L’ Importanza di Chiamarsi Saif. L’ estremismo Islamico in Sahel e Corno d’ Africa.
di DELFINA ANGELONI ♦
Il recente distacco diplomatico e di controllo militare internazionale operato sotto l’egida della U.S. Force in Sahel e Corno d’ Africa ha spinto West Point a mettere in luce gli aspetti più critici di quasi due decadi di lotta al terrorismo islamico, ora riemerso con violenza e nuovi caratteri strategici in queste due zone opposte del continente Africano affiliate soprattutto ad Al- Qaeda e ad ISIS nel Maghreb. Nemmeno il successivo subentrare delle Africa Corps del governo Russo è riuscito a rendere efficaci le trattative con le fragili giunte africane del Sahel per scardinare l’emersione di questi gruppi, allontanando poi perfino la longa manu Putiniana dal territorio.
JNIM (Gruppo di Sostegno all’ Islam e ai Musulmani), braccio espansivo di Al-Qaeda a nord-ovest del Sahel, controlla un territorio di confine fra Mali, Burkina Faso e Niger espandendo il conflitto militare delle sue milizie più recentemente anche a Sud nella zona nord di Togo e Benin. Questa violenta organizzazione è stimata di circa 4,000 membri nel suo comparto di intervento militare e ha approfittato dell’ assenza del controllo internazionale quando il Sahel ha chiuso le trattative anche con la Francia, operando una propaganda e un tessitura di coinvolgimento con le insofferenze della popolazione civile vessata dalla povertà economica, dalla disoccupazione e da una giunta militarista presto disarcionata dal suo asse decisionale sancito dall’ attacco ad alcune infrastrutture e centri di comando operativi del governo nella capitale del Mali, Bamako, appena lo scorso Aprile. Nei suoi caratteri più peculiari questa milizia affiliata ad Al-Qaeda ha reso sostanziale una nuova influenza strategica e di struttura di Al-Qaeda definibile non più come un networking paziente e ideologicamente solido dedicato per lo più agli attentati in Occidente, ma come una forma di arto esterno, non più certamente gerarchico e verticale nell’ architettura organizzativa, ma orizzontale e locale, duttile nel convogliare l’ apporto di coinvolgimento soprattutto delle frange etniche più sofferenti (Fulani e Tuareg) di cui raccoglie le istanze e i caratteri ideologici più peculiari, dislocando così il core ideologico di Al- Qaeda, frammentandolo e impastandolo con urgenze e necessità sociali sul territorio. Se ne evidenzia, nel caso specifico di JNIM, la sua pericolosità nel rappresentare un sistema di rinnovamento strategico e organizzativo di Al-Qaeda identificato nella sua struttura a “Hydra” dall’ FBI: emerso come fattore di cambiamento sostanziale con la morte di Osama Bin Laden, prevede la sostituzione immediata di ogni membro di questa entità-corpo capillarmente diffusa, in seguito alla sua eliminazione, immediatamente. Per una testa che cade, una che sorge. E in effetti, sebbene in conflitto con ISIS, alla quale Al-Qaeda ha sempre recriminato una ideologia sunnita eccessivamente votata alla teatralità esecutiva e al distacco ideologico dalla Sharia con la quale si è concessa anche l’eliminazione di individui nemici musulmani, JIMN potrebbe convogliare i suoi capillari interessi locali di controllo militare del Sahel proprio con le milizie collegate ad ISIS minoritarie sul territorio: la capillarità ad interesse locale del sistema ad Hydra impone una linea di confine delicata fra frammentazione interna o crisi intestine e collaborazionismo con altre milizie di diversa estrazione ideologica. Anche in operazioni esterne spettacolari in territorio occidentale. La leadership di Al-Qaeda è formalmente tenuta da Saif Al-Adel, soprattutto a seguito del difficile passaggio di testimone di guida dopo la cattura e l’uccisione di Osama Bin Laden in Pakistan con l’operazione dell’intelligence americana “Lancia di Nettuno” nel 2011. Ricercato dalla U.S. Military Force, Saif Al-Adel si trova in Iran. Il regime degli Ayatollah nelle sue recenti manovre di successo diplomatico e cinetico nel conflitto con gli Stati Uniti, potrebbe avere i suoi interessi anche nel sostenere le organizzazioni sunnite e servirsene per collazionare energie strategiche in chiave antioccidentalista. Sia JENIN che AL-Shaabab controllano e gestiscono i loro centri di stoccaggio dei sistemi d’arma in hub decentralizzati dislocati e spesso “temporanei” lungo i territori da, loro controllati. Sebbene le U.S. Force abbiano indicato un iniziale centro nevralgico di addestramento in Afghanistan per Al-Qaeda, il territorio controllato dai Talebani ha oggi dei suoi fronti di collaborazione esclusive con le milizie talebane Pakistane. Le forze militariste siriane estremiste HTS, inizialmente braccio di Al-Qaeda, hanno conservato la loro operatività locale dopo la caduta di Assad, confluendo nelle forze regolari del neo-eletto Al- Jolani.
Al- Shabaab è l’arto periferico africano di Al-Qaeda attivo soprattutto in Somalia, anche qui grazie all’allontanamento delle forze internazionali dal 2007 e ha messo a dura prova le operazioni di pace-keeping e ricostruzione del territorio. Questo arto orientale di Al Qaeda nel Corno d’ Africa ha permesso di analizzare un altro aspetto che va oltre l’allontanamento strategico dal core ideologico di Al- Qaeda nei suoi caratteri più globali e jihadisti e si enuclea nella collaborazione di scambio informativo con i vicini Houti Yemeniti, sebbene sciiti della Penisola Arabica, soprattutto per quanto riguarda addestramento e strumenti d’arma quali droni artigianali.
