L’apocalisse di Trump
di PAOLA CECCARELLI ♦
Lo scorso venerdì è stato venerdì 13. In USA questo è il giorno più sfigato, per chi è superstizioso. In Italia sarebbe venerdì 17.
Sei anni fa venerdì 13, 2020 fu il giorno in cui la quotidianità degli americani si paralizzò per colpa del coronavirus e la vita non fu più la stessa. Trump fu costretto a dichiarare il lockdown ma lo fece solo perché le bugie che aveva tessuto per settimane non stavano più in piedi. Solo fino a due giorni prima aveva continuato a mentire alla nazione ignorando le richieste della comunità medica, minimizzando i numeri di morti e ospedalizzazioni e rombando che lui avrebbe stroncato la diffusione del virus nel giro di poche settimane.
Io che dal Texas stavo seguendo come si stava invece affrontando la pandemia in Italia avevo già iniziato ad usare le mascherine da tempo e non andare più in luoghi pubblici tranne al supermercato. Ascoltare le lampanti falsità che il presidente degli Stati Uniti propinava alla nazione tramite una incredibile campagna mediatica mirata a zittire le opposizioni e minimizzare i pericoli era stato assolutamente frustrante e preoccupante, a dir poco.
Sei anni fa gli States erano entrati in guerra contro un nemico sconosciuto, sottovalutato e mortale. Oggi gli States sono entrati in guerra con l’Iran, un nemico altrettanto sconosciuto, sottovalutato e mortale ma la mole di falsità e di obnubilamento dell’opinione pubblica è identica, Visto che identico è il presidente in carica.
Da quando ha dichiarato guerra all’Iran, infatti, Trump sta di nuovo mentendo alla nazione, spudoratamente e senza tregua. Ad ogni conferenza stampa la mole di dati inventati, verità nascoste, dichiarazioni di strafottente machismo mascherato da patriottismo si sono solo moltiplicate. Ma non bastano più a mascherare la confusione e quasi il dilettantismo con cui questa amministrazione sta operando.
Un giorno Trump dichiara di aver già concluso la guerra, di aver annichilito la potenza iraniana, di aver affondato un numero imprecisato di navi nemiche, di avere bombardato e distrutto basi militari ed ucciso migliaia di soldati e la settimana dopo minaccia le potenze europee che se non lo appoggeranno contro l’Iran sarà la fine dell’attuale equilibrio mondiale.
Ma non era finita ‘sta guerra, si chiedono quindi gli americani (e il mondo)? Certo che no. Quanto durerà, chiedono ancora gli americani? Poche settimane, romba Trump.
Ma sempre meno persone gli credono. E cosa preoccupante per Trump, non gli credono più neanche i suoi aficionados.
Sulla cartina da tornasole che sono i social si moltiplicano i video di chi incoraggia a prepararsi per il peggio, fare razionamento di cibo, comprare radioline e batterie in vista di un possibile black out online con la tipica mentalità da pioniere che scatta subito in tempi di incertezza.
COVID in fondo ci ha solo allenati.
Come cantava Country Joe McDonald a Woodstock (il cantante, per dovere di cronaca, è morto la scorsa settimana): “And one, two, three, what are we fighting for? Don’t ask me, I dont give a damn, next stop is Vietnam” .
Per cosa stiamo combattendo? Non me lo chiedere, non me ne frega niente, la prossima fermata è il Vietnam.
Gli americani sono molto nervosi, non riescono ad avere risposte chiare dal loro comandante in carica, non sapevano forse neanche dove fosse l’Iran esattamente fino a pochi giorni fa, sono confusi e male informati (ad arte) ma una cosa è certa: solo il 27% è a favore di questa guerra costosissima (circa 20 miliardi dollari al giorno)
Sondaggi freschi alla mano tenuti dal New York Times and Reuter. Di questo 27% solo il 7% sono democratici e 19% sono indipendenti.
