Diritti……… e il termometro della “rete”

di BENEDETTO SALERNI ♦

Non so il perché ma la proposta di legge presentata dalla CGIL –  Carta dei diritti universali del lavoro e Nuovo statuto di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori – non trovi il giusto apprezzamento nel mondo della “rete”. Attraversando – per lungo e largo – lo “spaziotempo” dei cibernauti non si trova nulla di quelle empiriche discussioni che sovente condizionano la “vita” della sfera politica nazionale. Eppure non può passare inosservata alla pari di una vicenda politica qualsiasi ma, tutt’al più, di una nuova e elaborata “modesta proposta” che merita di dibatterla come materia di una “rivoluzione culturale” al fine di relazionarsi con il “modus operandi” del sistema imprenditoriale globalizzato e alla luce delle sempre più nuove dinamiche del mercato del lavoro.

La proposta di legge propone alla politica di rimodulare il modello del lavoro – affinché vengono eliminate le cause e le distorsioni dell’instabilità emotiva legata al futuro – con argomenti di elevato interesse collettivo come i diritti, la democrazia e la dignità del lavoro e le pari opportunità tra donna e uomo nella forma antidiscriminatoria. Mette in evidenza le criticità della massa del lavoro precario proponendogli una visibilità con degli nuovi strumenti organizzativi – per renderlo in qualche modo riconducibile al lavoro stabile – e con una serie di garanzie minime e una serie di principi e diritti minimi.

E’ poco polemista? Non è una sana portatrice di consenso politico? Non è una proposta di legge che mira a risultati di sinistra con gli strumenti della destra?

Tuttavia, non è particolarmente difficile cadere nel “paradosso confusionale nazionale” tra i valori della destra e della sinistra quando si parla dei diritti dei lavoratori. Gli ultimi governi di natura politica diversa – Berlusconi, Monti e Renzi –  hanno affrontato la destrutturazione della fase fordista a colpi di interventi legislativi andando a intaccare profondamente l’attuale legge 300 (del 1970). Si è modificato, ridotto o eliminato diritti e tutele che venivano considerate acquisiti definitivamente dalla civiltà del lavoro.  Una storica legge sui diritti dei lavoratori che dal giorno che Giuseppe Di Vittorio sollevò il problema sono passati circa venti anni per la sua approvazione parlamentare. La sua istruttoria passò nelle “maglie” dei partiti politici che furono gli artefici della ricostruzione del dopo guerra, della stesura della Carta Costituzionale e taluni di loro, erano portatori di un fondamentale ed indiscutibile rispetto del mondo del lavoro e delle classi sociali più deboli.

Di tutt’altro avviso è lo scenario politico di oggi. Siedono al parlamento italiano partiti e movimenti che all’interno della loro maggioranza non hanno il lavoro in cima ai loro pensieri. Competono tra loro per “aggredire” i diritti della classe lavoratrice e le OO.SS. con particolare riferimento alla CGIL.

La proposta del nuovo statuto è un corposo documento – con ben 3 titoli e 97 articoli relativamente alla legge 300 composta di 41 articoli – e, dopo l’approvazione degli iscritti della CGIL, diverrà una proposta di legge di iniziativa popolare sulla quale si raccoglieranno le firme dei cittadini per presentarla al Parlamento. Aprirà la sfida politica oltremodo alla regolamentazione normativa della precarizzazione, della frammentazione e della frantumazione del lavoro mettendo al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, delle forze politiche e delle altre forze sindacali la complessa filiera del lavoro che tormenta la “frontiera” dei nostri confini nazionali.  Si inserirà su un terreno di controversia politica reso “viscido” da un quadro politico e istituzionale ancora in divenire e nonostante si sappia che non esistono soluzioni sul lavoro integralmente perfette, la si può ritenere una dei nodi politici sui problemi del lavoro dell’imminente futuro.

Non posso neanche nascondere l’imbarazzo che si può provare nel parlare della proposta della CGIL nella nostra realtà territoriale dato l’alta presenza di disoccupati   e verso coloro che vedono il lavoro come la via maestra alla crescita del proprio essere – volta ad alimentare la fiducia in se stessi e il senso di appartenenza alla società e alla nostra comunità – nel guadagnarsi da vivere.

Chi oggi siede nei banchi della maggioranza della nostra casa comunale nasce, adotta e misura le sue iniziative attraverso il termometro dei social ma non riesce di “pensare in grande” relativamente alle materie come le attività socio-culturali, come ai problemi ambientale e come allo sviluppo occupazionale. Ad oggi si denota una marcata mancanza di quel “valore aggiunto” che deriva dal dibattimento politico – tra le diverse scuole di pensiero provenienti dagli schieramenti eletti nel consiglio comunale –  per le questioni legate sia al lavoro e alla città. Non riesce a stimolare la crescita o la nascita di iniziative socio-economiche sia dei singoli cittadini, della cooperazione o di attività imprenditoriali ricavandone l’impegno di costruire un nuovo tessuto sociale e migliorandone la qualità della vita. E non merita nessun tipo di commento la forma di ossimoro creatosi dal rapporto con la grande impresa del territorio dalla maggioranza politica comunale.

Alla fine… controlliamo il termometro!

di BENEDETTO SALERNI