FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
Un giorno di tanti e tanti anni orsono.
Era stata arida l’estate che stava di mala voglia cedendo il passo ad un autunno precoce che anelava a far sentire i suoi benevoli primi freddi. Era di sera. Era l’affanno della guerra ormai sopito. Era una Civitavecchia che con lentezza indugiava nel riprendere il suo atavico verso, tanto era stato l’oltraggio subito che nell’immaginario poteva evocare l’antica devastazione del tempo saraceno. Era il suo nome Mameli.
E questi, il Mameli sopradetto, invano tentava di avviare alla sua sequela, lungo l’angusta via del Sapere, il suo fraterno amico.
Immemorabile è il tempo durante il quale l’umanità, almeno la sua parte migliore, ha meditato arrovellandosi su cosa sia l’”Essere nel mondo”, cosa sia l’esistere, cosa sia un albero, cosa sia un sasso, un cane, un uomo,…..un’ insegna, un tavolo, una bottiglia, un bicchiere, un sorso. Che cosa “sono”queste cose che appaiono fugaci nel mondo, invece di essere nulla! Perché c’è l’essere invece del nulla? Chi non pensa in questi termini è perchè affetto da sonnambulismo intellettuale, anestetizzato intellettualmente. Quanto, avrebbe detto Mameli, l’eccessiva sobrietà può far smettere di pensare!
Negli intensi itinerari meditativi, lungo quel viale malconcio e pieno di stridente ferraglia ferroviaria, lungo i vicoli stretti e sudici, lungo le vie sciatte e povere di negozi e di folla gaudente, tra le case ancora dirute, tra le macerie accumulate e sparse, tra i cantieri improvvisati, inaspettatamente, come colpito da fulminea ebbrezza, quel Mameli, dal passo tardo e lento, mormorava sospiri al suo amico che lo affiancava, sostenendolo nell’incerto passo:
“Lo sae o nun lo sae chi adè l’Essiri? L’Essiri adè l’Essiri!! Essiri o nun Esseri. E’ chiaro? L’ae capito o nun l’ae capito, Angelì?”
Pretesa ardua, in specie quella sera, per via della andatura caracollante che i due avevano impresso ai loro corpi a seguito di una generosa dose di “spirito”. Spirito, non v’è alcun dubbio: ma di natura più che “pneumatica”di schietta natura etilica.
Ma di chi stiamo parlando? Ma di Angelino: “ Me chiammino Angilino ma er nome mio adè Angeloperisee, tacci tua!!” .
Per fortuna, quei pochi gravati come me di congrua età, ancora oggi in vita, sanno per loro esperienza chi è Angelino; altri lo sanno solo per sentito dire; i più ignorano. Ed è a questi ultimi che io rivolgo il mio narrare. Agli altri, ai baldi coetanei, chiedo scusa per la ripetizione di un “già letto”, di un già sentito abbastanza. Ma questa, non altra, è la nostra saga, cari concittadini, alla quale ritualmente dobbiamo degna liturgia.
Dunque, avevamo lasciati, pochi istanti fa, i due intenti a chiarire l’essenza del divenire nel mentre tentavano di raggiungere la dimora di Angelino per l’ultima bevuta della nottata, quella di natura domiciliare.
Con fatica immensa ed immensa turbolenza che ricordava “il grande ritorno”, il nostos di Odisseo, i due avevano circumnavigato il Ghetto incontrando di tutto e le Sirene delle osterie ancora illibate e i tremendi Ciclopi degli osti creditori insoddisfatti. Superata la Casa del Gelato, della quale era rimasta sola parte della facciata, eccoli di fronte alle colonne di Palazzo D’Ardia. Ed è qui che il Mameli si fermò indicando col dito rivolto in alto : “Questo adè er palazzo co’ ‘e colonne doriche, lo sapevi tu? E cioè, che tutte aderino prima “dorate” e mò no! L’hanno arrovinate, sti fiji de…”
Volgendo verso manca rispetto alle “doriche” colonne la navigazione a vista proseguiva faceva intravedere di lontano la Cattedrale: punto di riferimento nautico essenziale per arrivare in Terza Strada ove si trovava la magione angeliniana, l’Itaca agognata (mi permetto licenza poetica circa il domicilio del suddetto). Una buona mezzora dopo la coppia gettò l’ancora. Erano finalmente giunti di fronte alla casa di Angelino e lo stesso aveva dichiarato di offrire ospitalità al suo compare filosofo. Avrebbero potuto così ingurgitare in santa pace l’ultimo sorso, l’ultimo grumo di piacere, avendo a portata di mano tutto lo strumentario del beato riposo.
