LA SICUREZZA DI UNA VITA PRECARIA

Sicurezza sul lavoro, ovvero il rischio di lavorare

di LUCIANO DAMIANI ♦

In questi giorni alcuni incidenti sul lavoro, purtroppo mortali, hanno riproposto la riflessione a proposito della “sicurezza sul lavoro”. A maggior ragione, essendo rappresentante per i lavoratori di quello che si chiama SPP ovvero Servizio Prevenzione e Protezione nel mio luogo di lavoro. Insomma questi eventi di cronaca mi hanno trovato sensibile ed in qualche modo consapevole per gli innumerevoli, oramai, corsi sulla sicurezza che ho fatto da quando prese la luce la legge conosciuta con il numero 626. Quella legge affrontava il tema della sicurezza sul lavoro. Oltre a recepire la precedente normativa, individuava tutta una serie di attori e responsabilità.

Dunque, dicevamo che gli eventi hanno sollecitato la riflessione, la riflessione sull’esperienza, cui aggiungere la cronaca e i racconti dei colleghi. Il titolo dell’articolo parla di precarietà di lavoro e di vita. Il sistema basato su aziende che appaltano ed appaltatori che subappaltano non è certo il miglior sistema rispetto alla sicurezza sul lavoro, ed è chiaro per tutti coloro che frequentano il mondo del lavoro. Specialmente in anni di crisi economica la forbice dei costi ha quasi direzioni obbligate,  il massimo ribasso fa la sua parte in tal senso. Spesso, nel massimo ribasso, ci rientrano anche cose che riguardano le procure, ma non è di questo che voglio parlare. Vorrei invece parlare di come si fa “sicurezza”, o meglio come si dovrebbe. La normativa è stringente e precisa nella individuazione delle figure e nella attribuzione della responsabilità. Questa è ben distribuita fra coloro che debbono rispettare le regole e coloro che le debbono far rispettare, anche al di la della precisa individuazione della figura dovuta al ruolo. Ad esempio il collega più anziano diventa “preposto” rispetto al compagno di lavoro con minore esperienza. Il datore di lavoro è evidenziato in colui che ha la facoltà di “spendere”, e ciò non è a caso. Vi sono una serie di figure che assieme configurano una sorta di “task force” per combattere il pericolo derivante dall’attività lavorativa. Sappiamo bene, però, che la legge non basta, si continua a morire. Si muore per tanti motivi ma fondamentalmente perché c’è qualcuno che non fa quello che dovrebbe, spesso e volentieri non ci sono i soldi o forse ancora più spesso non si vogliono spendere in sicurezza. Comunque sia il lavoro va fatto lo stesso. Va fatto lo stesso perché il ricatto occupazionale è sempre dietro l’angolo, che si tratti di mantenere a galla un’azienda o conservare il posto di lavoro sempre di ricatto si tratta.
Ma poi l’esperienza insegna che manca spesso anche la cultura della sicurezza, non solo lo specifico presidio. Ed è un’altra grossa causa di infortunio. La carenza culturale si manifesta in due modi, o meglio, si tratta di due tipologie culturali, una attiene alla conoscenza, ad esempio la conoscenza degli attrezzi di lavoro e relativa formazione, la consapevolezza delle sostanze che si vanno ad operare e con le quali si viene o può venire in contatto. La seconda attiene propriamente al rispetto della vita umana, in specie della propria, quel rispetto che ti porta a proteggerla. Nel primo caso è evidente che, come recita la norma, il datore di lavoro, tramite il suo delegato, ovvero preposto, “deve” fornire al lavoratore tutta la formazione e le conoscenze necessarie ad utilizzare quella particolare attrezzatura o quella particolare sostanza. Nel secondo è lo stesso lavoratore che deve farsi diligente oltre che nell’utilizzo dei mezzi di protezione, anche nel richiedere informazione e formazione. La normativa non lascia spazio al caso, all’evento fortuito e tanto meno al fato. Quando accade qualcosa spesso si tratta di una concomitanza di cause per lo più evitabili se si fosse rispettata la legge. Ricordo il racconto di un incidente di tanti anni fa: un operaio faceva delle lavorazioni su quello che si chiama comunemente trabattello, ovvero una sorta di castelletto con le ruote, che si può alzare a piacimento a seconda degli elementi che si impilano. L’operaio doveva fare dei lavori lungo un muro, per cui, a terra, vi erano due colleghi che lo spostavano man mano con lui sopra. Questa operazione non si può fare, ma la fanno in pratica tutti, chi è che si mette a scendere e risalire ogni volta? Oltre al tempo è anche fatica. Fatto sta che il terreno sconnesso ci mise lo zampino, il quid di imprevedibilità. Una delle quattro ruote passò sopra una buca sfilandosi dal suo supporto, l’operaio che spingeva il ponteggio tenendolo con ambe le mani lo lasciò per recuperare la ruota e rinfilarla nella sua sede, così facendo il trabattello, senza un punto d’appoggio, si inclinò fortemente e di colpo causando la caduta dell’operaio che non se la cavò gran che bene. Ciò non sarebbe successo se il trabattello fosse stato montato in modo corretto, avrebbe avuto le sponde per impedire la caduta, ancora se non fosse stato spostato con l’operaio sopra, ancora se il collega non avesse lasciato la presa per ricollocare la ruota, ed ancora se non ci fosse stata la buca. Insomma l’incidente è avvenuto per tutta una serie di eventi, tutti evitabili se ci fosse stata la “cultura” della sicurezza, certo non per colpa del fato. Non è colpa del fato se si utilizzano lavoratori in nero e certo non è pensabile che si rispettino le norme sulla sicurezza quando si pratica il lavoro “clandestino”.
