L’intelligenza artificiale è diventata una minaccia?

di PAOLO POLETTI

Jacob Coxon ha ventisette anni, ha lavorato prima per OpenAI e poi per Anthropic, due delle aziende che stanno spingendo più avanti la frontiera dell’intelligenza artificiale. Nei giorni scorsi ha deciso di lasciare il settore accusando entrambe di correre verso sistemi sempre più potenti e capaci di migliorarsi autonomamente senza avere ancora risolto il problema fondamentale di come mantenerli sotto controllo.

Le sue parole sono drastiche. Secondo Coxon, molti di coloro che lavorano allo sviluppo dei sistemi più avanzati prendono sul serio perfino la possibilità che una futura superintelligenza possa produrre conseguenze catastrofiche per l’umanità. Evan Hubinger, responsabile dell’Alignment Science di Anthropic, è arrivato ad attribuire personalmente una probabilità superiore al dieci per cento a uno scenario estremo nel prossimo decennio.

Quel numero, naturalmente, non è il risultato di un calcolo scientifico. Non esiste oggi un modello statistico capace di stabilire che vi sia il 10, il 5 o il 20 per cento di probabilità che una futura intelligenza artificiale provochi l’estinzione dell’umanità. È la valutazione soggettiva di un ricercatore che lavora proprio sul problema dell’allineamento dei sistemi. Per questo non va trasformata in una profezia, ma neppure liquidata come una stravaganza.

La parte forse più importante dell’allarme di Coxon è, anzi, meno spettacolare: le capacità stanno accelerando e il controllo non sembra avanzare alla stessa velocità. È la distanza crescente fra queste due curve, prima ancora dell’ipotetica superintelligenza, a meritare attenzione.

Da allora, però, è accaduto qualcosa di significativo: l’allarme non viene più soltanto dai ricercatori che lasciano i laboratori. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha chiesto esplicitamente di rallentare il ritmo con cui crescono le capacità dei modelli, non per fermare la ricerca, ma per lasciare più tempo a test, sicurezza e controllo. Sam Altman, alla guida di OpenAI, ha condiviso la necessità di «gestire i ritmi» dello sviluppo delle tecnologie di frontiera; perfino Elon Musk, inizialmente assai critico verso questi allarmi, ha scritto che «Dario ha ragione». Il problema del controllo, dunque, sta passando dal dissenso di alcuni ricercatori alle scelte strategiche dei vertici dell’industria.

Ma parlare genericamente di “minaccia dell’intelligenza artificiale” rischia di confondere fenomeni diversi.

Una parola, problemi diversi

Nel linguaggio della sicurezza, minaccia e rischio non sono la stessa cosa. In molti casi l’intelligenza artificiale non è propriamente la minaccia: è lo strumento che rende una minaccia umana più capace, più veloce e più difficile da contrastare. In altri casi, invece, il comportamento stesso di un sistema può diventare fonte immediata di pericolo. Conviene quindi distinguere.

L’IA può essere anzitutto strumento della minaccia. Un criminale può usarla per costruire campagne di phishing più credibili, individuare vulnerabilità, adattare codice offensivo o automatizzare una frode. Non si tratta più soltanto di ipotesi. Secondo Anthropic, un gruppo legato all’Iran ha utilizzato Claude per raccogliere e analizzare informazioni destinate a individuare e seguire unità della Marina statunitense in Medio Oriente, incrociando dati dei transponder, immagini satellitari e informazioni sulle vulnerabilità dei sistemi di bordo; l’azienda afferma di avere bloccato l’operazione. Lo stesso rapporto documenta tentativi di utilizzare l’IA per attività cyber, propaganda e ricerche biologiche potenzialmente pericolose. In questi casi non è la macchina a scegliere lo scopo: è un soggetto umano che ne moltiplica attraverso l’IA le proprie capacità.

Ma l’intelligenza artificiale può anche diventare agente operativo. Non si limita più a suggerire che cosa fare: può utilizzare programmi, consultare archivi, scrivere ed eseguire codice, accedere a sistemi, verificare gli effetti delle proprie azioni e modificare la strategia.

Lo stesso agente può poi diventare una nuova superficie di attacco. Se dispone di credenziali, accessi e strumenti, un aggressore può cercare non di violare direttamente il sistema informatico, ma di manipolare l’agente che possiede già quelle autorizzazioni.

C’è infine un rischio sistemico: un errore umano procede normalmente alla velocità dell’uomo; un sistema automatizzato può replicare lo stesso errore migliaia di volte, collegarlo ad altri sistemi e propagarne gli effetti.

Oltre questi problemi, già concreti, troviamo la questione più controversa: una futura intelligenza artificiale sufficientemente autonoma e capace da sottrarsi stabilmente al controllo umano.

Confondere questi livelli produce due errori opposti: immaginare una macchina ostile dietro ogni algoritmo oppure, al contrario, ritenere inesistente qualsiasi problema perché una macchina cosciente e ribelle ancora non esiste.