Ma esisteva un impedimento: la porta!
La vita, sappiamo tutti per esperienza, è amara perché fitta di ostacoli e le cose del mondo fanno del tutto per cospirare assieme contro l’umano e fu certo per questo motivo che l’azione meccanica di trarre dalla tasca l’arnese preposto all’arretramento del catenaccio interessò un tempo abbastanza esteso. Per molti istanti il sagace Mameli sospettò che la tasca del compare fosse dotata di buco solleticandogli risa ironiche affrontate da Angelino con motti e motteggi che forse è bene non riferire, tanto è immediata l’immaginazione di essi.
Alfine la chiave venne fuori. Forse fu per grazia di qualche Santo che, fraintendendo di molto il sentimento che muoveva l’orante, si sentì fortemente chiamato in causa ed intervenne caritatevole.
Il passo ulteriore consisteva nell’infilare l’aggeggio in un pestilenziale buco che entrambe i compari giudicavano miseramente piccolo, troppo piccolo e tale da scatenare omaggi sontuosi al falegname costruttore.
Il buon Mameli, comunque alla vista dei tentativi fallimentari del compare, non si faceva sfuggire la buona occasione: “Ma li mortacci de la tu matri, Angelì, oramae nun ciae più l’età pe’ infilallo in der buco. L’ ae capito? See finito, sei itooo!…… Angelì ma chi adè l’Essiri? Lo sae o nun lo sae?
La tenacia premia gli audaci ed il tempo sana ogni cosa: riuscirono ad entrare!.” Mamè ‘namo a salutà ‘a mi moje e poe bevemo. Piano, nun fà casino che stà a durmì….. Ahoo! Ma di chi cazzo adè quer culo? Tutto peloso! Ma nadè di mi moje, ma chi è? Te posseno ammazzatte …Mamè damme er cortello. Mamè l’arma!. Fò ‘na strage. Er sangue, vojio er sangue. Ah Mamè che stà ‘a fa? Sbrighite, damme er cortello! L’ammazzoo!”
E qui la filosofia apre la sua scena più compiuta raggiungendo vertici inusitati.
Con postura supplicante, l’ultimo accorato, seppur gentile, appello: “A fijo de na mignottona fracica, me vo stò cazzo de cortello? Sì o no?”
E di rimando Mameli troncava ogni discussione col saggio proferire: Angelì e famila finita!! Ma che cortello e cortello, ma daje de corna, no?”
. . .
Chiedo ancora scusa per la ripetizione. Ma ogni tanto fa bene un analgesico contro i “pesanti” problemi del momento. A proposito del Liceo Guglielmotti vorrei anche io dare il mio modesto contributo per i festeggiamenti. E’ bene sapere che Angelino viveva un tempo nei pressi di esso. Esponendo biancheria intimissima a stendere al sole, una importante professoressa di tale Liceo ebbe a rimproverarlo. Chiese scusa il Nostro e disse: “Ah sor Maè nun lo farò più, prometto”. Come poteva apostrofare la professoressa altrimenti? Angelo Peris che forse qualche volta, fanciullo, era riuscito a varcare il portone delle elementari.
CARLO ALBERTO FALZETTI

Precisazione picciola, ma doverosa. Siamo negli anni sessanta: la sezione staccata del Liceo di via dei Bastioni condivideva un cortiletto con l’abitazione del Perise. A mia memoria fu lui che lamentò con la professoressa, nota per la pudicizia, il “furto” di alcuni degli indumenti intimi; da qui il “sora maé” e l’imbarazzata reazione introdotta dall’appellativo “brav’uomo”. Quasi superfluo ricordare la punizione inflitta agli scolari: 30 versi della Divina Commedia da imparare a memoria.
Falzetti Ettore della sezione B
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Fenomenologia dello spirito…che dire, grande associazione di nobile e plebeo, di Hegel e ” divino”…Carlo , gran mestierante di ambiti di vita mi riporta all’età ginnasiale con Angelino il peloso, grande maschera della nostra goliardia perduta e Caterina con lui mi rimanda ad un non tempo lineare, ma rizomatoso, alla lettura del Liceo ginnasio Guglielmotti del Decameron, di eros e tanathos, alle novelle di Alberigo degli Alberighi e di Lisabetta da Messina, con il vaso di basilico e la testa del suo amato 💔
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