RUBRICA MANAGEMENT PILLS – Ulisse in giacca e cravatta: l’Odissea della carriera tra viaggio, esilio e ritorno
di GIANLUCA GORI ♦
In questa cocente estate, l’uscita nelle sale cinematografiche dell’Odissea di Christopher Nolan, mi è di stimolo per tentare di esplorare un’analogia tra L’Odissea e la carriera professionale. In fondo, con le dovute cautele, il dramma omerico conferma ancora una volta la sua duttilità e modernità, respingendo gli attacchi di chi vorrebbe una scuola tutta STEM e niente Epica, Letteratura, Storia e Filosofia, ed offre un campo interpretativo fertile per indagare dinamiche di identità, potere e tempo anche in ambito aziendale. Questo breve scritto mira a leggere il percorso lavorativo del dipendente come un moderno nostos, impiegando strumenti teorici presi dalla letteratura e dalle scienze sociali, ma senza rinunciare all’ironia disvelatrice delle ipocrisie organizzative. Come sostiene Italo Calvino, «la memoria del viaggio è il paesaggio del possibile», e pertanto la carriera si configura come una narrativa di possibilità e limitazioni (Calvino, Le città invisibili, 1972).
- La partenza: il contratto come vela
L’assunzione codifica simbolicamente la partenza da Itaca. Il contratto, il documento che formalizza aspettative reciproche, è la vela con cui Ulisse naviga. L’analogia enfatizza due elementi: la promessa (aspettative di crescita) e la vulnerabilità (vincoli contrattuali). Braudel ci fornisce un contesto macro-sociale: «le strutture lente» spesso condizionano gli orizzonti individuali, imponendo costi temporali che la retorica aziendale tende a occultare (Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, XV–XVIII secolo, 1979). Ironia: l’entusiasmo del neoassunto somiglia al volantino promozionale di una crociera che dimentica di menzionare gli scogli.
- I Polifemi: capi monolitici e leadership cieca
La figura del capo-Polifemo, monoculare e prevaricante, è paradigmatica. In termini organizzativi, il Polifemo incarna leadership autoritaria, incapacità di ascolto e valutazione miope delle risorse umane. Dal punto di vista psicologico, la relazione con tali capi richiama la teoria del potere coercitivo: controllo attraverso paura e isolamento. La strategia di Odisseo per resistere al ciclope, l’inganno e l’alleanza, suggerisce pratiche contemporanee: networking strategico, costruzione di coalizioni trasversali e, dove necessario, exit riformulata. quando il capo ciclope dice «vediamo i risultati», intende «vedo solamente il mio riflesso».
- Sirene e offerte: la seduzione del mercato esterno
Le sirene rappresentano le offerte esterne e le opportunità di cambiamento rapido. Cesare Pavese, nella sua riflessione sul destino, osserva: «L’uomo è contemporaneamente il suo caso e il suo destino» (Pavese, La luna e i falò, 1950), applicato alla carriera, il verso mette in luce la tensione fra agente e struttura: l’individuo è soggetto di scelte ma vincolato da circostanze. Le sirene aziendali promettono accelerazioni di status, stipendi e empowerment; tuttavia, spesso celano organizzazioni ipercerte che replicano logiche predatorie. La lezione omerica è prudenza calcolata: vincolarsi agli obiettivi di lungo periodo mentre si ascolta il canto, non cedervi totalmente.
- Calipso: il ruolo confortevole e la prigionia dell’abitudine
Calipso manifesta la seduzione della stabilità: la zona di comfort, riconoscimento locale, piccoli privilegi. Qui la teoria del capitale sociale e le analisi sociologiche della routine sono rilevanti. Natalia Ginzburg, pur non trattando direttamente la tematica lavorativa, segnala nelle sue prose la fatica delle relazioni quotidiane e la loro erosione. La permanenza prolungata nell’isola-Calipso crea un trade-off tra crescita professionale e qualità della vita. Ironia: restare a Calipso è come rifiutare un upgrade software per non perdere la playlist preferita o, citando Braudel, Civiltà materiale…: «Le strutture lente […] imprigionano il tempo personale». Uscire e andare o cedere e sostare?
- Cadute e trappole: apprendimento post-errore
L’errato investimento o la decisione impropria corrispondono alle catture o agli inganni subiti da Ulisse. Qui entra in gioco la letteratura sulla resilience organizzativa e l’apprendimento dall’errore. La chiave non è evitare l’errore a ogni costo (impossibile), ma saperlo diagnosticare e convertirlo in capitale cognitivo. Hannah Arendt, pur nel suo focus politico, offre una cornice utile: l’azione umana è giudicata anche in rapporto alle sue conseguenze nel tempo e nello spazio (Arendt, La condizione umana, 1958). Ironia meno tenera: chi ci narra di “errori formativi” spesso lo dice solo dopo il licenziamento.