La percentuale di approvazione più bassa nella storia se si confronta con il 76% per la guerra in Iraq e ben il 92% per quella in Afghanistan.
Uno smacco cocente al culto della personalità di Trump.
Solo il suo network favorito, FOX News, gli ha addolcito la pillola e ha inventato un 50% di approvazioni.
Insomma, gli americani non vogliono questa guerra e risentono fortemente il fatto che sia stata imposta loro senza neanche il mandatorio costituzionale dibattito in Congresso (come Trump aveva già fatto con l’operazione lampo in Venezuela). È una guerra che non capiscono ma che sta già facendo sentire la sua pesante conseguenza sui mercati e alle pompe di benzina.
Durante la sua campagna elettorale Trump aveva puntato tutto sull’economia per vincere su Kamala Harris: avrebbe ridotto l’inflazione, dimezzato i prezzi dei beni di consumo e soprattutto quelli della benzina che non avrebbe mai e poi mai fatto arrivare sopra i 2 dollari.
Bene, niente di tutto questo è stato mantenuto. E si sa che le guerre si perdono prima a casa quando i cittadini cominciano a sentirne gli effetti direttamente.
I corpi dei 13 militari uccisi lo scorso mese in Iran e ritornati a casa hanno impressionato negativamente gli americani ma molto di più stanno facendo i costi della spesa di tutti i giorni che era già colpita da mesi da una inflazione anche a livello mondiale. E quelli della benzina.
Secondo il sito GasBuddy che monitora i prezzi alle gas stations su tutto il territorio nazionale, il prezzo medio di un gallone di benzina è salito a 3 dollari e 98 cents. un’impennata del 17% in più. In California poi, dove tutto costa di più, un gallone di benzina costa ora 4 dollari e 90 cents.
E i prezzi continueranno a salire soprattutto a causa del blocco operativo dello Stretto di Hormuz.
Gli americani sono incazzati e il fattore più interessante e promettente è che sta visibilmente cedendo il sostegno a Trump dentro il mondo MAGA non solo da parte degli elettori ma anche rappresentanti politici.
Sui social si vedono sempre più spesso storie di persone comuni che parlano apertamente della loro delusione, della frustrazione e anche rabbia. Gente che ha votato Trump per due volte ed ora brucia il cappellino rosso che avevano magari comprato con lo sconto, stacca dai finestrini delle macchine gli adesivi pro Trump, posta video in cui in lacrime si dichiarano pentiti.
Un dato limitato ma molto significativo: la presenza di bandierine e cartelli pro Trump che di solito punteggiano le strade ad ogni tornata elettorale è stata visibilmente meno marcata lo scorso mese in quegli stati, tra cui il Texas, dove si sono tenute varie elezioni municipali, senatoriali e di contea,
Insomma, il Red State sembra in difficoltà in questi giorni. E l’Iran sta dando un’ulteriore spallata al consenso verso Trump.
Finora è l’unica nota positiva che si può trarre da questi giorni di guerra.
C’è un sito chiamato TrumpActionTracker che è stato attivato da un gruppo di progressisti per tenere sotto controllo ogni azioni/dichiarazioni/decisioni di Trump giudicate pericolose per la democrazia americana. Il gruppo ne ha già registrate 2,762 offrendo uno spaccato orribile della sua amministrazione.
L’ultima registrata risale al 15 Marzo quando Trump ha detto ai reporters alla White House che sta considerando l’onore di “prendersi” Cuba.
Sempre lo stesso giorno Trump aveva varato un piano chiamato God Squad che avrà il potere di eliminare le protezioni legali sotto la Endangedered Species Act, le leggi nazionali che proteggono le specie in via di estinzione, il cui scopo è quello di aumentare le trivellazioni di petrolio nel Golfo del Messico.
