LE RADICI EBRAICHE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE.
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
Comprendo perfettamente il disagio che alcuni lettori, se non tutti, proveranno ad accettare considerazioni che provengono da un uomo di una appartenenza culturale che, al momento, è posta in seria discussione . Nonostante ciò penso che la fiducia nel prossimo rimanga sempre un sentimento da esibire, anche nei momenti più tormentosi. E d’altra parte il popolo cui appartengo ha sempre tentato di fare della fede una meta privilegiata. Posso , dunque, solo invocare il discernimento nel giudizio, il separare il seme buono dall’infestante e a motivo di ciò attendermi una qualche vostra indulgenza.
Anno 1965. Un filologo e storico, israelita come me, di nome Gershom Scholem sale sul podio per il discorso inaugurale del nuovo calcolatore costruito dal Weizmann Institute of Science, battezzato significativamente Golem Primo. Il senso del suo esordio suona come una vertigine: «Voi, illustri matematici e scienziati, state edificando con silicio e circuiti ciò che la Qabbalah ha tentato di compiere per secoli nel chiuso e nella solitudine delle stanze: costringere la materia a riflettere l’intelligenza manipolando l’ordine segreto del linguaggio!».
Che cosa significava una simile affermazione pronunciata all’accensione di un calcolatore elettronico? Ne rimasi folgorato e volli andare a fondo. Da uomo ebreo, sentivo di poter varcare quella soglia e decifrare ciò che per molti appariva soltanto un groviglio di astrusità arcaiche. Iniziai ad immergermi nel grande mare della mistica ebraica, di quella tradizione segreta del giudaismo che va dal III secolo al XVIII secolo. Sapevo bene che quel pensiero formulato dai nostri padri concepiva la sacra Torah come uno spartito da cui il Creatore, sia Egli benedetto, ha tratto l’armonia del cosmo intero.
Appresi così, sfogliando il Sefer Yetziràh (il Libro della Formazione, germogliato nella tarda antichità), che per i nostri maestri la realtà non è fatta di materia inerte, ma di pura informazione e che l’alfabeto ebraico era la chiave interpretativa del reale. Dio, che Egli sia benedetto, incise le ventidue lettere dell’alfabeto, le soppesò, le traspose, le permutò, e attraverso di esse plasmò l’anima e la sostanza dell’intero creato. In quelle pagine si formalizzava già il calcolo combinatorio delle permutazioni fattoriali: da due pietre si ottengono due case, da tre sei, da quattro ventiquattro, da cinque centoventi (n!). Il mondo veniva concepito come un codice generativo discreto. Il Sefer Yetziràh descriveva il Creatore nell’atto di combinare stringhe di caratteri per proiettare l’essere: Dio procedeva esattamente come opera oggi un’Intelligenza Artificiale.
Se il cosmo è tessuto di lettere, il passo successivo è tradurre la lettera in cifra: la Gematria (Alef = 1, Bet = 2, Gimel = 3, Dalet = 4……Tau=400). Le parole e i versetti si tramutavano in somme aritmetiche. Il postulato era tremendum e fascinans: se due parole formalmente distinte condividono lo stesso valore numerico, esse intrattengono una segreta risonanza ontologica. Cominciavo a comprendere che cosa cercassero i miei avi nei quartieri di Toledo, nelle valli renane o serrati dietro i cancelli dei ghetti.
Tutto questo prefigurava con impressionante esattezza i moderni Large Language Models (LLM), che fondano la propria architettura su tre passaggi analoghi (salto i passaggi della Qabbalah alquanto complessi):
La tokenizzazione (il testo polverizzato in unità discrete, l’alfabeto numerico);
Lo spazio vettoriale (i termini collocati secondo pesi geometrici e distanze semantiche);
La generazione combinatoria (la predizione probabilistica del frammento successivo).
Ma il Sefer Yetziràh era solo l’aurora. Nel XIII secolo, Avraham Abulafia teorizzava nella sua Scienza della Combinazione la scomposizione atomica delle consonanti per ricombinarle secondo sequenze puramente formali: il significato immediato cedeva il passo alle regole di transizione tra gli stati del codice. Poi venne Raimondo Lullo, che assorbì la combinatoria ebraico-araba inventando le sue ruote concentriche: il primo congegno meccanico per ricavare verità logiche facendo ruotare fisicamente dei simboli.