Prima di scrivere questo articolo, sono andato a cercare un po’ di statistiche, giusto per non parlare a vanvera. Ne ho trovate diverse, ma quello che salta agli occhi è come la mortalità sia assai meno incidente per quei settori che più appaiono pericolosi, metalmeccanica, forze dell’ordine ecc., mentre l’incidenza maggiore ce l’ha il settore agricolo seguito dall’edilizia, gli altri settori sono ben distanti. Sarà un caso che sono settori nei quali maggiore è la percentuale di lavoro nero e precario e minore è la sindacalizzazione e probabilmente minore è anche il controllo?. Sarà un caso che sono settori con un livello di istruzione minore? La precarietà del lavoro, quella in senso lato, che non si limita cioè al contratto a termine, ma che è tale anche nel modo di lavorare e nel rapporto che intercorre tra lavoratore, lavoro e datore di lavoro, è, secondo me, la vera causa della precarietà della sicurezza. La precarietà della sicurezza si produce ogni qualvolta omettiamo di rispettare la norma, o meglio lo spirito di essa, che sia per superficialità o per mero calcolo economico. Questa precarietà si prepara a produrre la sua vittima, sacrificata a volte alle leggi del mercato, altre volte figlia della stupidità umana. Quante volte noi operai abbiamo emulato Tarzan per salire o scendere da una imapalcatura? Quante volte abbiamo lavorato senza guanti? Altrettante volte il “padrone” ha preferito non spendere soldi in sicurezza anche laddove obbligato, ed altre altrettante volte ha omesso di formare il personale.
Il tema della sicurezza non è certo un tema di questi anni, lo è forse da quando la società prese ad essere “industrializzata”. Gli emigranti che con la valigia di cartone arrivavano nelle fabbriche automobilistiche tedesche, già potevano trovare i segni della informazione sui pericoli derivanti dal lavorare. Una pubblicazione in più lingue, Tedesco, Italiano, Greco, Spagnolo e Turco, dava indicazioni in tal senso, questa era intitolata: “La prudenza sbaglia di rado”. Insomma la sicurezza è sempre stato un problema e ci sono voluti degli anni per redigere delle buone norme, anche recependo quelle europee, come previsto che sia. Nelle norme in vigore, come ho detto all’inizio, ognuno ha la sua fetta di responsabilità, ogni attore ha il suo ruolo. In cima alla piramide delle responsabilità, il legislatore ha posto, e non sarebbe potuto essere altrimenti, il “datore di lavoro”, sempre e comunque responsabile, non foss’altro per difetto di vigilanza, laddove abbia messo in essere tutto ciò che andava fatto. Leggo però che è in itinere una modifica che solleva in parte il datore di lavoro nel caso possa dimostrare di aver posto in essere tutto ciò che c’era da porre in essere.
Riporto un paragrafo di un sito di informazione professionale ipsoa.it sul “DDL per il riordino e la semplificazione del TU sulla sicurezza sul lavoro” che recita:
“La responsabilità in materia di sicurezza sul lavoro è configurata dal DDL come una “colpa da organizzazione”, nel senso che non sussiste la responsabilità del datore di lavoro se questi dimostri di aver posto in essere tutte le misure organizzative idonee rispetto alle esigenze di tutela dei lavoratori. Dal che consegue il venir meno della responsabilità penale del datore di lavoro “in caso di infortunio che sia derivato da grave negligenza del dirigente, del preposto o del lavoratore”.
Andrò a leggere il testo ufficiale, ma già mi figuro una nuova precarietà della sicurezza. Non sarà che si vuol far passare la deresponsabilizzazione mascherandola da semplificazione? Questa cosa somiglia molto alla parte di un decreto, un “salva ILVA” nel quale si ritengono ottemperate in toto le prescrizioni ambientali se queste lo sono in una certa percentuale. Lo scopo di “alleggerire” il peso sulla parte padronale e degli “amministratori” anche qui mi pare evidente. Ma non voglio sforare in disquisizioni prettamente politiche, prendo semplicemente atto del fatto che la precarietà della sicurezza, grazie alla semplificazione, sarà un poco più precaria se non altro perché il “datore di lavoro” ovvero colui che ha il potere di decidere ed organizzare, viene liberato dalla responsabilità di vigilanza, ovvero la responsabilità di porre in essere atti organizzativi e/o sanzionatori tesi al rispetto ed alla tutela della salute dei lavoratori. Il dirigente, sotto pressione, non avrà più il conforto della corresponsabilità del datore di lavoro, provando così anch’egli una nuova precarietà.
Ricordo, a scanso di equivoci, che il “datore di lavoro” è, in buona sostanza, colui che ha la “facoltà di spendere e di decidere”. Ecco la definizione cui fare riferimento: “Il datore di lavoro è quel soggetto che secondo il Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro è titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, si deve intendere il soggetto che a seconda dell’organizzazione aziendale che dirige, ha la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa.”
LUCIANO DAMIANI
Alcuni dati statistici sulle “morti bianche” li trovate qui:
http://www.vegaengineering.com/download/Rapporto-Infortuni-Mortali-Lavoro-Triennio-2011-2012-2013-Vega-Engineering.pdf