QUELLO CHE AVREMMO VOLUTO SAPERE DELL’ IRAN E CHE NESSUNO HA OSATO CHIEDERE (O DIRCI)
Un’ analisi più vicina alla realtà della società iraniana alla luce delle riflessioni di Vali Nasr e degli ingranaggi perversi dell’orientalismo nostrano.
di DELFINA ANGELONI ♦
La narrazione della guerra iraniana sembra essersi paralizzata in un senso attonito di impotenza dopo la cronaca di un fallimento annunciato negli accordi impossibili fra Trump e il regime sciita di Teheran. Ma a partire da febbraio di quest’anno, la delirante narrativa filo-occidentalista guidata dalla cecità strategica del Pentagono, ha più volte cavalcato il podio di una vittoria fantasma anche nelle sue possibilità di annientamento della società iraniana. La risonanza comunicativa ottenuta in territorio Europeo ha registrato questa imparziale paralisi di analisi con due pilastri di sbilanciamento: l’ attivismo in favore delle frange sociali più brutalmente annientate nelle esecuzioni dal regime, tra cui moltissimi giovani e quella giornalistica più mainstream che tenta di trattare la questione parcellizzando gli eventi o i contesti di guerra, raccontandoci ogni singola ombra per quello che giustamente è. Una architettura di gioco di potere delirante fra imperialismo occidentale a Washington e sionismo estremista a Tel Aviv. Ma anche, per quello che giustamente non può apparire ne risultare sic et simpliciter nella narrazione delle incomprensioni fra Trump e Netanyahu. Una bega fra “nipotastri serpenti” di ideologia suprematista che ancora litigano sul luogo nel quale svolgeranno la partita di tennis. Questa piega dell’informazione di guerra americana sembra pagare cara l’assenza dell’impossibile narrazione di guerra in situ con quello che un tempo erano gli inviati di guerra e, dall’altra, soffrire strutturalmente di una mancanza di visione indipendente e lucida da parte del giornalismo Europeo, teso nel rappresentare con vis antisociale e pacifista l’agghiacciante emersione rapida di questo conflitto. L’ eco dell’attivismo social è guidato per lo più dagli iraniani della diaspora, legati per la maggioranza ad una rappresentanza monarchica della dinastia Pahlavi e impegnata nelle pieghe del nazionalismo laico a segnalare le più di 20.000 vittime delle esecuzioni del regime da inizio anno secondo le Nazioni Unite. Questo dato è chiaramente parziale a causa del periodo preso in analisi nel quale non è stato possibile registrare i numeri esatti di questa terribile epurazione del regime. Ad ogni modo, è questa parte di iraniani fuori dall’ Iran e a maggioranza filomonarchica a rappresentare una piega di attivismo nazionalista e laico.
Ma la situazione contemporanea della società del Paese sembra tutt’altro che dovutamente e maggiormente predisposta ad accettare un cambio di passo nella rappresentanza, tanto più se guidato dagli Stati Uniti nel loro incessante bombardamento del Paese e nella loro diplomazia filoisraeliana ed imperialista. Vali Nasr, accademico iraniano-americano alla Jhon Hopkins, ha offerto ad alcune testate americane alcuni spunti di riflessione che tentano di smottare la narrativa semplicistica Europea e di decostruire quella più protesa nell’ identificare il tessuto sociale del paese come possibilista verso una svolta democratica unanime e a maggioranza solida.
Quello che evidentemente traspare come il cambiamento più significativo da gennaio di quest’anno al recente ripristino parziale di Internet nel paese, sembra essere un rinnovamento dell’incedere del regime e della sua abilità di governance che è iniziato già con la guerra dei 12 giorni con Israele. Un passaggio sostanziale nel messaggio politico e nella struttura istituzionale dall’ideologia all’ abilità politica di stampo nazionalista. La ghiotta occasione dell’isolamento della rete ha consentito infatti solo uno stretto margine di manovrabilità alle intelligence congiunte di Stati uniti e Israele e le fonti anonime citate da Vali Nasr, segnalano una diffusa percezione di potenzialità di attenuamento della retorica religiosa in favore di una postura stabile e rinnovata degli apparati del regime di Teheran. La sensazione che il nemico nello scontro quotidiano e nel vivere dall’interno l’aggressione militare sia l’asse Washington-Tel Aviv, potrebbe determinare un cambio di registro ideologico in senso laico e nazionalista che possa sfruttare una diffusa sensazione di terrore e al contempo di stabile difesa dei confini che il regime sta attuando per il controllo della popolazione. Anche con il prezzo delle vittime tra i giovani. In questa prospettiva che vede l’America non come liberatrice e foriera di democrazia ma come un indefesso aggressore militare e culturale, il rinnovo dei ruoli apicali affermatisi con la guerra contro l’Iraq negli anni 80’ potrebbe progettare anche un parziale ammorbidimento delle misure sociali severe contro le frange sociali più deboli forti del successo nello scontro cinetico con Washington, della postura istituzionale e diplomatica difensiva a protezione del paese come nazione e coniando formule economiche e retorica politica anche in senso più laico e non direttamente religioso estremista. La nuova classe dirigente di mezza età nella burocrazia e negli apparati militari del regime testimonia nel suo recente inserimento questo cambio di registro. E dove Trump ha visto più voci in disaccordo e confusione diplomatica per le trattative, c’era in realtà in atto un netto processo di rinnovamento e posizionamento capillare e diversificato. Lo sciitismo non più come bandiera interna, sostituito dal simbolo storico e nazionalista in una veste meno religiosa che potrebbe convogliare anche le istanze di rappresentanza della diaspora all’estero.
