Porte aperte ai giovani, non solo alla Sapienza!

di CATERINA VALCHERA ♦

In questo momento post-referendario tutti si affannano a dire che non li avevano visti arrivare, riutilizzando il mantra già adoperato per la Schlein, ma riferendosi allo “tsunami” dei giovani che si sono espressi numerosi nelle urne: una sorpresa legata non solo alla scelta del NO, ma soprattutto alla decisione di esercitare finalmente il proprio diritto al voto.

Non più gli sdraiati di cui parlava il libro cult di Michele Serra, novelli Oblomov in versione moderna, e neppure gli alieni curvi a digitare per tutto il giorno e a chattare sui loro smartphone: i giovani sono andati a votare motu proprio per ricordare al mondo adulto e a quello della politica che ancora esistono, che non sono fuori dall’orizzonte del reale, né atonici e indifferenti come la vulgata li descrive.  Bisogna invece allargare lo sguardo anche ai più giovani tra i giovani, quelli che da più parti e da molto tempo inviano segnali di disagio, appelli che costituiscono una vera emergenza sociale e che, pur se in versioni drammatiche e inquietanti, ci dicono che esistono, che chiedono di essere ascoltati: esigono che la loro presenza e la loro voce abbiano una vera risonanza nel mondo che educa, legifera, giudica e governa. Gli atti di spavalderia e di violenta affermazione del Sé o i gesti- solo apparentemente opposti- di autolesionismo, fino alla vocazione suicidaria, riconducono a un malessere generalizzato e diffuso a più livelli di gravità, tutti accomunati dalla percezione di non essere a cuore e di non contare per gli adulti e per chi gestisce il potere.

Come dar loro torto? Chi, se non quanti rivestono cariche pubbliche, dovrebbe preoccuparsi e occuparsi di loro con provvedimenti mirati a restituirgli la centralità di un tempo, quando erano tanti e ascoltati, non isolati come ora o raccolti in piccoli gruppi pronti a violare le leggi fino ai limiti più estremi e violenti. A chi spetta il compito di ridare loro la speranza di un futuro meno oscuro, meno precario e vacillante?

Sembrano domande retoriche, ma soprattutto negli ultimi anni i giovani – che non sono una categoria ma un universo mobile e fluido per antonomasia – sembrano non destare più alcun interesse sul piano operativo da parte di governanti che, per paradosso beffardo, parlano continuamente del proprio “pragmatismo”.

Quanto al piano emotivo e sentimentale, che spesso è fonte di molte contestazioni e proteste collettive da parte di giovani sensibilizzati ai problemi (che brutta parola d’antan, bandita dal vocabolario attuale!), la reazione più comune è quella della sottovalutazione, quando non della derisione e disapprovazione aperta. Segni innegabili del cosiddetto gap generazionale, oggi divenuto un solco, una vera faglia tra i due territori, quello della sfera pubblica e quello della vita privata e sociale dei giovani.

Tutto il rumore dei social finisce in realtà nel silenzio, perché non crea una vera collettività e lascia il giovane – specialmente il minorenne – in balia del branco con cui facilmente può identificarsi, ma che può altrettanto facilmente negarlo o istigarlo ad azioni criminose. L’isolamento che essi soffrono (insieme a disturbi d’ansia, depressione o a fenomeni come quello dell’hikikomori, cioè del restare chiusi sigillati in casa) hanno la fonte primaria nell’iperconnessione, nell’eccesso di pressione digitale, nella fragilità emotiva perché è una dimensione in cui non trovano veri supporti e che esita spesso in disturbi alimentari, attacchi di panico o nell’accesso a fonti artificiali di benessere momentaneo. I comportamenti altamente rischiosi caratterizzano questa fascia d’età da sempre in quanto sono fisiologicamente “necessari”, ma mai come ora si traducono in atti di aggressività verso gli altri o verso sé stessi.

L’ansia è quella di apparire, di confrontarsi con modelli prodotti dall’esterno e solitamente irraggiungibili: i social diventano così il laboratorio emotivo e i maestri di comportamenti sessuali. Anche in questo ambito così importante per una crescita armonica ed equilibrata si registra una forte diffidenza e direi vera resistenza da parte delle istituzioni, con conseguente abbandono del giovane all’istruzione finta, consumata male e malamente proposta in rete. Così si alimenta anche un’altra ansia, quella sentimentale e di prestazione, che allontana le parti in causa e produce ulteriore isolamento nella generale disattenzione di famiglia e scuola.

Leggevo giorni addietro dell’”anniversario” della bibbia italiana della rivoluzione sessuale, il mitico Porci con le ali: la riflessione più immediata è stata su come non sia servita così tanto, visto che si sono riproposti problemi e paure, disagio e insicurezza. Ciò dimostra che i giovani sono giovani ogni volta, a prescindere da chi li ha preceduti, perché le conquiste, anche quelle che sembrano più determinanti e permanenti, in realtà non lo sono e vanno rivissute, rimesse in discussione per riappropriarsene e interiorizzarle davvero e perché non restino lettera morta o eredità non spendibili, fredde e insignificanti. Per questa stessa ragione, le mobilitazioni collettive, che in questi ultimi tempi hanno risvegliato la coscienza politico-sociale dei giovani e il loro ‘impegno’ diretto, non vanno ridimensionate, ma anzi valorizzate e condivise, anche attraverso la libera critica e la discussione intelligente.

La sensibilità alle ingiustizie e alla devastazione della guerra, come pure quella ecologica costituiscono l’imprinting dell’animo del giovane e sarebbe davvero preoccupante il contrario. Il loro sguardo sul futuro del mondo non è superficiale e istintivo come si vorrebbe far credere, ma è invece più libero da escrescenze idologiche e da sovrastrutture funzionalistiche. I giovani vanno ascoltati e protetti, guidati ma non precettati. I giovani, di ogni tempo, pur nelle differenze di contesti, non costituiscono un dato anagrafico, ma piuttosto uno stato mentale, nutrito di sofferenza accompagnata dall’illusione che essa sia una distorsione fatale e non un dato inevitabile dell’esistenza umana. Come dice Cesare Pavese in un famoso passaggio del suo Mestiere di vivere: Si è giovani quando si ha l’impressione che ogni dolore sia un’ingiustizia, e non un fatto naturale.

Questa amara ma profonda riflessione andrebbe ricordata ogni volta che si dottoreggia sul mondo giovanile, pretendendo di interpretarne i comportamenti (oso dire soprattutto quelli più estremi) che possono risultare inconcepibili alla luce di pre-giudizi dettati da incapacità di vero ascolto, interazione e comprensione.

CATERINA VALCHERA