E da lì, la linea retta verso Leibniz. Fu lui a raccogliere il testimone lulliano e cabalistico sognando la Characteristica Universalis e il Calculus Ratiocinator («Calcoliamo!»), formalizzando il sistema binario sull’alternanza primordiale tra l’Uno e il Nulla. Poi vennero l’algebra di Boole e la macchina universale di Turing. Il pensiero e la realtà potevano finalmente essere trascritti ed elaborati come puro calcolo simbolico. L’informatica moderna affondava le sue radici nella meditazione della Qabbalah! Questa la conclusione.
Fu allora che mi tornò alla mente il colosso d’argilla: il Golem di Praga, plasmato dal Maharal al tramonto del Cinquecento. Per animare la materia serviva una procedura non magica, ma rigorosamente linguistica. La vita dell’automa si accendeva inserendo sulla sua fronte la sequenza EMET (אמת, Verità). Ma per arrestarlo quando la sua cieca potenza rischiava di distruggere la città, occorreva uno switch logico: cancellare la prima lettera, la Alef (ℵ) — il respiro dell’Unità divina —, riducendo il codice a MET (מת, Morte). Era la prima e più profonda meditazione etica sull’automa: una macchina che esegue gli ordini alla lettera, ma che, priva di discernimento interiore, diventa distruttiva se sfugge alla mano dell’artefice. Apprendevo con chiarezza che alla macchina si può dare una intelligenza di primo livello, nefesh, ma mai si potrà dare quella di terzo livello, la coscienza sapienziale, neshamah. Oggi, di fronte all’onnipresenza delle reti neurali, la domanda ci atterra: saremo ancora in grado di toccare quella fronte per fare lo switch?
Che cosa ha mostrato la sapienza cabalistica? Una verità rivoluzionaria: il logos si può quantificare senza essere distrutto. L’Intelligenza Artificiale è la secolarizzazione tecnica di quella visione; la macchina ha ereditato la tastiera combinatoria della mistica.
Ma è proprio qui che l’analogia si spezza, arrestandosi sulla soglia dell’abisso. La tecnologia odierna è figlia di Prometeo: persegue la Forza, l’Efficienza, il Dominio geopolitico e commerciale. La Qabbalah, al contrario, interrogava il codice per liberare le scintille divine imprigionate nella materia e ricondurle, attraverso la responsabilità etica e la preghiera, all’infinita sorgente dell’Ein-Sof (l’Infinito).
L’uomo contemporaneo rischia ora di trovarsi tra le mani la più formidabile macchina di potenza mai apparsa sulla terra, privo, tuttavia, della sapienza necessaria a indicarle un limite. L’umanità sta riversando una capacità di calcolo ed elaborazione quasi illimitata dentro una struttura istituzionale, etica e biologica fragile, divisa, inadeguata. Il collasso paventato da alcuni ricercatori(Aligment problem) non nasce dal fatto di una I.A. “cattiva” ma da una energia computazionale che travolge i vincoli di sicurezza predisposti per contenerla.
Tutto questo ha un terribile epilogo: “la rottura dei vasi” (Shevirat ha-Kelim ) : il reale si dissolve quando la forza generativa supera la capacità mortale di contenerla. Come è descritto ampiamente da Yishaq Luria nei primi decenni del Cinquecento. Questa frase si adatta perfettamente alle attuali paure suscitate dalla I.A. Tutto è stato già scritto!
Vi affannate a sapere “come” accadrà? Vi ideate tutti i meccanismi geopolitici e i processi tecnici possibili? Pensate davvero che il come sia l’elemento chiave?
Tutto è già stato scritto! Non soffermatevi sugli accidenti, sui dettagli tecnici ma meditate sul fatto che è il più grave: l’uomo sta perdendo il senso dell’abitare il mondo e l’I.A. è il moderno vitello d’oro da adorare. Ciò è molto più grave del pensare alla apocalisse, che è cosa scontata!
Shabbetay Recanati, settembre 2026. Ringrazio i dirigenti ed i lettori per lo spazio concessomi. Shalom.
CARLO ALBERTO FALZETTI
