La Chartreuse

di SILVIO SERANGELI ♦

Fra le pagine più significative e le più moderne di Stendhal, ci sono quelle che raccontano, in presa diretta, vorrei dire cinematografica, dell’immersione dello sbarbatello Fabrice, Fabrizio del Dongo, nella battaglia di Waterloo. Confusion, una grande confusione, per lui, spinto da un irresistibile entusiasmo giovanile, che vuole, ingenuamente, gettarsi nella mischia a fianco del “suo” Napoleone, e scopre invece la guerra, quella dei morti, delle cannonate che arrivano da tutte le parti, dei gruppi di disertori alla fuga, dei ladri di cavalli. Anche il suo. Una giostra che ha un chiaro richiamo ariostesco, ma che finisce male. Perfino il sogno di avvicinare l’Imperatore è poco più di un’apparizione, da lontano, un flash spento e senza nessuna emozione.

La chartreuse de Parme

Confuso. “Non avevo niente da offrire eccetto la mia stessa confusione” scrive Jack Kerouac in “On the road”, fra i libri più amati dalla mia generazione. Ecco di questa confusione mi sento partecipe dopo i fattacci che, da un po’, percuotono come una grancassa, la bella e d’incanto. E non sono né i primi e, sembra di capire, neppure gli ultimi. Che succede? Che fare? Reagire, subire, far finta di niente, come molti? L’età, l’esperienza consiglierebbero tante cose, ma, come ha ben scritto in questo blog Fabrizio Barbaranelli, non ci si raccapezza più. Che città è questa, che comunità è questa? Quella dell’infiocchettamento giornalistico? Del pacco doppio pacco e contropaccotto della Privilege? La logica che emerge, da qualche mese, da tutta una serie di fattacci, a vario livello, è che non ci vuole l’emerito pontifex maximus Saviano per arrivare alla conclusione che qui, sotto gli occhi di tutti, succede qualcosa di grosso. Così, da questa specie di roulette russa delle intercettazioni centellinate ad arte, dagli arresti eccellenti in cui la bella e d’incanto c’entra da protagonista, come Cenerentola al gran ballo del principe azzurro, viene la conferma di quanto da tempo si pensa, magari qualcuno sussurra, come nel periodo carbonaro, perché, cari amici vicini e lontani, bisogna stare a cuccia, meglio tacere, sennò arriva la querelina. Se andate a gustarvi una frittura di paranza, un gustoso piatto di linguine all’astice da Zi’ Righetta, seduti all’aperto, a Piazza San Giovanni, magari facendo quattro chiacchiere con l’estemporaneo cuoco Massimo (non uso volutamente la parole offensiva chef), l’occhio finisce per inquadrare, lì davanti, il muro della chiesa un bel po’ cadente dove compare una scritta che spiega la mia confusione e, soprattutto, il volgere delle fortune con annessi fattacci della città. Che c’è scritto? “Li mortacci à li quatrini !!”. Li quatrini, tanti, e uno sfrenato senso di onnipotenza, sempre mettendo al primo posto il sacro vincolo della famiglia, delle famiglie. Fratelli, mariti, cugini, zii, amici, amici degli amici tutti a ciucciare la grande vacca, con spavalda, sguaiata debosciaggine. Il quadro che emerge dalle inchieste e dalle intercettazioni è, solo in apparenza, sconvolgente. Ci eravamo arrivati un po’ tutti, magari a naso. L’infiocchettamento pseudo giornalistico è sotto gli occhi di tutti, diffuso e disinvolto. I silenzi sui fattacci di questi ultimi mesi sono evidenti. Meglio puntare le colubrine pennivendole sui poveracci, magari beccati con un coltello in tribunale; comodo parlare di gite scolastiche, di premi d’accatto, di spettacolini con tante fotografie. Qui è successo qualcosa di grosso, a tutti i livelli, compresa la presa del potere dei presunti paladini dell’onestà. È successo qualcosa di grosso, e si contano i feriti e i morti; quelli che la torta con la panna e lo zabaione non l’hanno vista neppure in vetrina. Quelli della Privilege in mezzo a una strada, senza infiocchettature. La carcassa arrugginita del mega yacht sta lì, a raccontare dell’umiliazione a una comunità: tutti, dentro e fuori, ci trattano come se avessimo la sveglia al collo. A che serve, ora, l’analisi comparativa dei cinquestelle delle dichiarazioni plaudenti a questa beffa colossale? Nel panorama desolante fra i cadaveri di questa nostra Waterloo solo a questo forse servono coloro che sono stati deputati a governare la città. A loro giunga l’invito accorato a ingaggiare Christo, non quello in croce, l’artista della passerella del lago d’Iseo. Fategli infiocchettare il mega yacht e un po’ tutta la città, come fece per Porta Pinciana e il Vittorio Emanuele al Duomo. Copriamo questo scempio, nascondiamo le vergogne e la puzza nauseante. Tranquilli: è soltanto una botta di caldo, questa mia. Tanto, come per altri fattaci recenti, non succederà niente. Tutti al loro posto, come prima e meglio di prima. – E er popolo? – Se gratta.- E er resto? – Va da sé…

Scansione 2016-7-31 0004

P.S. Quello che era un amichevole invito di un caro maestro è diventata, quasi per scherzo, una rubrichetta, che si concede una salutare pausa. Vacanze? Certo. Sistemando il garage ho ritrovato la cannetta da pesca con la cimarola di bambù. Basta e avanza con una lenza corta, senza porparetta e senza sugherino, con l’innesco di qualche lumachella, vado a buchetta. Con una salutare avvertenza: la canna rivolta sempre verso sud. Confesso: guardare verso nord, verso il porto con le mega navi da crociera, mi fa un po’ brutto. Non è l’invidia per i vacanzieri nauti con trolley, è lo sconforto per la fumicara ininterrotta, difficile da infiocchettare.

SILVIO SERANGELI