La Valutazione di impatto sociale in urbanistica

di ROSAMARIA SORGE ♦

Da un pò di tempo circola in ambienti specifici l’idea che l’urbanistica come disciplina non riesca più a risolvere la complessità dei problemi che oggi le città pongono, probabilmente perché ha cominciato a considerarsi al servizio del potere e non a servizio dei cittadini, barricata in un tecnicismo che mette alla porta la democrazia, insensibile all’ambiente e incapace di rinnovarsi facendosi plasmare dai problemi della gente.

Come detto in precedenza in un altro articolo quello della progettazione partecipata voleva e poteva essere l’espediente per riportare nella disciplina quei valori persi.

Grandi urbanisti come Mumford concepirono l’urbanistica come osservazione della convivenza dei cittadini entro le forme urbane dove la regolazione della città era pensata in funzione della vita quotidiana;il secondo novecento vede gradualmente imporsi un idea tutta tecnica dell’urbanistica che ne annienta la matrice e la sapienza umanistica come se la fenomenologia urbana fosse solo fatta di forme e non di relazioni

Ma la città è principalmente il luogo supremo di produzione dello spazio sociale ed è in questa direzione che si pongono le basi per quello che con un acronimo si chiama VIS cioè Valutazione di Impatto Sociale

La valutazione di impatto sociale può essere definita come il processo di valutazione delle conseguenze sociali che derivano o da specifiche azioni politiche o dallo sviluppo di progetti nel contesto di appropriate legislazioni ambientali, nazionali regionali o provinciali.

La VIS include tutte le conseguenze sociali e culturali sulla popolazione di ogni azione pubblica o privata che altera i modi in cui le persone vivono lavorano si divertono,i modi in cui questi fattori vengono collegati, il modo in cui il tutto viene organizzato

La VIS fu approvata dalla Comunità Europea come pratica parallela al VIA cioè alla Valutazione di Impatto Ambientale ma ebbe meno fortuna. Probabilmente a mio parere la minore fortuna è legata alla metodologia che rispetto a quella di impatto ambientale comporta una conoscenza antropologica specifica che non appartiene compiutamente a noi tecnici della progettazione ambientale, così come un mio professore amava definire gli architetti.

In parole povere per rendere più comprensibile il discorso e riferendoci ad alcune iniziative civitavecchiesi potremmo chiederci con la VIS quale beneficio ha realmente portato alla città la chiusura della trincea ferroviaria, come questa viene vissuta dai cittadini,come ha migliorato la vita degli stessi,ha o no determinato processi di gentrification, ha realmente ricucito il tessuto urbano della città; lo stesso si può fare con qualsiasi progetto partendo appunto dalle fasi preliminari fino alle minute conseguenze degli interventi reali.

Da uno studio sempre della Comunità Europea si evince che mentre in altri paese la VIS viene in qualche modo messa in pratica in Italia è praticamente quasi sconosciuta. Direi che gioca a nostro svantaggio una burocratizzazione di tutte le procedure che ci mettono in stato di allarme ogni qual volta viene proposta una cosa nuova vissuta come altre carte da produrre,come un’altro livello di burocrazia. Se si fosse applicata la metodologia del VIS a tutti i progetti di espansione urbana e si fosse poi andati al successivo controllo una volta realizzati, ci si sarebbe subito accorti come le modalità di realizzazione di ambiti territoriali periferici,negando ad un certo numero di individui la centralità dell’abitare li condannava ad una condizione marginale ed emergenziale costringendoli a lunghi spostamenti per raggiungere i luoghi di lavoro.

Ora io non so fino a che punto VIS e progettazione partecipata possano rifondare una urbanistica a servizio reale dei cittadini ma una cosa è certa,oggi essa deve ritrovare la capacità di rappresentare quella identità di appartenenza che è andata persa.

ROSAMARIA SORGE