Ripensare l’economia in un’era di transizione
di PATRIZIO PAOLINELLI ♦

Il volume di Francesco Schettino, Socializzare i profitti. Le leggi generali dell’economia politica nell’era dell’Antropocene (Meltemi editore, Milano 2025, pp. 260), si presenta come un’opera militante che punta a smontare il paradigma neoclassico mainstream. L’autore parte da una situazione evidente: quarant’anni e oltre di neoliberismo hanno prodotto impoverimento e imbarbarimento sociale, crisi cicliche e concentrazione oscena della ricchezza, devastazione ambientale e tendenza monopolistica in tutti i settori strategici. Serie di fenomeni interagenti che, con i suoi modelli matematizzati, la teoria economica dominante non solo non sa spiegare, ma spesso nemmeno affronta, rifugiandosi nella finzione di individui razionali in equilibrio perfetto.
Il presupposto di fondo della riflessione di Schettino è insieme epistemologico e politico: l’economia è stata spogliata della sua dimensione storica e sociale, trasformata in una presunta scienza esatta modellata sulla fisica. In base a questa spoliazione e a questa presunzione si è dimenticato che i processi economici sono umani, storicamente determinati e socialmente conflittuali. La scuola neoclassica, con il suo homo oeconomicus e l’ossessione per l’allocazione di risorse scarse, ha messo da parte le domande cruciali della scuola classica – da Smith a Ricardo fino a Marx – sul valore, sulla distribuzione, sullo sfruttamento del lavoro, sulle crisi, sul potere.
A partire dai processi reali Schettino procede a una disamina puntuale dei fondamenti della microeconomia, affiancando sistematicamente all’esposizione dei modelli convenzionali una contestazione analitica che restituisce centralità alla dimensione storico-sociale, mostrando come le cosiddette leggi generali siano costruzioni teoriche che servono principalmente a legittimare l’ordine socio-economico.
Il tema delle disuguaglianze è affrontato con particolare incisività. Schettino mostra che le disuguaglianze non sono un’anomalia del capitalismo, né un effetto collaterale correggibile con aggiustamenti tecnici: sono una componente costitutiva del sistema inscritta nei rapporti di proprietà escludenti e gerarchici che stanno alla base del modo di produzione capitalistico. Si tratta allora di cambiare le regole del gioco. Contro il dogma secondo il quale non ci sono alternative al capitalismo (il famoso: There Is No Alternative), Schettino delinea i tratti generali di un modello postcapitalista: economia centrata sul valore d’uso piuttosto che sul valore di scambio, riduzione dell’orario di lavoro, superamento della divisione gerarchica del lavoro, democratizzazione del processo produttivo, riconoscimento del lavoro di cura. Lo strumento è la pianificazione democratica, intesa come coordinamento consapevole delle decisioni di investimento.
Schettino, tuttavia, è consapevole che nuove istituzioni economiche, come appunto la pianificazione democratica, non si decretano a tavolino: nascono dagli esiti dei rapporti di forza tra classi sociali. Il compito dell’economista critico è comunque quello di mostrare la contingenza dell’ordine esistente, aprendo lo spazio per l’immaginazione di alternative. Ed è questa la funzione che il libro assolve: restituire all’economia politica la sua carica critica, dimostrando che non è una disciplina neutra ma un campo di conflitto tra interessi contrapposti occultato sotto l’apparente scientificità dei modelli matematici. L’ispirazione marxista fornisce la struttura teorica, confrontandosi con la complessità del presente, dalla crisi ecologica all’esperienza storica della pianificazione.
Lo stile del libro è accessibile e allo stesso tempo rigoroso fornendo al lettore gli strumenti per un’analisi autonoma che si richiama al motto gramsciano: istruirsi, agitarsi, organizzarsi. In quanto studioso Schettino fa la sua parte e istruisce il lettore fornendo una bussola per orientarsi nell’inganno dell’economia mainstream e invitando a riappropriarsi collettivamente del valore prodotto dal lavoro. In questo senso Socializzare i profitti rappresenta un libro da leggere e discutere nei luoghi dove si continua a pensare che un altro mondo sia ormai necessario. Chiudiamo su questa idea di necessità. Non si tratta di un’esigenza che appartiene solo alle classi dominate che chiedono maggiore giustizia sociale. Appartiene anche alle élite che stanno già oggi costruendo maggiore ingiustizia sociale. La partita si sta giocando adesso e la posta in gioco è epocale: come uscire da un modello capitalista che ha esaurito la sua funzione storica.
PATRIZIO PAOLINELLI

vorrei intervenire da un punto di vista prettamente “scientifico” e non etico. Da quest’ultimo lato è indubbio che la grande diseguaglianza esistente grida vendetta ed autorizza a pensare o sognare un mondo diverso dove l’economico non sia il centro dell’esistere. Forse un giono l’evoluzione tecnologica ci porterà ad una situazione dove i bisogni esistenziali saranno soddisfatti dall’apparato tecnico . Ma, per ora, siamo ben lungi da tutto ciò.
Il punto sul quale discutere è quello della “scienza economica” come si è andata evolvendo dai classici al neoclassicismo e alla rivoluzione marginalista. Pongo, dunque, in evidenza i punti critici della visione marxiana in teoria e della prassi marxista nella realtà sovietica.
Il primo punto è la formazione dei prezzi di mercato. L’allocazione delle risorse se rispetta il grado di efficienza non può che avvenire su base razionale. Una pianificazione che decida motu proprio il regime dei prezzi crea una allocazione non razionale (Von Mises, Hayek). La scarsità delle risorse viene posta in evidenza solo se il mercato (domanda/offerta)regola. Quale è concetto teorico che sta dietro a queste considerazioni? Il problema della conoscenza: una conoscenza “ingegneristica” non può sostituire la frammentazione delle preferenze individuali.
Ma è con la teoria della economia della informazione che la critica si fa più netta.
In primo luogo gli incentivi: la mancanza di essi crea il moral hazard ovvero l’inutilità a perseguire efficienza.
In secondo luogo la “tragedia dei beni comuni”ovvero il disinteresse da parte dei singoli.
In terzo luogo la mancanza di premio per il rischio e l’incertezza.
Mi fermo qui per non farla lunga.
Che cosa c’è dietro questa visione?
L’egoismo come dato biologico e dunque il self interest come motore di una comunità. Di converso Marx ha sempre pensato che l’egoismo sia una falsa coscienza storica: l’egoismo non è dato biologico ma frutto contingente storico!! E’ l’esistenza della proprietà privata a creare egoismo. L’uomo naturale non lo è (Rosseau).
Ma davvero è così? La natura umana acquisisce l’egoismo da una data situazione storica?
E’ stato Buchanan a mostrare il realismo antropologico improntato sull’egoismo naturale. Tentare di socializzare la proprietà non cambia la natura umana!!
Ma per concludere vorrei uscire dall’economico ed appellarmi ad una filosofa che io amo profondamente.
Dice Simone Weil (ha militato nellei ranghi della sinistra marxista, ha fatto esperienza di fabbrica, guerra di Spagna contro Franco….): non confondere il bene comune con la centralizzazione dello Stato!! La radicalizzazione dell’uomo che si realizza con un minimo di proprietà è essenziale per la condizione umana.
Non vado oltre ma risolvere il problema della natura umana (egoismo biologico/egoismo storico) non è certo problema economico. Per questo ho citato di sfuggita Weil (potevo suggerire la Dottrina sociale della Chiesa che affonda le radice in secoli di pensiero). Mi fermo. Grazie per lo spunto.
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