Alla convention repubblicana di Dallas: istigazioni a delinquere e cotillons
di PAOLA CECCARELLI ♦
È da poco finita a Dallas la convention del partito repubblicano. Un’occasione decisamente storica perché non era mai successa prima di oggi che il GOP tenesse una convention durante le campagne elettorali dei midterm, i due anni che seguono l’insediamento di un presidente, e perché era dal lontano 1984 che i repubblicani dovevano tenerne una a Dallas. In quell’anno i delegati si erano incontrati per eleggere i loro candidati e avevano votato Reagan come presidente e George W. Bush come vice. Altri tempi, di sicuro.
Né Reagan né Bush avrebbero mai tenuto il tipo di discorso tenuto da Trump nella serata di chiusura, tanto per dire.
Arrossato in volto, su uno palco al centro di uno stadio che avrebbe dovuto essere pieno come un uovo ma mostrava tutta la sezione superiore completamente vuota, tanto che le luci erano abilmente indirizzate solo fino ad un certo livello di poltroncine, Trump ha infatti concluso la kermesse di due giorni ordinando ai suoi supporters di recitare una pledge of alliance (giuramento di fedeltà) decisamente particolare.
Non alla bandiera americana e texana, come si fa ancora nelle scuole da queste parti, ma proprio verso di lui, Donald, in uno dei momenti più imbarazzanti, delusionali e apertamente criminali che un presidente americano abbia mai tenuto pubblicamente. Insomma, istigazioni a delinquere e ricchi cotillons per tutti.
Trump ha così alzato la mano destra e così hanno fatto i suoi supporters e ha detto loro di ripetere con lui: “Io giuro al più grande presidente della storia degli Stati Uniti d’America, che ci ama così tanto da mancargli il respiro, che mi impegnerò con tutte le mie forze, e così farà la mia famiglia e faranno i miei amici, farò di tutto anche ILLEGALMENTE, non me ne frega se sono registrato a votare o no, ci proverò lo stesso, che cazzo loro fanno lo stesso, loro che sono sempre i primi a non rispettare le regole. Noi voteremo il 3 Novembre a tutti i costi”. Traduzione parola per parola.
Questo dopo aver promesso a CHIUNQUE in America voti repubblicano un bell’assegno di 5 mila dollari sull’unghia.
Trump si sa non è un oratore dei più raffinati. Ma il messaggio è stato chiaro: votate per me e se dovete andare contro la legge votate lo stesso. Sarete ricompensati.
L’audience ha ripetuto le sue parole, applaudito e strillato, confetti sono piovuti dal soffitto, cappellini MAGA sono stati gettati in aria con cotillons vari e trombette.
Il popolino MAGA si è bevuto tutto, come sempre, e Trump lo sa.
Ma c’è davvero poco di cui compiacersi. La disperazione è stata infatti il carattere più evidente di questa convention, il suo vero messaggio.
L’aspetto da baraccone strizza-soldi tipica di questa amministrazione ha poi avviluppato il tutto: dalle foto con Trump vendute a 88 mila dollari l’una, quella con Vance costa di meno, ai gadgets, le t-shirt, i cappelli da cowboy con la firma di Trump. Di tutto e di più, pacchianamente. Senza vergogna. Un simbolo su tutti la macchinona dorata con l’effigie di Trump messa all’ingresso dello stadio. Neanche Liberace ha osato tanto.
Quello che Trump non ha potuto mascherare ha una ragione molto semplice: questa convention era necessaria perché dopo aver rovesciato nelle tasche dei suoi candidati texani milioni e milioni di dollari Trump non ha ancora visto i risultati sperati.
A deluderlo sono principalmente le campagne elettorali dei suoi più consolidati “mastini”: il Procuratore Generale Ken Paxton e il Governatore Greg Abbott che stanno seriamente rischiando le poltrone il prossimo 3 Novembre.
Paxton infatti è stato da poco superato nei sondaggi dal democratico James Talarico, enfant prodige della scena politica texana, nato e cresciuto a Round Rock, appena 35 anni, segno zodiacale Toro, ex insegnante di inglese e prossimo a laurearsi come Magister Divinitatis, primo passo per diventare un pastore presbiteriano. Talarico ha una faccia da sbarbatello ma una grinta e parlantina da veterano della politica. Lo si considera il fratellino di Beto Ò’Rourke, il primo democratico che arrivò vicino a vincere la poltrona da senatore contro il repubblicano Ted Cruz nel 2018. Cruz poi vinse ma la campagna elettorale di Ò’Rourke è diventata il modello cui da allora i nuovi aspiranti leaders democratici si rifanno.
Talarico ha quindi messo a frutto l’eredità di Beto che lo sta sostenendo. Con una campagna pulita e civile sta volando alto sulla scia della crescente rabbia e frustrazione dei texani contro 30 anni di gestione repubblicana politica arrivando a superare di un punto pieno Paxton, decennale scaltro animale politico, invischiato in molteplici scandali finanziari nonché sorpreso in flagrante adulterio, per la prima volta in seria difficoltà.
L’altro repubblicano che sta facendo arrabbiare molto Donald è il Governatore del Texas, Greg Abbott, anche lui rieletto in carica da anni senza problemi, con le mani in pasta in decine di business poco cristallini, ultimamente in seria difficoltà a causa della sua politica estremamente permissiva nei confronti dei data centers (Texas è il secondo stato americano per numero e grandezza di campus) e per aver approvato lo scempio ambientalistico nel bellissimo ed amatissimo Big Bend National Park dopo che Trump aveva chiesto nuovi muri contro l’immigrazione clandestina.
