Maledetto cemento

di SILVIO SERANGELI ♦

Fra le foto della mia infanzia, scattate da mio padre con la sua Voigtländer Bessa a soffietto, che ancora conservo gelosamente, due mi inquadrano in una ripida scarpata di ciottoli che si addolcisce quando tocca la striscia di sabbia, lambita dal mare. Questa era la Marina degli Anni Cinquanta, fra la lunga teoria di binari e il litorale. E, questa, fatta eccezione per lo sferragliare dei treni merci sulla ragnatela di ferro e traversine, è tornata ad essere la Marina. Con la stagione buona, torna ad alzarsi la voce di chi lancia l’allarme: “la Marina non c’è più !” e si moltiplicano gli invii delle foto in redazione, scattate con il telefonino, che denunciano lo stato avanzato dell’erosione che, anno dopo anno, sta divorando l’illusoria opera di ridisegnare la passeggiata a mare: dal Forte alla Piscina, senza dimenticare il cambiamento epocale del lungomare del Pirgo, fino alla Ghiacciaia. L’ho già detto in altra sede, e in altre circostanze: negli ultimi vent’anni la Civitavecchia a mare ha subito una trasformazione che la rende irriconoscibile per chi vi tornasse dopo tanto tempo; dal porto che non è più quello delle navi della Tirrenia e dei traghetti FS, pigiati come sardine nello scalo di epoca romana, alla Calata, alla Darsena, ai i vecchi spazi a mare del viale Garibaldi e del lungomare Thaon de Revel. Tutto bene, allora. E la Marina? Gli appelli? Le denunce? Le numerose proposte che in questi anni sono rimbalzate nelle redazioni? L’amico Francesco, che non è certo uno sprovveduto, mi faceva notare come ci fosse una ragione molto semplice nella scelta dei romani di collocare il nuovo porto traianeo dalle nostre parti. Qui, a differenza di Ostia e di Porto, non c’era pericolo d’insabbiamento. E, quindi, è contro ogni logica pensare, magari sperare che, anno dopo anno, sia il mare a depositare nuova sabbia sul nostro litorale. È nel ricordo di molti l’arrivo di camion con sabbia di fiume per risistemare l’arenile del Pirgo, dopo le mareggiate invernali e primaverili. Che cosa, allora, si poteva fare, e si potrebbe, dovrebbe ancora fare? Ovviamente non parlo da esperto, ci mancherebbe, ma da semplice osservatore. La prendo un po’ alla lontana e vado a sottolineare come uno dei mali purtroppo impossibili da estirpare della nostra democrazia amministrativa è quello della discontinuità. Un po’ per piaggeria, tanto per cambiare, del modello americano che indica nella discontinuità il cambiamento delle amministrazioni, a tutti i livelli, ma molto più per una sorta di rivalsa tutta italiana, che può raggiungere le vette della vendetta e dello sberleffo, anche nella nostra città con il cambiamento della guida della città è stata spezzata la linea della continuità, invece necessaria e indispensabile, almeno per i grandi progetti. Così la Marina, che poi era all’origine, epoca Tidei, il Water Front doveva essere ben diversa da quella di oggi. Ricordo, un po’ a memoria, questa grande terrazza che si affacciava sul mare con un immenso parcheggio sottostante, ricordo, sempre a memoria, una specie di barriera frangiflutti per proteggere la spiaggia. Una soluzione ottimale, se si pensa soltanto a quanti problemi avrebbe risolto il parcheggio che, in verità, arrivò in via transitoria nella spianata d’asfalto, in attesa di portare avanti il progetto iniziale. Poi fu tutto rapidamente accantonato, come se ci fosse il pericolo di un’epidemia generale. Con l’epoca De Sio scomparve il Water Front e spuntò la Marina con il progetto nientedimeno dell’architetto Fuksas. Ricordo ancora a memoria: quello delle nuvole, della passeggiata a mare tutta di legno e via discorrendo. Infine, la mano di Moscherini ridisegnò questo tratto di lungomare, magari con qualche negozietto. Intanto però nessuno è mai intervenuto per risolvere la questione principale. Perché, mentre cambiavano sindaci e progetti, il mare il suo onesto lavoro ha continuato a farlo: le aiuole a ridosso della riva, i marciapiedi, sono durati un paio di stagioni e hanno fatto la fine delle piscine del’epoca romana: si intravvedono, si immaginano. Il frangiflutti a mare non è stato mai realizzato e neppure la barriera sottomarina che, secondo alcuni eminenti esperti, avrebbe limitato i danni. Un peccato, i credenti direbbero mortale, con tanti soldi sperperati o, almeno, spesi male. Perché, se le opere a ridosso della riva se le è portate via qualche mareggiata, il resto non sta meglio. Il cemento della Marina si è trasformato miracolosamente in polvere. E allora? Torno al pensiero del mio amico Francesco e al maledetto cemento visto come la peste bubbonica dai conservatori delle cozzette e delle rampatelle. Non sarebbe più semplice costruire una piattaforma, appunto, di cemento, di una certa altezza, con alcune discese a mare, e su questa creare solarium e spazi verdi come in altre parti del mondo? Si risolverebbe il problema dell’erosione e quello della vista poco gradevole delle baracche-casotto con contorno discarica, sotto gli occhi di tutti.

di SILVIO SERANGELI