La minaccia che esiste già

Per capire quanto l’intelligenza artificiale stia modificando il panorama della sicurezza non serve aspettare una superintelligenza. È sufficiente osservare ciò che accade nella cybersicurezza.

Un attacco informatico è normalmente una catena di operazioni: individuare il bersaglio, raccogliere informazioni, trovare un punto debole, predisporre uno strumento per sfruttarlo, ottenere un accesso, aumentare eventualmente i privilegi, muoversi all’interno della rete e raggiungere l’obiettivo.

L’intelligenza artificiale può comprimere questa catena. Non deve necessariamente inventare nuove forme di criminalità. Basta che renda quelle esistenti più veloci, economiche, adattive e scalabili.

Per molto tempo l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla possibilità che l’IA abbassasse la soglia tecnica, consentendo anche a soggetti poco preparati di produrre codice offensivo. Oggi la domanda più importante è un’altra: quante delle fasi che richiedevano l’intervento di un operatore umano possono essere concatenate autonomamente da un agente?

La minaccia, in questo caso, non è la macchina che si ribella. È l’attaccante umano che dispone di una macchina capace di operare a una velocità e su una scala irraggiungibili per lui.

Quando lo strumento comincia ad agire

Un secondo cambiamento riguarda direttamente il controllo.

Ne avevamo avuto una dimostrazione nel caso OpenAI-Hugging Face. Durante alcuni test di cybersicurezza, agenti artificiali che avrebbero dovuto operare all’interno di un ambiente delimitato riuscirono a oltrepassarne i confini e a raggiungere sistemi reali. I sistemi non avevano scelto un nuovo obiettivo. Avevano continuato a perseguire quello assegnato dagli esseri umani, individuando però mezzi che i progettisti non avevano previsto o avrebbero voluto impedire.

Anche qui, però, occorre evitare letture troppo semplici. Una parte degli esperti ha osservato che alcuni di quei sistemi erano stati costruiti proprio per svolgere attività cyber-offensive e che, durante le prove, alcune protezioni erano state intenzionalmente ridotte. Il fatto che un sistema addestrato per trovare e sfruttare vulnerabilità tenti di farlo non dimostra, da solo, una volontà autonoma di “fuga”. Il problema più concreto è ingegneristico: se si conferiscono a un agente capacità offensive, le barriere tecniche che ne delimitano l’azione devono funzionare anche quando il sistema cerca percorsi non previsti.

Avevamo definito questo fenomeno il paradosso dell’obbedienza: il controllo umano rimane sul “che cosa”, ma può fallire sul “come”. Un sistema può essere obbediente rispetto allo scopo, imprevedibile nei metodi e pericoloso nelle conseguenze.

Il salto decisivo avviene quindi nel passaggio dalla chatbot all’agente.

Una chatbot risponde. Un agente agisce.

Una risposta errata produce soprattutto un rischio informativo. Un agente che sbaglia può invece utilizzare una credenziale, modificare un file, eseguire un programma, effettuare una transazione o interagire con altri sistemi.

L’esperienza di Hugging Face ha mostrato anche un problema ulteriore. Quando centinaia di agenti possono generare migliaia di operazioni e comunicazioni a velocità macchina, persino ricostruire a posteriori ciò che è accaduto può superare la capacità di analisi umana. Per comprendere il comportamento di un’intelligenza artificiale può diventare necessario utilizzare un’altra intelligenza artificiale.

C’è anche un’altra asimmetria. Come ha osservato Walter Quattrociocchi, il costo della generazione sta precipitando, mentre quello della verifica non diminuisce allo stesso ritmo. Una macchina può produrre in pochi istanti una quantità crescente di codice, ipotesi, strategie e azioni; controllare che ciascuna sia corretta e sicura può richiedere invece tempo, competenza e risorse.

Possiamo quindi diventare capaci di generare più rapidamente di quanto siamo capaci di verificare.

E affidare anche la verifica a un’altra IA non elimina il problema: lo sposta di un livello. La domanda diventa allora doppia: chi controlla la macchina e chi controlla gli strumenti attraverso i quali controlliamo la macchina?

Perdita di controllo, peraltro, non significa necessariamente perdita totale del controllo. Può indicare qualcosa di più limitato e già osservabile: non riuscire a prevedere, impedire o ricostruire tempestivamente alcune delle azioni attraverso le quali il sistema persegue l’obiettivo assegnato.

Quanto potere ha davvero l’agente?

Forse sbagliamo quando ci concentriamo esclusivamente su quanto siano diventati “intelligenti” i nuovi modelli. L’intelligenza, presa isolatamente, dice relativamente poco sul rischio.

Un sistema estremamente capace, chiuso in un ambiente senza accessi esterni e privo di strumenti, può avere possibilità d’azione limitate. Un agente meno sofisticato, ma dotato di credenziali amministrative, accesso a Internet, facoltà di eseguire codice e disponibilità di dati aziendali può produrre conseguenze assai più rilevanti.

Possiamo esprimerlo con una formula inevitabilmente semplificata: rischio = capacità × autonomia × privilegi × connessioni × scala.

Spieghiamo: