle pubblicazioni matrimoniali affisse al Comune che il suo Rino, in realtà era ben più “austero”, perlomeno nel nome. Nonostante tutto il matrimonio fu felice e allietato dalla nascita di due belle femminucce alle quali, benevolmente, si risparmiò la disgrazia di dar loro i nomi delle nonne: Maresa e Trieste.

Rino era un gran lavoratore e soprattutto una brava persona. Non avrebbe mai fatto male ad una mosca, tranne appunto durante i suoi proverbiali e memorabili momenti di irascibilità. Scoppiavano senza preavviso, senza apparenti motivazioni e come un temporale d’estate finivano in breve tempo lasciando talvolta qualche danno. Niente di irreparabile, comunque. Tutti quelli che lo conoscevano lo sapevano, altri no e questo gli causò, soprattutto nei primi anni di servizio presso un’importante ufficio del Ministero non pochi problemi. La sua carriera, probabilmente, non ebbe la giusta valorizzazione anche in virtù di questo lato del carattere. Ma Rino non se ne fece un cruccio. D’altronde a lui non interessavano molto promozioni e riconoscimenti, non aveva ambizioni particolari. Era più interessato a far bene il proprio lavoro e far sì che la sua persona fosse apprezzata e considerata, anche se qualcun altro, e con lui succedeva spesso, riusciva a prendersi i meriti senza meritarseli (  perdonate  il gioco di parole, ma trovo che  potrebbe essere perfetto come slogan riferito alla società odierna.. ).

Passarono gli anni, le figlie divennero grandi, una si laureò in Scienze Politiche e trovò lavoro (precario) in una società tedesca, ad Hannover per la precisione, mentre l’altra conobbe presto l’amore, si guardò bene dallo sposarsi ma in compenso rimase quasi subito incinta. Tutto questo in poco tempo. La diffidenza iniziale di Rino si tramutò inizialmente in felicità allo stato puro. Sarebbe diventato nonno e al suo nipotino avrebbe raccontato le storie “da maschi” che alle figlie, in quanto tali, non poté mai narrare. Altrettanto rapidamente passò dalla contentezza alla perplessità quando seppe che l’amore tra i due era già finito e che il bambino avrebbe avuto un nonno anziché un padre. Che sfociò in una vera crisi  isterica  quando  la sua secondogenita (a dir la verità la sua preferita, come spesso accade appunto alle seconde…) gli confidò che era in procinto di trasferirsi a Sidney con il suo nuovo compagno e che lì avrebbe dato alla luce suo nipote.

Quel giorno sì che Rino si trasformò dapprima in Severino e poi rovinosamente in Severo.

Poi, come venne, la buriana passò. E come sempre accade la mediatrice, la diplomatica, la negoziatrice, il premio Nobel alla Pace fu sua moglie Marisa. La quale contribuì non poco a far digerire il boccone amaro a suo marito, addolcirlo e consolarlo. E promettendogli che appena possibile avrebbero trasvolato il mondo per andare ad abbracciare il loro nipote. Pur sapendo che lei, su un aereo, mai e poi mai ci avrebbe messo piede. Ma tant’è fu sufficiente ad imbonirlo. Ah, le donne… decisamente una razza  superiore….!!

Passò del tempo, e finalmente Rino andò in pensione.

Meritata, sognata, agognata e finalmente ottenuta. E come sempre, spesso odiata dopo un po’.

Così fu anche per Rino. Le giornate erano diventate lunghe, lunghissime. Noiose, tediose, tutte uguali. Quando era domenica, sembrava lunedì e così tutti i santi giorni della settimana.

Accadde però che un giorno, casualmente, Rino incontrò durante una delle sue camminate mattutine sul lungomare, quelle che abitualmente fanno i pensionati con le mani dietro la schiena e l’andatura rassegnata alla Fantozzi, un suo vecchio amico di scuola. Delle elementari, per la precisione. Soliti discorsi, soliti ricordi e le immancabili lamentele per gli acciacchi dell’età. Stavano per salutarsi quando Egidio, così si chiamava il suo compagno di banco, gli chiese se aveva voglia di venire a fare una partita a carte presso il centro sociale cittadino, tra l’altro non molto lontano da dove abitava.

Il primo impulso fu quella di rifiutare. < Casa di riposo per vecchi rincoglioniti, questa è !! > pensò anche con una certa inquietudine. Già si immaginava intorno ad un tavolino, in attesa che qualcuno declamasse i numeri della tombola la quale, ovviamente, tutti i giorni era il fulcro delle attività del centro. Oppure le infinite partite a carte dove ci si giocava pochi centesimi e, purtroppo, ogni tanto bisognava trovare qualcun altro in sostituzione. < Ecco da dove nasce l’espressione “giocare col morto “>,  pensò con inaspettata acutezza.  < Dagli ospizi. Certamente. >

Non lo fece  solo per cortesia. Egidio avrebbe potuto rimanerci male e non voleva che accadesse.

Anzi, promise che uno dei prossimi giorni sarebbe certamente venuto a trovarlo, così, giusto per curiosità.

Cosa che realmente avvenne, più per noia che per convinzione. D’altronde a casa Marisa, vuoi per la spesa giornaliera, vuoi per le pulizie di casa, vuoi soprattutto per la mania del Burraco che aveva completamente soggiogato  lei e la sua congrega di amiche pettegole, poco lo sopportava se non durante il pranzo, la cena e i tre quarti d’ora di televisione in comune prima che l’abbiocco serale prendesse loro il sopravvento.

Così si ritrovò a fare quello che non avrebbe mai pensato di fare. Condividere le sue mattine e i suoi pomeriggi con altri che, come lui, vivevano di ricordi e di telefonate ai nipoti. Cosa quest’ultima che faceva raramente, perché chiamare l’Australia è ben più che fare di una semplice interurbana a Viterbo.

A malincuore, data anche la sua malcelata ritrosia a darsi ragione, dovette riconoscere che le giornate erano, improvvisamente, diventate più brevi e contemporaneamente piene, tanto che alla sera si sorprendeva a programmare il giorno dopo in funzione dei suoi impegni al circolo. In breve ne divenne parte attiva ed era ormai conosciuto da tutti.

In particolare però aveva ristretto ad una cerchia limitata le sue amicizie più strette. Come sempre, gli amici diventano tali per una questione chimica di empatia mista a chissà quali altri fattori psichici e caratteriali. Fatto sta che il caffè ogni mattina lo prendeva insieme a Egidio, il suo precettore, Ugo, maresciallo dei Carabinieri in congedo , Gianni, operaio metalmeccanico in mobilità ,estremista ortodosso di sinistra ai tempi di Lotta Continua ,e tutt’ora impegnato in riunioni Ideal-sovversive nelle quali, insieme ad altri nostalgici della ideologia Marxista, si parlava soprattutto di passato e poco di futuro .Infine Marcello, barbiere in pensione con la passione per il calcio e in particolare per la Lazio, della quale non si perde da tempo immemore una partita e che sa tutto dall’era di Chinaglia in poi.

Questo all’incirca era il connubio di amici che, verso le 8,30 di ogni giorno si ritrovava al tavolino, sempre quello lato finestrone, del bar del circolo. Bar che era gestito da una simpatica coppia di coniugi sardi, Bacchisio e Lucia che trasferivano ai clienti la tipica ospitalità e gentilezza della loro terra. E poi il caffè era decisamente buono.

Lettura del giornale, commenti su fatti nazionali, internazionali e soprattutto locali, gossip, qualche sbruffonata e un pizzico di ironia. E se la discussione degenera, sono certo che sarà proprio Rino a far da paciere anche in virtù dell’autorità derivata dal suo nome.

Ed è questo che proverò a raccontare, lettori di  Spaziolibero , cercando di non annoiarvi troppo. Quello che questi 4 amici al bar (chiedo scusa a  Gino Paoli) combinano ogni qualvolta si incontrano. Niente di epico, ma una piccola finestra sul mondo dove si affacciano persone comuni e un punto di vista scanzonato, genuino e un tantino dissacrante.

Appunto “L’occhio Severo (ma non troppo..)”.

DARIO BERTOLO