L’intervento militare di Antrophic AI ha portato in luce anche la diffusa partecipazione religiosa nella santificazione dell’Ayathollah Khomenei. Compianto dalle masse nelle strade, anche a causa del forte simbolismo ingenerato dal suo annientamento di precisione. Un funerale dell’ultimo Santo dell’ideologia religiosa nella pratica politica? Non più il popolo sciiita. Ma il popolo iraniano.
La soluzione che il consiglio religioso ha prontamente trovato per ricoprire il ruolo testimonia quanto il governo americano abbia sottovalutato il rinnovamento e il potere capillare del militarismo del regime che non ne è uscito indebolito nemmeno nelle potenzialità politiche di incidere nel patto politico con la popolazione vessata dalla guerra con il “grande Satana”, l’America. Resta da vedere se questa nuova classe dirigente militare, più laica e abile politicamente, saprà ampliare la forbice di consenso facendo leva sul nazionalismo e una visione più laica forte della salda postura difensiva.
Le operazioni militare del regime in Qatar e in altri Paesi del Golfo contro le basi americane traducono questi attacchi in una retorica politica anti-invasione e si sono avvalse di una strategia rivelatasi oltremodo efficace e lungimirante. Attaccando direttamente le centrali di rilevamento missilistiche americane e israeliane il regime ha tolto di mezzo il potenziale ipertecnologico che queste due potenze avrebbero utilizzato. Il risultato è stata la strada spianata per il lancio di vecchia tecnologia da parte di Teheran grazie all’ impossibilità di rilevamento missilistico. E questa scelta strategica, unita alla retorica politica di una difesa stabile e centrata potrebbe rafforzare il collaudarsi di una retorica di nazionalismo diffuso su base non prettamente religiosa nel cercare consenso.
Alla luce di queste considerazioni appare evidente come l’attivismo in Europa ed Occidente rischi di mantenere una cecità altamente manovrabile dal regime di Teheran che per giustificare la sua postura salda nello scontro cinetico potrebbe collaudare anche un nuovo patto politico con le minoranze del paese.
L’ incapacità di sondare e offrire un visone in prospettiva del giornalismo nostrano sospeso su una architettura comunicativa tra attivismo e “bega fra parenti” non ha giustificazioni di sorta nemmeno in merito alla mancanza di dati per il blocco della rete. Non sarebbero solo i numeri ad evitargli i toni semplicistici e riduttivi che hanno sempre stretto la mano vigorosamente alla comunicazione texana e spesso delirante del presidente Trump.
Uscire dall’impasse delle trattative congelate e impossibili tra Stati Uniti e Iran che ha portato ad una paralisi di visone in prospettiva su questa guerra dei nostri comparti comunicativi Europei legati all’ editoria comunemente più diffusa e non settoriale e specifica, segnala un ostacolo insormontabile tipico soprattutto dell’Italia sebbene interessata ad altre zone di storica influenza coloniale; quello fra visione accademia e settori tecnici. Avvalersi di analisi di contesto utili alle prospettive di sicurezza internazionale significa anche sondare ragioni storiche, politiche e culturali di una trasformazione di un contesto sociale anche in ottica previsionale. L’impressione è quella di uno scarto siderale tra apporto sistemico accademico e stimolo politico, non partitico di governo, che sappia sedimentare su un terreno fertile una comunicazione efficace di voci diversificate ma necessariamente solide.
Dal gennaio di quest’anno, 2026, la fantasiosa e delirante narrativa di guerra Trumpiana ha scandito i toni del giornalismo di Guerra Europeo con una risonanza costante, sordo-cieca e subordinata. Inevitabilmente destinata ad una cronaca finale del fallimento strategico americano.
Tra social e individualismi mediatici, gli ingranaggi perversi dell’orientalismo rischiano di fagocitare anche l’appartenenza iraniana sul territorio occidentale, allontanandola dal senso politico manovrato dal regime nel Paese e impastandola con la retorica dei diritti. Battaglie politiche nate con coraggio e praticate sulla propria pelle che rischiano di essere trasformate politicamente in questo lato del mondo in una “canzonetta” di folklore, proprio come abbiamo saputo fare anche con le nostrane istanze d’appartenenza identitaria o di genere.
DELFINA ANGELONI
