Energia: tra allarme e realtà

di LETIZIA LEONARDI

Negli ultimi anni si ripete sempre lo stesso schema: tensione internazionale, titoli allarmanti, previsione di crisi imminente. Stavolta il riflettore è puntato sullo Stretto di Hormuz, descritto come il possibile detonatore di una nuova emergenza energetica globale. L’Europa, come spesso vogliono farci intendere, non è direttamente dipendente dallo Stretto di Hormuz poiché la maggior parte di quei flussi energetici è diretta verso l’Asia. Tuttavia, trattandosi di un mercato globale, eventuali tensioni nello stretto incidono comunque sui prezzi internazionali, con effetti anche per i consumatori europei. Più che una crisi immediata di approvvigionamento, si tratta quindi di una vulnerabilità indiretta, spesso amplificata nella percezione pubblica. Secondo fonti ufficiali come International Energy Agency e U.S. Energy Information Administration, da quello stretto transita circa il 20% del petrolio mondiale. La gran parte dell’energia che passa da Hormuz prende la via dell’Asia, verso Cina, India, Giappone, Corea del Sud. È lì che si concentra il vero fabbisogno. L’Europa, invece, negli ultimi anni ha progressivamente diversificato le proprie fonti, aumentando gli approvvigionamenti da Norvegia, Stati Uniti e Nord Africa, come evidenziato anche dai dati Eurostat. Questo non significa che il continente europeo non sia esposto ma che non è nella posizione di dipendenza diretta che spesso viene raccontata. Alla fine in Europa arriva appena il 4% circa di quel totale. E allora di cosa stiamo parlando? Tutto questo bombardamento mediatico sulla “crisi energetica”, che fa schizzare bollette e carburanti, viene venduto come inevitabile. Ma davvero è solo questo? Oppure c’è anche una componente di convenienza e di pressione psicologica? Il prezzo della benzina era più alto appena iniziata la guerra russo-ucraina.

Ed è qui che si inserisce il cortocircuito informativo. Perché una cosa è parlare di vulnerabilità reale, che esiste, un’altra è trasformarla in una crisi inevitabile. Il mercato dell’energia è globale e se si blocca un nodo strategico, i prezzi salgono ovunque. Anche in Europa. Ma questo non equivale automaticamente a restare senza petrolio o gas. La differenza è dunque sostanziale perché non si tratta tanto di scarsità fisica, quanto di effetti economici. Eppure il racconto dominante tende a semplificare: si passa rapidamente dal rischio alla certezza, dall’analisi all’allarme. È una dinamica ormai familiare. Si costruisce un clima di urgenza, si prepara l’opinione pubblica a scenari peggiori, e si introducono come inevitabili comportamenti e misure che, in condizioni normali, verrebbero discussi molto più a fondo. Ridurre i consumi, cambiare abitudini, accettare nuovi vincoli. Tutto viene presentato come risposta obbligata a una situazione descritta come straordinaria. Il punto, però, non è negare i problemi. Sarebbe altrettanto superficiale. Il punto è distinguere tra realtà e narrazione.

Poco tempo fa i cittadini europei venivano terrorizzati invitandoli a prepararsi alla guerra, a farsi il kit d’emergenza. Siamo passati dalla pandemia alla guerra e ora ecco lo spauracchio della crisi energetica. Un allarme continuo che tiene i cittadini del mondo sottopressione.

A questo punto qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente: non c’è una vera emergenza energetica in Europa. C’è una narrazione di emergenza che ricorda molto quella del covid, quando in nome della paura tutti hanno accettato limitazioni che in tempi normali avrebbero fatto scendere milioni di persone in piazza. Chi ha paura accetta tutto. E la paura è il collante del potere.

E, tornando al tema attuale, essendo il mercato energetico globale, ribadiamo che anche se l’Europa non dipende in modo diretto e massiccio dallo Stretto di Hormuz, subisce comunque le conseguenze di eventuali tensioni. Una riduzione dell’offerta mondiale comporta inevitabilmente un aumento dei prezzi, con effetti concreti su famiglie e imprese europee. La vera questione, quindi, non è tanto il rischio di “restare senza energia”, quanto quello di pagare di più l’energia disponibile. A questo si aggiunge un nodo più strutturale che, sembra essere la vera emergenza: il funzionamento stesso dell’Unione Europea. Nel corso delle ultime crisi, dalla gestione della pandemia covid all’emergenza energetica post-2022 e alle tensioni internazionali più recenti, è emersa una difficoltà ricorrente nel fornire risposte rapide e unitarie. Il processo decisionale europeo, per sua natura complesso e multilivello, tende a rallentare gli interventi proprio nei momenti in cui sarebbe richiesta maggiore tempestività. Questo dovrebbe alimentare, anche a livello politico e accademico, un dibattito sulla reale efficacia dell’azione comune. Da un lato, l’Unione rappresenta uno strumento fondamentale di coordinamento; dall’altro, viene spesso percepita come una struttura costosa e poco reattiva, soprattutto quando le decisioni incidono direttamente sulle economie e sulle scelte energetiche dei singoli Stati.

Non è un caso che, in materia di energia, diversi Paesi abbiano continuato a muoversi in ordine sparso, cercando accordi diretti con i produttori. In questo contesto si inserisce anche l’attivismo diplomatico del governo guidato da Giorgia Meloni, con missioni nei Paesi del Nord Africa e del Golfo per rafforzare le forniture. Questo approccio evidenzia che, quando la dimensione europea fatica a essere incisiva, gli Stati tendono a recuperare margini di autonomia, soprattutto su temi strategici come l’energia. Ed è proprio qui che si apre una questione più ampia, spesso sottotraccia: il rapporto tra integrazione europea e sovranità nazionale. In questo scenario complesso, il racconto mediatico tende spesso a semplificare perché la complessità, si sa, comunica male. L’allarme, invece, funziona benissimo.

E così il rischio è sempre lo stesso: che la percezione venga spinta oltre i dati, e che la paura, più che l’analisi, diventi la chiave di lettura dominante. Perché alla fine la domanda resta una sola: stiamo affrontando una crisi reale, o stiamo reagendo a un racconto costruito intorno ad essa?

LETIZIA LEONARDI