Poliziotti, campioni e nudisti. Il piccolo mondo antico della Germania comunista

di NICOLA PORRO ♦

Tutti la chiamavamo Germania Est, ma il suo nome ufficiale era Repubblica democratica tedesca (Ddr). Un piccolo Paese incastonato nel cuore d’Europa, un gigante dello sport, un esperimento di ingegneria sociale con qualche luce e tante ombre. Soprattutto, un regime autoritario fra i più occhiuti e scientificamente organizzati attorno al controllo totale esercitato dalla Stasi, l’onnipotente polizia politica. Questo singolare Stato nazione si era formato negli anni del dopoguerra come conseguenza diretta di quella divisione geopolitica della Germania che seguiva le linee di confine dell’occupazione militare. Con la Guerra fredda la Ddr si sarebbe man mano trasformata in un avamposto, materiale e simbolico, dello scontro fra due sistemi e due visioni del mondo contrapposte. Nella città capitale il checkpoint Charlie, il ponte delle spie, la porta di Brandeburgo consegnarono all’immaginario la rappresentazione icastica della frontiera insormontabile che divideva due universi. Nell’agosto 1961 l’edificazione del Muro di Berlino aveva dato drammatica evidenza alla cortina di ferro che separava l’Europa. Tre anni dopo, in occasione delle Olimpiadi di Tokio, gli atleti delle due Germanie sfileranno per la prima volta sotto bandiere diverse. Sarebbe stato il principio di un’inedita storia di sport e di propaganda. La Ddr avrebbe impiegato alcuni decenni a prendere forma come Stato nazione. Si dissolse invece in una sola notte, quella fra il 9 e il 10 novembre 1989, quando fu abbattuto il Muro della discordia e un’importante parte del continente tornò a sentirsi appartenente all’Europa. Di recente la produzione televisiva e cinematografica tedesca ha rivisitato quella storia fornendone spaccati suggestivi e talvolta ironici. Penso alla serie televisiva Heimat o a quel piccolo capolavoro che è Bye bye Lenin.

Capita anche che a Berlino turisti ancora storditi dalla visita ai grandi musei dell’Insel, dedicati alle civiltà antiche, alle arti visive o a preziose ricostruzione storiografiche, si imbattano quasi per caso in un museo di tutt’altro tipo, dedicato proprio alla storia della Ddr. Lo si incontra passeggiando lungo le rive della Sprea, fra i caffè di stile viennese e le birrerie all’aperto che incorniciano l’immensa area museistica a pochi passi dalla cattedrale. Si chiama semplicemente Museo della Ddr, lo si raggiunge scendendo qualche gradino dell’imbarcadero che porta ai battelli fluviali rigurgitanti di turisti. L’ingresso è seminascosto, quasi dimesso, ma lo spazio espositivo suscita subito curiosità. Del museo tradizionale e della sua didattica direttività non ha proprio nulla. Tutto si può toccare, maneggiare, riprendere. In esposizione non ci sono preziosi prodotti dell’arte o della scienza ma testimonianze della vita quotidiana di un Paese rimosso dalla memoria collettiva. Si passeggia all’interno di una comune abitazione, invitati a frugare nei cassetti e a curiosare fra dispense, guardaroba, armadietti medicinali e scarpiere. Si possono seguire spezzoni di autentiche trasmissioni televisive o programmi radiofonici. Si fruga liberamente fra libri esposti in piccole ordinate librerie e poveri repertori di dischi in vinile. Ci si muove in aule scolastiche perfettamente ricostruite, in camerate di caserme, in luoghi di ritrovo. Pannelli molto accurati forniscono con precisione le indispensabili informazioni di contesto. Illustrano, ad esempio, le prestazioni pubbliche in materia di sanità, istruzione, previdenza: relativamente generose, erano completamente gratuite e di qualità mediamente superiore a quelle erogate negli altri Paesi socialisti. Veniamo a conoscenza delle condizioni lavorative (terribili le testimonianze sulla nocività nelle fabbriche, soprattutto sull’impiego dell’amianto nell’industria e nell’edilizia), dei livelli retributivi (un ingegnere guadagnava mediamente 1300-1400 marchi al mese, un suo operaio superava di poco i mille), dell’organizzazione del tempo libero e dell’offerta culturale. Accesso selettivo ma completamente gratuito all’istruzione superiore. Per i giovani maschi tre anni di servizio militare obbligatorio. In ogni casa maschere antigas e dotazioni di sopravvivenza in caso di attacco nemico. Grandiosi pannelli ricordano i trionfi sportivi di un piccolo Paese capace di sfidare con successo le superpotenze agonistiche americana e sovietica dal 1964 al 1992.