A seguito dell’esperienza nell’entità proto-statuale dello Stato Islamico in Iraq tra il 2014 e il 2017, oggi la strategia di ISIS è molto più estroflessa verso operazioni esterne (EXOPS) grazie ad un efficace know-how tecnologico nel coinvolgimento occidentale di foreign fighters e lupi solitari direttamente coinvolti in tattiche di attacchi a sorpresa evidentemente “teatralizzati”. L’expertise cyber di ISIS è superiore nel coinvolgimento di affiliazione occidentale di quanto sembri essere quello operato da Al-Qaeda ma è necessario sottolineare la pazienza strategica e la dilatazione progettuale di Al-Qaeda in questo tipo di attentati. Entrambe le organizzazioni hanno registrato un significativo tentativo di inglobamento ideologico della causa palestinese dopo il 7 Ottobre e c’è da ipotizzare abbiano spostato ampiamente l’asse antioccidentalista della loro progettazione di intervento. Entrambe, infatti, riescono a trovare i canali mediatici più efficaci e diffusi tramite il controllo delle proprie reti per poter avvicinare l’appartenenza jihadista ad una identità pan araba resa ancora più sofferta ed aggressiva dopo il 7 Ottobre. La ben nota falla sistemica di intelligence e di valutazione nell’analisi di rischio delle forze israeliane appare ora, con il coinvolgimento del Sahel e del Corno d’Africa, un riflesso di quasi due decadi di incomprensibilità americana del teatro Afghano e Medio-Orientale in merito all’ estremismo Islamico. Abu Musab Al-Suri, stratega ideologico di Al-Qaeda, salafita e siriano ha scritto: “Al- Qaeda non è una organizzazione, un gruppo…non lo vogliamo essere. È una chiamata, un sistema di riferimenti, una metodologia” riserbando al carattere dell’Hydra dopo la morte di Osama Bin Laden il militarismo jihadista internazionale e antioccidentalista.
Conclusioni
Si noti a questo punto l’emersione sostanziale e rapida di questi gruppi anche a seguito dell’intervento esterno internazionale nei loro territori. Ricordando la matrice antisovietica della nascita del terrorismo Afghano alla fine degli anni 80’ ma anche la rapida crescita ed espansione del terrorismo sunnita Iraqeno dopo il secondo conflitto in Iraq. Ben lungi dal rappresentare un problema endogeno in Medio-Oriente squisitamente insito nell’appartenenza religiosa islamica, appare come una sofferta restituzione di pericolosi linguaggi e metodi di appropriamento di risorse che le potenze occidentali hanno esercitato sul territorio. In tal senso la domanda è se e in che modo queste organizzazioni si potrebbero presentare come attori diplomatici non solo plausibili, ma necessari nel modulare prospettive di gestione energetica alternativa e armonizzazione di partnership economiche a basso rischio (si veda in tal senso per il continente Africano e l’Italia la recente riformulazione del “Piano Mattei”).
La prossimità geografica del continente Africano all’ Europa e al Territorio NATO, non dovrebbe lasciare che la progettazione in abito di sicurezza esterna dei suoi Paesi, trascuri le potenzialità di rischio provenienti dal continente africano in una dimensionalità trasversale e nel doppio coinvolgimento di ISIS e Al-Qaeda in uno scenario politico instabile e frammentato come quello Europeo. La pazienza strategica e la rapida capacità organizzativa e di tessitura strategica rimangono infatti peculiarità del contesto contemporaneo per queste organizzazioni, quand’anche orizzontali e diluite, nell’eventualità di operazioni esterne (EXOPS) sul territorio Europeo.
L’ aumento della spesa per la difesa, recentemente ribilanciato dai nuovi criteri NATO, è salito al 2% del PIL nominale totale nel 2025 in Italia e altri Paesi dell’Alleanza. Per nuovi criteri di rendicontazione delle spese rimodulati dalla NATO non è ancora possibile la chiarezza politica del nostro Ministro degli Esteri in merito alla loro efficacia pragmatica per le potenziali minacce del nuovo contesto in Africa.
Le faglie strategiche e le “sviste” militariste della governance di Tel Aviv con il 7 Ottobre, sono l’ultima metastasi di una incapacità credibile della governance americana che deve saper guardare agli errori e ai fallimenti di quasi due decadi di “lotta al terrorismo” per scegliere di decostruire la narrativa antislamica, sedimentare una retorica di partnership con il medio-oriente e rafforzare le politiche di integrazione post-coloniale. Il mid-term americano potrebbe dover ritrovarsi a costruire rapidamente questo genere di ponte decisionale per il medio-oriente con le mani dell’ala politica democratica.
Il legame e le connessioni apparentemente marginali fra jihadismo panarabo in Africa e Sciitismo iraniano anche in chiave antioccidentalista e antisionista che hanno sfruttato come ponte di collegamento la Somalia (Al-Shaabab/ Al Qaeda) e gli Houti Yemeniti, allentano le maglie di partecipazione politica internazionale nel considerare la causa umanitaria di Gaza, oltre le definizioni giuridiche di genocidio e verso una criticità di sicurezza interna: se la causa Palestinese è sfruttata come collante jihadista, allora l’ estremismo islamico non è un problema religioso ma un problema di politica e sicurezza interna. Drammaticamente vicino. È questa l’importanza di chiamarsi Saif Al-Adel, attuale leader di Al-Qaeda, fotografato dall’ Intelligence americana per l’ultima volta a Theran nel 2012.
DELFINA ANGELONI
