IL DIO INUTILE
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
Dal fondo dell’abisso emana il grido: abbiamo sconfitto Dio semplicemente rendendolo superfluo!
Se un giorno Dio lo si prendeva terribilmente sul serio, tanto da doverlo assassinare per far spazio alla libertà dell’uomo, oggi non c’è da assassinare nessuno, basta fare qualcosa di infinitamente più devastante: un grande salutare sbadiglio!
Dio non si confuta, semplicemente si dimentica .
«A che mi serve?». Dio non è falso: è irrilevante. Basta sterilizzare il bisogno stesso di porre la domanda!
Dio non incide sul funzionamento del microprocessore, non accelera la fibra ottica, non abbassa il tasso dei mutui, non cura la patologia cellulare meglio della terapia genica, non riempie il carrello della spesa né programma l’algoritmo predittivo. Nel perimetro dell’efficienza tecnica, la domanda su Dio non trova una risposta negativa: trova una casella non compilabile. È un “errore di sintassi” del sistema.
La tecnica non confuta il sacro; semplicemente esaudisce sul piano immanente le promesse che un tempo appartenevano alla sfera religiosa.
Avendo surrogato l’Invisibile con la visibilità funzionante delle macchine, l’uomo moderno non avverte più alcuna nostalgia. L’angoscia metafisica viene rubricata a disfunzione biochimica curabile con una molecola; il senso di colpa viene sciolto dal consumo; il limite biologico viene posticipato a colpi di ingegneria biomedica fino all’orlo estremo. Che altro da aggiungere?
Niente d’altro se non questo: rimuovendo Dio si è finito di rimuovere anche altro . Ed è questo il problema che scuote il disincanto attuale!
La vera tragedia del presente sta nel fatto che la tragedia stessa è stata evacuata.
Un mondo che lotta con Dio e contro Dio è ancora un mondo tragico aperto alla vertigine del destino. C’è l’attrito dell’Assoluto contro la carne. L’irrilevanza, invece, anestetizza l’attrito. Produce una specie umana placida, ben nutrita, teologicamente muta che cammina dentro una gigantesca galleria commerciale climatizzata, del tutto indifferente a cosa ci sia sopra il tetto o sotto le fondamenta .
Eppure all’animale metafisico non puoi estirpare il viscerale bisogno di sapere che la sua fatica di vivere, il suo dolore, il suo amore poggiano su qualcosa di più d’un battito di ciglia nel nulla.
In questa cornice, la religione ridotta a “gestione dell’ansia senile”(la chiesa come sala d’attesa geriatrica) o a “decoro sentimentale per matrimoni e funerali” non fa che confermare la propria condanna a morte. Una fede che non ha più il coraggio del paradosso, che non sa più mostrare l’inquietudine ontologica dell’essere, che non osa più sfidare la ragione sul suo terreno più aspro, non viene più perseguitata dai tiranni: viene archiviata con una scrollata di spalle.
È la quiete raggelante dell’oblio del tragico, del glaciale conformismo. La rimozione della morte che rende tutto morto. Il trionfo dell’oggetto e la morte del soggetto.
La morte del disincanto del mondo che conduce alla noia, al vuoto desolante descritto quotidianamente ed in modo asfissiante dai nostri mass-media. Giorno dopo giorno, implacabilmente.
CARLO ALBERTO FALZETTI