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I segreti di queste performance, che suscitarono l’ammirazione, l’invidia (e già all’epoca qualche sospetto) da parte degli uomini di sport di tutto il pianeta, sono svelati da una sezione ad hoc. Contò una scientifica selezione precoce dei talenti che cominciava nella scuola primaria con le rilevazioni antropometriche sui potenziali piccoli campioni. Aiutò una diffusione di massa della pratica sportiva che agì anche per ragazze e ragazzi come surrogato dei piaceri borghesi concessi ai coetanei capitalisti di là dal Muro. Gli incentivi materiali erano significativi: la famiglia di un atleta di alto livello godeva di privilegi non da poco nell’assegnazione di alloggi più spaziosi, di assistenza e benefici previdenziali, di vacanze a spese dello Stato. E dove non arrivava la teutonica organizzazione del successo arrivava la chimica. Sotto una grande foto che celebra un podio olimpico tutto Ddr c’è un cassettino che i visitatori sono invitati ad aprire. Contiene una scatolina di pillole apparentemente innocue: fu l’ultimo ritrovato della Scuola farmacologica di Lipsia, impenetrabile santuario del doping mondiale. Un lungo elenco di nomi ricorda gli atleti di alto livello precocemente stroncati fra i Settanta e i primi anni Duemila dalle conseguenze di quelle pratiche scellerate, perpetrate sistematicamente a partire dalla metà dei Sessanta. Campioni di cui si persero le tracce all’improvviso, privati persino di un fugace necrologio su qualche rivista sportiva.

Un lampo nella memoria. Dopo la riunificazione, nei primi anni Novanta, incontrai in un convegno in Belgio una giovane collega originaria della Germania orientale. Una studiosa di storia dello sport, preparatissima ed entusiasta di potersi finalmente confrontare con noi che venivamo da “un altro mondo”. Non aveva mai militato come dissidente, ma aveva partecipato con passione al nuovo corso democratico. Nessuna reticenza nella sua comunicazione congressuale sullo sport della Ddr. Documentava come l’intero establishment sportivo e gran parte dell’opinione pubblica sapessero perfettamente del doping di Stato. Forse non se ne percepì in tempo la reale pericolosità, ma il patto col diavolo era stato indubitabilmente stretto nella Ddr con largo anticipo rispetto ad altri contesti nazionali. Qualcuno dei partecipanti chiese alla relatrice perché un Paese accettasse di sacrificare coscientemente la sua migliore gioventù per qualche titolo olimpico. La collega, solitamente affabile e sorridente, si irrigidì e ci rivolse uno sguardo glaciale e una risposta telegrafica: “Cosa credete che sarebbe stato di noi senza quelle medaglie?”. Parole non banali, da riferire non agli ex nemici capitalisti ma ai Paesi fratelli del campo sovietico. Era la visibilità internazionale guadagnata sui campi di gara che conferiva ruolo, rappresentatività e prestigio alla Ddr. In qualche modo ne faceva un partner speciale della potenza dominante, la rendeva meno vulnerabile malgrado la sua fragilità economica, veicolava un’immagine di potenza e di efficienza che ispirava rispetto. In sostanza, una delle più ciniche e gigantesche operazioni di ingegneria simbolica della storia politica.

 Interessanti e circostanziati sono i riferimenti a quella macchina di polizia che usava efficacemente tutti gli strumenti immaginabili del controllo sociale. Si faceva ricorso al pettegolezzo e alla delazione, all’ammonizione paternalistica e a repentine strette repressive, passando per una propaganda onnipervasiva. Interessante notare come quest’ultima celebrasse ben poco le vere o presunte conquiste del proletariato esaltando piuttosto un ordine piccolo borghese, rassicurante, sobrio e bonario, contrapposto alla rappresentazione di un capitalismo iniquo, dissipativo, spietato e generatore di disuguaglianze e insicurezza.

L’insistenza sull’opposizione noi-loro ha anche una spiegazione ovvia: la Germania orientale era l’unico Paese artificialmente partorito dalla Guerra fredda, intere famiglie erano state divise e impossibilitate a ricongiungersi, la tentazione della fuga a Ovest andava prevenuta con tutti i mezzi. Non escluso il ricorso alla minaccia bellica. Fa una certa impressione osservare le foto dei reparti militari in addestramento, con divise sinistramente simili a quelle del Reich nazista. Sono esposte anche le dettagliate mappe predisposte per i comandi militari che in poche ore avrebbero dovuto occupare, in caso di necessità, tutte le postazioni nevralgiche di Berlino Ovest. Immagini e documenti coerenti con l’autorappresentazione paranoica di una cittadella assediata. Con un certo stupore scopriamo come nella galleria delle relazioni internazionali il posto d’onore sia riservato a una visita di Bettino Craxi nel luglio 1984.