Abbott è stato raggiunto nei sondaggi dalla sua agguerritissima avversaria, Gina Hinojosa, che sta conducendo una brillante campagna capillare e di base sostenuta solo dai contributi dei suoi sostenitori. Sia lei che Talarico hanno dichiarato di non avere accettato un solo cent da parte dell’AIPAC, l’organizzazione americana dei lobbisti israeliani.
In aggiunta a queste debacle clamorose, i repubblicani non se la passano bene in molti altri ballottaggi e in città che finora era sempre state considerate bastioni rossi.
Nelle midterm, come si sa, si vota per una miriade di posizioni amministrative e legislative: senatori, governatori, Board of Education; giudici di contea, sovrintendenti all’agricoltura, consigli comunali e di contea.
Ma sono anche le elezioni dove si va di meno ai seggi e se questa pigrizia può fare il gioco di Trump è anche vero che il Texas si è trasformato in questi ultimi anni in un “purple state”, uno stato tendente al viola come si chiamano quegli stati che hanno perso la loro originaria coloritura politica e possono cambiare rotta. Il grande sogno dei democratici di vedere quindi il Texas colorarsi di blu potrebbe diventare realtà.
Per questo Donald ha dovuto correre ai ripari.
Malumori sono serpeggiati per settimane: la kermesse è costata alla città di Dallas più di 2 milioni di dollari. Quattro arterie di traffico sono state chiuse per 4 giorni e si è intensificato il livello di controllo e ispezioni da parte delle forze dell’ordine.
Nonostante Trump e aficionados MAGA ora strillino di aver fatto il tutto esaurito e che ci fossero file chilometriche per entrare allo stadio non è vero niente: lo stadio mostrava intere sezioni vuote anche quando parlava Trump e le file per entrare sono state quelle dei partecipanti che sono stati istruiti ad andare prima a Grand Prairie, una cittadina a 50 minuti dalla convention, e da lì prendere i pullman organizzativi che li hanno scaricati allo stadio dove poi li hanno fatti aspettare altre tre ore prima di entrare. In nome della security. Ma qualche anziano ha rischiato brutto sotto il sole accecante di Dallas e 105 gradi Fahrenheit (40 gradi Celsius).
C’è un altro elemento che ha fatto di questa convention un evento tra il distopico e la carnevalata.
In un eccezionale esempio di sincronia vendicativa infatti è stata aperta a Dallas negli stessi giorni la mostra intitolata “Trump Epstein Memorial Reading Room”.
La mostra itinerante, partita da New York, dove ha avuto 10 mila visitatori in 2 settimane, è stata portata a Dallas proprio in concomitanza con la convention repubblicana. Come a dire a Trump: nonostante tutti i tuoi tentativi di insabbiare e depistare ed infangare la memoria delle vittime loro non dimenticano e noi con loro.
Nelle sale della mostra sono installati decine e decine di scaffali contenenti 3457 volumi, ognuno pesante quasi 5 pounds (2 chili e 200 grammi) allineati per ordine cronologico per un totale di 3 milioni e mezzo di pagine, 800 pagine per volume, dal peso collettivo di 17 mila pounds. I files raccontano la storia del ring pedofilo di Epstein lungo la durata di 40 anni. Sui muri le tappe cronologiche della connivenza tra Epstein e Trump e una parete dedicata ai messaggi dei visitatori. Sono state tenute accese 1400 candele in ricordo di ognuna delle vittime ed era a disposizione un telefono per chiamare il Dipartimento di Giustizia e chiedere che il resto dei files ancora non rilasciati siano resi pubblici al più presto e che sia fatta finalmente luce sugli intrecci e le connivenze che hanno reso possibile per il pedofilo Epstein di mantenere un network impressionante di coperture ed amicizie nei posti giusti per quasi 40 anni.
Un tributo toccante alle vittime conclude poi la mostra.
Per quanto ci si sia informati sulla vicenda, per quanto si sia seguito lo scandalo, la morte per presunto suicidio di Epstein, l’arresto di Elaine Maxwell, la sorte capitata al Principe Andrew e gli insabbiamenti continui di Trump l’impatto visivo di questi volumi bianchi è veramente emozionante per lo sgomento di realizzare che in ognuno di questi files c’è la storia di vittime vere, reali, bambine, ragazze e poi donne che hanno sofferto per anni senza ancora aver trovato giustizia. Una di loro, Virginia Roberts Giuffre, ha trovato solo la morte.
Di Virginia avevo letto mesi fa l’autobiografia intitolata “Nobody’s girl” e non era stata davvero una lettura leggera. Ma sicuramente è stata una lettura doverosa.
Questa mostra è stata organizzata soprattutto per l’impegno dei suoi familiari, soprattutto di sua sorella.
Con la sua sono 1400 le testimonianze e storie di bambine e ragazze finite nella rete capillare e sofisticata del pedofilo Epstein ed i suoi tantissimi amici/clienti.
Trump ha sempre negato di aver partecipato alle feste a casa Epstein o di essere stato ospite sulla sua isola, ha minimizzato la loro decennale e comprovata amicizia ed è finora riuscito ad evitare che ulteriori documenti siano resi pubblici ma a margine dello scandalo Epstein non ha potuto evitare la condanna per abuso sessuale e diffamazione nei confronti della scrittrice E. J. Carroll. Le ha già versato 5 milioni di dollari come risarcimento danni e ne dovrà sborsare altri 80 in base alla sentenza definitiva emessa nel 2024, sentenza che ha de facto reso Trump il primo presidente americano in carica con la fedina sporca.
Are we great yet?
PAOLA CECCARELLI

Non so perché queste scomposte performance mi fanno venire in mente il tardo Impero Romano, quello degli Imperatori pazzi, con un Senato oramai imbelle e neanche più di pura presenza. Imperatori ormai incapaci di dominare se stessi…E i “barbari” alle porte.
Maria Zeno
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