- I Proci: opportunisti, concorrenti e usurpatori
I Proci rappresentano quegli attori interni che, mediante tattiche di ingaggio e strategia di posizionamento, tentano di usurpare ruoli e risorse. In termini aziendali sono: candidati interni alla successione, gruppi politicamente orientati, o manager aspiranti che sfruttano il vuoto di leadership. La gestione efficace richiede meccanismi di corporate governance, trasparenza delle successioni e una leadership che sappia coniugare autorità e legittimità. Ironia organizzativa: i Proci scrivono report e compilano KPI; l’Odissea non prevedeva fogli Excel, eppure la disputa è la stessa.
- Itaca e il tempo rubato: perdita e possibile recupero
Itaca simbolizza il tempo personale, le relazioni (Penelope, Telemaco), e il senso del nido. Autori come Moravia e Ginzburg hanno descritto le ferite inflitte dall’occupazione totale alla vita privata. La domanda cruciale è se il tempo perduto sia recuperabile: in termini pratici, la rinegoziazione delle condizioni lavorative (job crafting), l’introduzione di limiti netti, e pratiche di disconnessione sono strumenti per tentare il ritorno. Tuttavia, come suggerisce una lettura realista, alcune perdite, fiducia, anni, relazioni mutate, possono essere irreparabili o richiedere tempi lunghi di ricostruzione. Ironia amara: Ulisse che ritorna troverà la Wi‑Fi più lenta e Penelope con una nuova password.
- Tracotanza e la ricaduta dall’Itaca conquistata
La tracotanza è il moto che riporta Ulisse in mare aperto dopo il ritorno: l’ego, l’overwork, la negazione della vulnerabilità. In chiave manageriale, la tracotanza si manifesta come ὕβρις (hubris) decisionale, rifiuto di delega e isolamento cognitivo. Hannah Arendt e la teoria della responsabilità suggeriscono un antidoto: l’azione politica della leadership implica responsabilità pubblica e cura della pluralità. Pratiche preventive includono coaching, feedback 360°, e cultura organizzativa che valorizzi l’umiltà. Ironia clinica: il manager che confessa «io non ho bisogno di ferie» è spesso quello che ha dimenticato come si prende un caffè con un collega.
- Esito e possibilità: tornare a Itaca?
Un esito chiuso non è garantito. Due scenari principali emergono:
- Ritorno mitigato: il professionista rinegozia vita e lavoro, recupera spazi di tempo e riconnette relazioni; diventa un manager consapevole, magari con qualche ruga in più ma con Itaca riabitata.
- Ritorno mancato: la carriera ha alienato tempo e affetti; l’individuo diventa top manager votato al lavoro, incapace di recuperare Penelope e Telemaco. Questo secondo esito ha costi sociali ed esistenziali elevati.
La letteratura suggerisce che la probabilità di recupero aumenta con reti sociali forti, leadership che valorizza work–life balance e politiche aziendali orientate alla sostenibilità del tempo.
Conclusione
Il viaggio nell’ulisside, traslato nel mondo del lavoro, conserva una potenza euristica: fornisce metafore per pensare il potere, l’errore, la seduzione e il tempo. L’approccio critico e ironico che abbiamo adottato non intende sminuire le difficoltà reali, ma rendere esplicite le dinamiche che troppo spesso restano implicite. Se la vera occasione è apprendere a navigare senza perdere la bussola, allora la sfida contemporanea è costruire contesti che permettano di ritrovare la rotta anche nella tempesta, avere gli strumenti per affrontare pericoli e pressioni (anche psicologiche) e di tornare senza perdersi.
GIANLUCA GORI

Gianluca, interessantissima questa tua lettura di una delle Opere fondative del nostro modo di essere! Ho letto di corsa perché sto uscendo, ma rileggerò con calma. Ognuno di noi ha dentro di sé un luogo in cui tornare e da cui talvolta fuggire. Maria Zeno
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Il riferimento all’Odissea in chiave contemporanea è molto interessante. D’altra parte i grandi testi classici sono universali proprio perchè consentono di travalicare lo stazio ed il tempo. L’idea dell’Odissea permette di adattare le tematiche omeriche al presente come Gianluca ottimamente illustra con riferimenti a concetti della letteratura contemporanea.
I mostri dell’Odissea sono personificazioni da sempre delle nostre fobie. Come gli dei e le dee che, nell’Iliade, si incarnano per l’attimo parlando agli eroi sono lav rappresantazione chiara della nostra coscienza che suggerisce, frena l’impeto, incoraggia.
Attualizzare il significato utilizzando un significante ed una retorica contemporanea è di certo un opera che riesce a far meravigliare evitando l’indifferenza che oggi si ha diverso i classici.
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Ho riletto con più “tempo”, soprattutto interiore,e confermo la sorpresa per questa lettura così intrigante. Io ancora non ho visto il film, ma ho tirato fuori dalla mia affollata libreria domestica l’odissea ed.Einaudi testo greco e traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, l’edizione che acquistai ai tempi dell’Università. È pure questo un nostos, prima o poi vedrò il film, per ora mi diverto ad ascoltare le diatribe sulla “fedeltà ” al testo…l’epica di per sé é infedele, spesso tramandata oralmente prima di essere canonizzata in scrittura e soprattutto, come il tuo articolo dimostra, talmente fuori dal tempo che può occuparlo tutto, soprattutto il nostro tempo interiore.
Maria Zeno
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