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La mostra ha però in serbo anche altre sorprese. Fa sorridere e ispira tenerezza un grande pannello che era affisso in tutte le scuole per l’infanzia. Indicava con precisione la sequenza didattica da seguire e la programmazione oraria dell’addestramento dei più piccoli all’uso del vasino. Facile trarne spunto per confermare vecchi stereotipi sull’ossessione dei tedeschi per la minuta programmazione della stessa vita quotidiana. Bisogna però ricordare come la Ddr fosse un Paese di piena occupazione, maschile e femminile. Nessuna famiglia disponeva di personale domestico o di baby sitter, la frequenza scolastica e prescolastica era obbligatoria e organizzata in maniera efficiente con standard di rendimento superiori a quelli di molti Paesi occidentali.

Sorprendente è un’altra sezione della mostra che ci mostra gli Össie (come venivano chiamati “quelli dell’Est” dai tedeschi dell’altra parte) in vacanza.  Spesso e volentieri integralmente nudi. Il nudismo era una pratica diffusissima, documentata con ricchezza di immagini di grandi e bambini che si rincorrono sulle spiagge dei Paesi più caldi (gettonatissime le vacanze organizzate dalle organizzazioni di regime sulle coste romene e bulgare), che si rilassano nelle foreste della Sassonia o si dedicano a giochi sportivi sulle rive dei laghi. Le didascalie delle immagini si concedono qualche ironia sulla reazione imbarazzata e spesso scandalizzata dei compagni degli altri Paesi socialisti, altrettanto politicamente repressivi ma assai meno permissivi in questo genere di cose. La pratica del nudismo, d’altronde, affonda radici in remote tradizioni germaniche e fu rilanciata in grande stile un secolo fa da quel movimento di ritorno alla natura, denominato Wandervögel, che nell’area protestante della Germania ispirò l’esperienza delle “guide” in alternativa allo scoutismo anglosassone. Il “naturismo”, come del resto le attività estreme in ambiente naturale o le diete vegane, riscossero grande successo anche fra le élites politiche tedesche del Novecento, compresi molti leader nazisti.

Tante cose riportate alla memoria o scoperte tramite l’escursione nel Museo della Ddr ci sarebbero tornate alla mente pochi giorni dopo a Dresda. Soprattutto in quei luoghi simbolo, come la maestosa cattedrale al centro della città, la Frauenkirche, dove prese corpo la grande rivolta dell’89 alla vigilia del crollo del Muro. Occupando simultaneamente le piazze, le chiese, le scuole e le palestre di quella grandiosa città d’arte, un popolo si riappropriò pacificamente del proprio diritto alla libertà. A un potere esausto, sfiduciato dalla sua stessa gente e ormai incapace di qualunque reazione, oppose uno slogan di quattro brevissime parole: “Wir sind das Volk “, il popolo siamo noi. Una pietra tombale per un regime che pretendeva di trarre dal popolo la propria legittimità.

Ancora una volta, però, viene da chiedersi quale fosse l’autentico senso comune che dominava la vita pubblica e privata di quella nazione così “diversa”. Forse il regista Wolfgang Becker lo ha raccontato meglio di chiunque altro con il suo graffiante e divertente Bye bye Lenin. La verità è che anche qui la maggioranza accolse la menzogna di regime fingendo di credervi. Prevalevano una rassegnazione disincantata, il ripiegamento nella vita quotidiana, la paura di perdere il poco che si aveva, la soddisfazione per i piccolissimi agi distribuiti peraltro con equità sociale, il doping patriottico nutrito dal doping farmacologico che faceva di quel piccolo Paese una delle maggiori potenze sportive del mondo. Esistevano anche ammortizzatori sociali a loro modo efficaci: ritmi di vita poco stressanti, bassi tassi di criminalità, la speranza di accedere dopo quattro anni di attesa al possesso di una di quelle buffe macchinette chiamate Trabant, un esemplare delle quali campeggiava all’ingresso del Museo di Berlino. Carrierismo e competitività esistevano eccome, ma erano relegati ad aree speciali come la politica o lo sport e non permeavano intensamente la gran parte delle relazioni sociali. Viene da questo insieme di fattori quella nostalgia dei tempi andati, chiamata con un gioco di parole Östalgie, di cui il museo berlinese ci fornisce il retroterra psicologico e qualche spiegazione razionale. Ricordandoci, soprattutto, come quell’angolo d’Europa non avesse mai conosciuto una democrazia rappresentativa vera e propria. Era stata la patria dello Junkertum prussiano e aveva vissuto una brevissima parentesi parlamentare prima di precipitare nella dittatura nazista per passare poi direttamente dall’occupazione militare sovietica a un regime socialista a partito unico. Un piccolo mondo antico alle nostre spalle, che presenta tratti comuni ai fascismi europei fra le due guerre ma anche qualche elemento di originalità che lo distingue dagli stessi Paesi socialisti. Un suggestivo viaggio nel tempo da consigliare senza esitazione a visitatori non frettolosi.

NICOLA PORRO