“AGORA’ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI – QUALE ALLENATORE?
di STEFANO CERVARELLI ♦
Ricordo che quando ero allenatore ed istruttore di Basket e frequentavo i corsi federali di aggiornamento uno dei temi più interessanti, appassionanti e di conseguenza dibattuti, riguardava direttamente la figura dell’allenatore (coach nel Basket) o, per meglio dire il suo modo di stare in campo, la filosofia con la quale intendeva gestire la squadra e il gruppo a lui affidati.
Ovviamente la scelta non può esulare dalla personalità del coach, né dalla composizione e l’età dei giocatori e giocatrici che deve guidare, né dal livello del campionato dove la squadra partecipa; qui bisogna fare tre grandi distinzioni, attività professionistica, attività dilettantistica, attività amatoriale, mentre un quarta distinzione, più generale, riguarda l’attività giovanile.
Questa breve introduzione rappresenta la situazione a grandi linee.
Addentrandoci nel vivo dell’argomento, inizio col dire che ci sono due tipi di allenatori, entrambi ugualmente importanti.
Una premessa necessaria, quanto io dirò prendendo ad esempio il Basket vale, beninteso, anche per gli allenatori di altri sports.
Riprendo il discorso dicendo che ci sono allenatori che si sentono – ed effettivamente lo sono – istruttori, insegnanti, direi maestri di Basket, che preferiscono lavorare nei settori giovanili.
Se vogliamo prendere come riferimento la patria di questo sport, gli Stati Uniti, ci sono stati allenatori che per una vita hanno preferito lavorare nei college, nelle università, pur avendo tutte le qualità per entrare nel mondo professionistico dell’NBA.
Al contrario, abbiamo avuto allenatori che mai si vedrebbero fuori dal mondo professionistico, alle prese con squadre giovanili; a questo proposito è doveroso precisare che la scelta non viene affatto influenzata dal fattore economico, è una questione di mentalità, tendenze, indole. Non si tratta quindi di fare gerarchie in base al mondo nel quale si è deciso di lavorare perché è solo una questione d’inclinazione.
Fatta questa prima distinzione di ruoli, torniamo all’argomento cardine, ossia al modo di stare in campo, al modo di rapportarsi con gli atleti.
La domanda dunque è questa: meglio sergenti o maestri?
Un dilemma al quale non è stata data ancora una risposta definitiva, anche perché ci sono situazioni nelle quali il coach deve sdoppiarsi nel duplice ruolo di allenatore di squadra che deve soltanto vincere (professionisti) ed allenatore di squadra giovanile dove il suo compito principale è quello di svolgere mansioni didattiche.
In Italia la sostanziale diversità tra i due ruoli è accentuata dal fatto che il nostro massimo campionato professionistico è ormai terra d’approdo per molti giocatori provenienti in maggior parte dagli Stati Uniti e dai paesi slavi, sono pochi gli “indigeni” che a loro volta poi si dividono tra giocatori “attempati” e giovani promesse.
Il nostro campionato è quindi professionistico ma anche “completativo”, agonistico ma anche di perfezionamento: una situazione tipica delle nostre abitudini inclini sempre al compromesso.
Capirete quindi quale e quanta capacità psicologica debba avere un coach che guida una squadra di questo tipo, accoppiata a una individuazione relazionale che lo renda capace di diversificare il suo rapporto con i giocatori.
Abbiamo quindi il caso di istruttori chiamati a fare anche i “pastori di tori” e abbiamo condottieri che debbono fare anche gli insegnanti.
Comunque, in base alla propria indole, “sergente di ferro” o tranquillo istruttore – che non vuol dire, attenzione, persona meno capace – gli allenatori sono, come avrete capito, di due tipi e questo, ripeto, con le dovute differenze, vale per tutti gli sport.
Si tratta di due tipi di allenatori entrambi bravi, entrambi validi ma diversi.
Ci sarà sempre comunque una netta distinzione perché nel campionato professionistico il vincere viene premiato più dell’insegnare; viceversa nei campionati minori, e specialmente in quelli giovanili, è l’insegnare che fa premio sul vincere quindi le società dovrebbero capire bene quello che vogliono.
Vogliono solo vincere? Ma non sempre ci si riesce perché questo obiettivo prevede un impianto societario e una forza economica che necessariamente ci porta a parlare di professionismo.
E’ nelle categorie inferiori che occorre maggiore chiarezza sugli scopi da raggiungere: qui la vittoria non può essere necessariamente il primo obiettivo perché, per essere raggiunta, andrebbe a discapito del settore giovanile. E’ qui che la scelta dell’allenatore è fondamentale.
Creare vivai, insegnare a giocare? Allenatore del primo tipo.
Si vuole sopratutto vincere? Allenatore del secondo tipo.
Concludo dicendo che comunque, al di là delle capacità tecniche se si vuole fare la distinzione tra “sergenti di ferro” e bravi maestri, io ho visto ottenere risultati positivi e negativi da entrambi i tipi di allenatore, a riprova che il sistema di allenamento o di educazione sportiva funziona soltanto se si è capaci di farlo comprendere alla squadra, al gruppo, fare in modo che giocatori e giocatrici vengano responsabilizzati e si sentano protagonisti attivi del lavoro che si sta compiendo e non semplici esecutori di comandi.
STEFANO CERVARELLI
