Dopo il referendum: un panorama d’incertezza.
di NICOLA R. PORRO ♦
Il referendum sulla giustizia ha assestato un colpo alla maggioranza di governo che tuttavia ha scelto la via del fair play per limitarne l’impatto politico. Gli effetti concreti nel medio periodo non sono prevedibili. Il governo incassa un insuccesso ma l’opposizione non sembra beneficiarne più di tanto. I giudici, del resto, non possono divenire pedine di un gioco propriamente politico mentre, a urne chiuse, tutte le parti in gioco hanno l’obbligo di esercitare equilibrio e responsabilità. La maggioranza degli elettori, infatti, ha respinto la cosiddetta riforma Nordio ma la questione giustizia, quanto mai delicata e complessa, non può certo considerarsi risolta. Tre questioni cruciali hanno tuttavia ricevuto risposta: (i) la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri è stata affossata dal referendum; (ii) il Consiglio superiore della magistratura non conoscerà l’integrale estrazione a sorte dei consiglieri togati; (iii) viene istituita un’Alta Corte che si occuperà esclusivamente dei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati.
Si tratta di questioni sicuramente importanti ma in apparenza non dotate di un particolare appeal. Molti osservatori si sono infatti interrogati non tanto sull’esito del voto referendario quanto piuttosto sull’inattesa mobilitazione dell’elettorato. Basti pensare che ha votato più del 59% degli aventi a diritto, appena cinque punti sotto le elezioni politiche di quattro anni fa e otto punti sopra il referendum costituzionale del 2020 che riguardava una questione all’apparenza più mobilitante come la riduzione del numero dei parlamentari. Siamo insomma in presenza di un quadro in parte inatteso, interessante e meritevole di qualche tentativo di spiegazione. È possibile, per cominciare, che una parte consistente dell’elettorato abbia percepito questo appuntamento come una possibilità concreta di esprimersi su un tema cruciale, come la giustizia, che ormai da decenni è oggetto di confronto e spesso di scontro fra le parti politiche. A conferma di questa ipotesi si potrebbe osservare come tutte le parti in causa – magistrati, giuristi, avvocati, politici locali – abbiano via via lasciato il posto durante la campagna ai leader nazionali dei partiti, a cominciare dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dalla principale esponente dell’opposizione, la segretaria del Partito democratico Elly Schlein.
Va anche aggiunto che il confronto sui contenuti specifici della riforma ha assunto non di rado una vis polemica inattesa con qualche caduta di stile che ha indotto il Capo dello Stato – in occasione di una seduta plenaria del Consiglio superiore della magistratura – a richiamare le parti alla misura e al reciproco rispetto. Cammin facendo si è affacciato il sospetto che fossimo in presenza di un’anticipazione della campagna elettorale del prossimo anno. Di certo si è trattato di un voto assai più “politico” di quello che solitamente riguarda i referendum cosiddetti “a tema”.
Quanto all’esito elettorale, i numeri parlano da soli. Ancora una volta i cittadini hanno mostrato di diffidare di modifiche dell’ordinamento della magistratura non “istruite” da un consenso che impegnasse governo e magistratura, maggioranza e opposizione. Esiste tuttavia il rischio che, per una sorta di effetto inintenzionale del referendum, la giustizia esca dall’agenda politica delle parti politiche. Il disegno di Nordio riguardava infatti aspetti ordinamentali importanti ma non cruciali mentre l’agenda politica deve urgentemente occuparsi di questioni irrisolte, vecchie e nuove, mai adeguatamente dibattute oppure messe deliberatamente ai margini dell’agenda politica. Gli esempi non mancano, dall’insostenibile durata dei processi civili e penali agli insufficienti organici della magistratura e dell’amministrazione pubblica sino alla scarsità logistica di sedi spesso inadeguate alla funzione. Anche le dinamiche interne all’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) non si sono sempre tradotte in un regime impeccabile di giustizia disciplinare. Senza dimenticare che, ai sensi della nostra Costituzione che assegna al popolo e solo al popolo la “sovranità”, pare necessario – lo ha ricordato il cardinale Zuppi alla Conferenza episcopale – perseguire il metodo. di un dialogo “responsabile e costruttivo” che aspiri a raccogliere un consenso quanto più ampio possibile. È anche credibile che molti fra quei due quinti di non votanti, pur non rifiutando i contenuti della riforma, abbiano disertato le urne proprio a causa delle inopportune sortite di alcuni rappresentanti del Governo e della maggioranza.
Il quadro internazionale non è certo di aiuto. Il focoso trumpismo dei meloniani, ad esempio, si affievolisce quando l’amministrazione americana presenta ai propri partner il conto spese chiedendo di portare al 5% gli investimenti per la Difesa. Siamo i più trumpiani a parole ma anche i più restii a metter mano al portafoglio… senza neppure sapere quanto il gioco durerà. La questione dei soldi si sovrappone a quella, più complessa e più propriamente politica, che riguarda lo scenario internazionale. Gli Usa, impegnati sull’insidioso fronte iraniano, chiedono infatti ai partner europei di contribuire a quel pattugliamento armato dello stretto di Hormuz che risponde alla logica militare del conflitto ma espone inevitabilmente al rischio di ritorsioni sul fronte iraniano. Si tratta di una prospettiva inquietante per gli europei, mai coinvolti dagli Usa ma adesso repentinamente sollecitati a sostenere la potenza alleata. La quale potrebbe trovarsi esposta alla minaccia di un Paese come l’Iran, fornito dell’atomica e virtualmente in grado di chiudere lo stretto di Hormuz con conseguenze drammatiche soprattutto per i Paesi dell’Europa mediterranea. L’Europa potrebbe così sentirsi obbligata a sostenere nel breve periodo gli Usa senza altra motivazione che non sia quella di contenere la crescente disaffezione nei suoi confronti manifestata (anche teatralmente) dal regime trumpiano. Un processo che, una volta innescato, potrebbe minacciare la sopravvivenza stessa dell’alleanza atlantica. Volenti o nolenti, tutti i partner europei si sono così impegnati a sostenere la politica di Trump pur senza manifestare alcun entusiasmo. L’Italia trumpiana di Giorgia Meloni, dal canto suo, non pare abbia guadagnato visibilità o tratto benefici concreti dal disciplinato allineamento al maggiore alleato.
Lasciatici alle spalle il referendum sulla giustizia ci troviamo anzi, ancora una volta, a rincorrere l’attivismo degli altri. Germania, Francia e Polonia, non senza dubbi e resistenze, hanno preso l’iniziativa. Dalle nostre parti, passato il referendum, si ripropongono questioni annose ma non per questo meno serie. L’enorme debito pubblico italiano rischia di dilatarsi ancora se la guerra dovesse proseguire incidendo sul costo del petrolio. Il nostro governo, tanto attento a tutelare le convenienze americane, non sembra in grado di raccogliere la sfida. Il cerino acceso è in mano a una leadership che non si è mai cimentata con la complessità delle relazioni internazionali. Gestire l’ambiguità è un’esperienza ricorrente in politica e in diplomazia, ma esige competenze e pretende una visione. L’ambiguità non paga e l’incompetenza è rischiosa: per evitare le cadute i pattinatori devono avere confidenza con pattini e rotelle.
NICOLA R. PORRO