Per il sito, Trump ha attivato 730 decisioni che hanno violato o diminuito le leggi democratiche; ha attivato 709 azioni volte a sopprimere il dissenso politico o a dare a singoli stati più strumenti per sopprimere il dissenso; ha attivato 606 atti anti-immigrazione e azioni tesi a militarizzare il paese; ha preso 418 decisioni che hanno diminuito la protezione sociale verso i diritti civili; ha dato il via a 452 iniziative che hanno diminuito il valore della comunità scientifica; ha attivato 456 situazioni che hanno portato ad una più aggressiva politica estera e ad una destabilizzazione globale; ha create 203 iniziative o leggi che hanno attaccato le università, le scuole , i musei, le biblioteche e la cultura in generale; ha infine attivato 359 azioni per controllare l’informazione e la propaganda delle sue ideologie conservatrici/fasciste.
Il sito ha riportato inoltre 180 situazioni di corruzione e 177 tentativi e azioni per indebolire le stesse istituzioni federali.
Un esempio tra tutti: la recente proposta di legge 7661 portata davanti alla House of Representative per implementare la censura di libri nelle scuole elementari e licei nazionali. Si chiama “Stop the sexualition of children Act” (No alla sessualizzazione dei nostri figli) e sotto la falsa pretesa di difendere gli studenti dall’esposizione involontaria a materiale che abbia una pur velata componente sessuale se approvata sancirà la fine dei finanziamenti statali e federali a quelle scuole ed istituzioni culturali che non la implementeranno.
Una censura di libri nelle scuole e nelle biblioteche si sta già attuando in numerose scuole in diversi stati ed ora si vuole consolidarla a livello nazionale. In Texas già da mesi sempre più scuole hanno aderito al principio falsamente pedagogico della proposta di legge. La lista dei libri bannati cresce di mese in mese ma così la resistenza a questa tattica fascista di controllo. Gruppi e movimenti sono molto attivi sui social e nelle varie città con numerose iniziative. Molti gruppi di cittadini stanno comprando i libri bannati e li stanno distribuendo davanti alle biblioteche che hanno invece dovuto aderire alla campagna di censura per evitare di avere finanziamenti statali decurtati.
Il vero scopo della legge è lampante: eliminare la visibilità di genere che viene narrata nei libri su gender dysphoria, transgenderismo, omosessualità, sessualità e famiglia alternativa.
Ma come si è arrivati a tutto questo? .
Come è possibile difendere ancora un’amministrazione che uccide e deporta i propri cittadini (non solo Renee e Alex) ed imprigiona bambini di 3 anni o il cui presidente è coinvolto fino al collo in quello sporchissimo affare Epstein che ha colpito negativamente la maggioranza deli americani molto più di quanto sembri e da cui Trump sta cercando in tutti i modi di distogliere l’attenzione (vedi Venezuela, poi la Groenlandia e ora l’Iran)
Difficile difendere un’amministrazione in cui il Ministro della Guerra è Pete Hegseth, famoso per le sue roboanti e bellicose dichiarazioni di vittoria, con tanto di fake video AI postati sul canale ufficiale della Casa Bianca in cui si vedono bombardieri sganciare bombe e edifici esplodere? Hegseth, eletto a questa carica così delicata senza alcuna competenza precedente, ha speso per uso personale e non la bellezza di 93 milioni di dollari nel giro un solo mese: circa 2 milioni di dollari per gustose Alaskan king crab e succulente bistecche (per officiali e militari); quasi 7 milioni per aragoste e cesti di frutta non si sa bene per chi, 230 milioni per arredamenti, 3 bilioni di dollari per cable e tv. Uno scandalo che è stato subito insabbiato da Trump (tramite il controllo imposto alla stampa).
Del resto Hegseth agli occhi di Donald sembra non fare mai errori.
Perche?
Basta capire una cosa: i due condividono la stessa visione religiosa dell’evangelismo fondamentalista.
