Tre brevi storie in memoria del 14 maggio del ’43: il mondo delle farfalle svolazzanti (prima storia)

di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦

Alma era impiegata in banca. Aveva fretta quel pomeriggio. E per questo cercava di chiudere i conti con la massima celerità. Aveva una sola idea fissa nella testa, quella di raggiungere la sua amica Teresa e, in tutta fretta , dirigersi al Pirgo a celebrare il primo bagno della primavera.

A Civitavecchia non c’era bisogno dell’estate per far la conoscenza stagionale del mare, a primavera rompevi ogni indugio e, se proprio non ti tuffavi, ardevi sotto il sole già caldo e ti passavi l’acqua sul corpo.

Alma aveva il costume sotto il vestito. Non poteva perdere del tempo prezioso.

Il Pirgo era un complesso molto articolato che comprendeva l’isolotto sul quale era sorto un tempo il bagno “Bruzzesi”e si dispiegava poi a nord fino al’altezza dell’attuale Largo Caprera, inglobando l’antico stabilimento “Cancellieri”. Costruito in stile classico, come si doveva, era il “bagno Pancaldi” della città o, se si vuol peccare di presunzione, potremmo dire che anche Livorno aveva il suo bel “Pirgo”.

Nel 1941 un violento fortunale lo aveva devastato. Ora si presentava un po’ malconcio ma era comunque nell’immaginario della gente il sogno della bella stagione.

Col suo pontile lungo raggiungevi il mare profondo, limpido, odoroso di alga e di iodio. La struttura lignea conservava ancora il vecchio stile ottocentesco e di inizio novecento. Era, insomma, una vecchia Signora adagiata sul mare, un po’ rugosa, affetta da qualche artrite ma che, comunque, faceva ancora trasparire la sua fiera bellezza.

Alma aveva terminato il suo compito alle tre in punto del pomeriggio..

Ormai la sua mente era altrove. Dopo qualche minuto sarebbe uscita dalla banca, sarebbe passata tra i tavolini di un deserto Caffè Piemonte, avrebbe attraversato Largo Cavour e avrebbe raggiunto la sua amica che l’attendeva vicino al Grand Hotel delle Terme. Da quel punto la corsa al Pirgo sarebbe stata impetuosa come il lampo.

Quando l’abisso spalancò le sue fauci inghiottendo le vite inermi, ad Alma fu risparmiata questa sorte. Si ritrovò esausta ed inebetita tra calcinacci e fumo. Passò attimi di torpore senza capire cosa fosse accaduto.

Lentamente si fece largo tra lamenti e grida d’aiuto. Uscì all’aperto allargando le braccia. Barcollava, non sapeva come reggersi in piedi. Aveva gli occhi spalancati, eppure vedeva a stento perché uno strato di fitta polvere la copriva nel volto, nel corpo, tra le ciglia.

Poi, a poco a poco, gli occhi cominciarono ad intravedere ombre. Poi le ombre si fecero più nitide.

Mirava una scena irreale.

Vedeva la gente aggirarsi stordita, vedeva le bocche aprirsi, distingueva i frenetici movimenti dei muscoli facciali, del collo. Eppure nessuno gridava, Non un rumore, non un suono da quelle labbra. Ogni tanto veniva giù un calcinaccio, uno spezzone di muraglia, un frammento di finestra ma, cadendo, le cose non emettevano il minimo suono.

S’era ormai trascinata nello slargo di Piazza Cavour e lenta procedeva lungo via Cencelle. Aveva ancora la posizione iniziale: le braccia allargate, il passo barcollante, gli occhi spalancati. Ed ancora il mondo esterno non dava alcun suono.

Era un mondo strano quello che si presentava: c’era bianco ovunque, un bianco che veniva giù come una neve tormentata. Ma il suono era svanito, perso in chissà quale lontano luogo.

Alma s’era trascinata di qualche metro, era ora di fronte all’entrata del Teatro Traiano. Ma lei non capiva dove realmente fosse. La mente farneticava, le sembrava di essere sul pontile, di camminare sui legni dell’adorato pontile che, però, oscillava come fosse mosso da una serie di ondate violente. Doveva raggiungere l’isolotto con la grande pagoda. Lì si sarebbe tolto il vestito e con il costume già indosso avrebbe raggiunto l’acqua del mare.

Ma, superato il Palazzo Guglielmi, si fermò sfinita. Si adagiò a terra appoggiando la testa sopra un frammento di cornicione caduto. Chiuse gli occhi, stese le gambe e rilassò le braccia affaticate. Per qualche attimo riuscì ad assopirsi.

Alma riaprì gli occhi.

Ora, di fronte a lei, appariva un mondo fantastico. Le sembrò di essere immersa in un sogno infantile.

Nel mondo-senza-suoni migliaia di grandi farfalle fluttuavano nell’aria disegnando sinuosi percorsi e, poi, lievi si adagiavano in terra , in una terra senza fiori.

Questa strana immagine le rammentò qualcosa del tempo antico. Le parve di essere nel mondo di Alice dove il non senso domina la scena. Era assurdo vedere quelle farfalle così grandi che raggiungevano la terra- senza- fiori. Ed era assurdo vedere che tanta gente tentava di prenderle senza emettere alcun rumore.

Sembravano tutti indaffarati a catturarle per poi consegnarle a qualcun altro che le infilava in un saccone, come se lui fosse il padrone- delle farfalle- svolazzanti.

L’aria era ritornata ad essere eterea, la polvere si era depositata a terra e le farfalle erano tutte planate. Il Signore delle Farfalle le aveva prese tutte, almeno così sembrava ad Alma.

La scena aveva depositato nell’animo della ragazza un senso di tranquillità. Il paradossale aveva esercitato in lei una strana calma. Chiuse gli occhi stanchi, aveva tanto bisogno di riposo.

Trascorse così un po’ di tempo. Poi mani pietose la risvegliarono caricandola sopra una barella. Cominciava ad udire qualcosa, il mondo sembrava risvegliarsi. I suoni erano ritornati. Pochi metri dopo Alma riacquistò la percezione della realtà.

Ora comprendeva dove si trovava, il punto esatto dove l’avevano adagiata sulla lettiga.

Rammentava il dramma che l’aveva colpita, la violenza, la tempesta di fuoco che si era riversata sulla sua banca, il boato che le aveva cancellato l’udito, l’incontro mancato, il Pirgo lontano.

Lanciò uno sguardo verso l’alto mentre la sollevavano per trasportarla al sicuro. Osservò la facciata del palazzo che le era di fronte. Riconobbe il luogo perché le era ben noto: quante volte aveva portato pratiche di lavoro in quell’edificio dal suo ufficio di Largo Cavour!

. . .

Il luogo in questione era la sede cittadina della Banca d’Italia!

Una bomba aveva dilaniato la parte centrale dell’edificio facendo scoppiare le casseforti!

Centinaia di biglietti da Mille volarono nell’aria in quel giorno di lutto.

di CARLO ALBERTO FALZETTI