Lo scorso ottobre un gruppo dei suoi più prominenti leader religiosi ha avuto un incontro con Trump per convincerlo a fare pressioni sulla Nigeria colpevole di portare avanti da anni una politica di oppressione contro i cristiani. Gli evangelisti avevano portato con loro una portavoce particolare: la famosa rapper nera. Nicki Minaji che di punto in bianco si era detta convertita all’evangelismo, con tanto di conferenze stampa a go go elogiando Trump e Cristo. I social chiaramente sono esplosi. Obiettivo raggiunto in pubblicità per Trump ma Minaji ha visto la sua carriera musicale affondare in tempo reale abissata dalle critiche ferocissime. Sono in molti a credere che il suo obiettivo fosse stato quello di ottenere da Trump il condono per il marito accusato di violenza sessuale e omicidio e attualmente registrato come sex offender e in attesa della sentenza in un ennesimo processo.
A dimostrazione del fatto che con Trump professare la sua stessa fede religiosa è garanzia di favori ottenuti.
Sinceramente sentita o furbescamente usata, la fede di Trump sta comunque marcando la sua presenza alla White House: gruppi di preghiera vengono tenuti ogni mattina dai dipendenti, la guru fondamentalista personale di Trump, famosa per il suo passato poco chiaro e la capacità di parlare a vanvera spacciando i suoi sproloqui per contatti diretti con Dio, ogni mattina lo benedice con l’imposizione delle mani e se lui è in trasferta lo benedice via Zoom.
È la stessa tipa che si vede imporre la mano sul capoccione di Donald insieme ad una decina di altri colleghi di fede nell’Ufficio Ovale mentre pregano per lui come l’unto di Dio, il Prescelto per portare Gesù in terra.
Questa è la stessa ideologia messianica dietro all’imposizione della preghiera nelle scuole e l’affissione dei Dieci Comandamenti nelle classi di due mesi fa: tentativo però parato (per ora) da un giudice federale che ha chiesto l’immediata rimozione dei poster e vietato le preghiere. Ma la battaglia non è finita.
Questo per capire come fanatismo ed irrazionalismo siano ‘elementi centrali per capire Trump e la sua ascesa al potere.
Era stato un altro presidente repubblicano, Reagan, ad aprire ai gruppi evangelisti cristiani fondamentalisti. Da allora questi elementi hanno occupato sempre più una posizione importante nel panorama religioso-politico appoggiando con imponenti finanziamenti questo o quel candidato, questo o quella campagna religiosa su posizioni chiaramente ultra conservatrici, contro aborto, omosessualità, inneggiando al ruolo della donna nella famiglia, contro l’educazione sessuale nelle scuole, fino alle più recenti battaglie contro i transgender e la ormai famosa culture war contro l’uso dei bagni pubblici ai trans.
Le proposte delle varie sette fondamentaliste erano state velocemente incanalate nelle agende della politica della destra repubblicana passando per il Tea Party contro Obama fino ad avere il loro riconoscimento con Trump quando il sincretismo col sionismo cristiano e l’appoggio degli integralisti americani ad Israele diventa ancora più profondo. Trump ne condivide il principio e lo riconosce tanto da spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme infittendo i rapporti con Israele.
Il crescendo fanatista arriva quindi a Hegseth che recentemente ha dichiarato come questa dell’Iran sia una guerra santa, che Gesù Cristo è il signore dell’universo e l’America è il suo strumento per sconfiggere gli infedeli musulmani,
La guerra in Iran, quindi, riflette la profezia apocalittica del ritorno di Gesù in terra perché solo grazie ad una guerra senza scampo con gli infedeli questo sarebbe possibile.
Intanto Trump, tanto per non sbagliare, col suo tipico comportamento tra delirio religioso, istinto affaristico e sete di potere terreno, nel caso Gesù non si ripresenti a terra si sta preparando per il mid term elettorale di novembre. Brogli elettorali, miliardi per foraggiare e bassezze varie incluse.
Niente di cui preoccuparsi, quindi. Va tutto bene. Show must go on, folks!
PAOLA CECCARELLI
