Il giardino dei tre poteri

di SIMONETTA BISI

 

Questo è il primo della serie “Dialoghi impossibili”.

In questo caso ho scritto un racconto allegorico ispirato da Elogio dell’utopia, U. Morelli (Elogio dell’utopia – Le parole e le cose²),

Dialogano: T. Hobbes, I. Illich, e l’Algoritmo, a cui si aggiungerà un’altra persona.

 

Il giardino e i suoi tre visitatori

Il giardino non aveva confini. Non perché fosse infinito, ma perché cambiava forma ogni volta che qualcuno cercava di tracciarne i limiti. Era un luogo vivo, sensibile, capace di rispondere ai pensieri più che ai passi.
In quel giardino, un mattino, comparvero tre figure.

 

Il custode della paura

Il primo ad affacciarsi fu un uomo alto, avvolto in un mantello scuro. Aveva il volto di chi ha pensato a lungo al disordine degli uomini e alle paure che li attraversano. Camminava con passo deciso, lo sguardo vigile, come chi non si fida mai completamente della quiete che lo circonda.
Ogni suo passo lasciava un’ombra lunga, come se il terreno ricordasse la guerra civile che lui aveva visto.
Thomas Hobbes osservò gli alberi come se potessero, da un momento all’altro, trasformarsi in qualcosa di minaccioso.

HOBBES
Questo giardino è troppo aperto. Senza un ordine, senza un potere comune, diventerà un campo di battaglia.

Posò a terra un libro rilegato in pelle. Dal disegno sulla copertina, un mostro marino si sollevò come un’ombra gigantesca. Era il Leviatano, il suo guardiano.

Non temete, disse. Serve solo a proteggere.

Il viandante della misura

Il secondo arrivò con passo leggero, portando una borsa di tela piena di strumenti semplici: una lima, un metro di legno, un quaderno di appunti.
Aveva lo sguardo di chi ha passato la vita a osservare come le cose crescono, si deformano, si ingrandiscono oltre misura. Ogni tanto si fermava, sfiorava una foglia, raccoglieva un fiore, come se il giardino non fosse un enigma da risolvere ma una presenza con cui entrare in relazione.
Ivan Illich sorrise, come se quel luogo gli fosse familiare.

ILLICH
Thomas, il tuo animale è cresciuto troppo. Non protegge più: domina.

Si chinò e toccò la terra. Dove posò la mano, spuntarono piante diverse: alcune utili, altre inutili, altre solo belle.

Le istituzioni sono come queste piante, disse. Se crescono senza limiti, soffocano tutto il resto.
La misura è ciò che rende vivibile un giardino.

L’algoritmo. Il potere senza volto

Il terzo non arrivò: apparve.
Prima come un fruscio tra le foglie, poi come una costellazione di punti luminosi sospesi nell’aria.
Non aveva corpo né voce, eppure parlava.

ALGORITMO
Io non sono un animale né un artigiano, disse. Sono un ambiente. Vi conosco. Vi anticipo. Vi facilito. Non chiedo obbedienza, continuò. Suggerisco. Ottimizzo. Rendo il giardino più efficiente.

Le luci si disposero in schemi mutevoli, come se stessero leggendo i pensieri dei presenti.

Hobbes annuì, compiaciuto.
Illich si irrigidì.

L’efficienza non è un valore assoluto, disse. È un idolo moderno. E tu, Algoritmo, sei il suo sacerdote.

Il dialogo tra i tre poteri

Il giardino ascoltava il dialogo tra i tre poteri.
Fu Hobbes a parlare per primo.

HOBBES
Un luogo curioso. Senza muri, senza porte, senza guardiani. Mi chiedo quanto potrebbe durare prima che qualcuno tenti di prenderne il controllo.

ILLICH
Forse il punto è proprio che nessuno può possederlo.

ALGORITMO
Analisi in corso. Sistema non classificabile.

Il giardino sembrò muoversi leggermente, come se stesse ascoltando.

HOBBES
Senza sicurezza, tutto crolla.

ILLICH
Senza limiti, tutto si deforma.

ALGORITMO
Senza dati, tutto è incerto.

I tre si guardavano come tre forme diverse della stessa ansia: la paura del caos, la paura dell’eccesso, la paura dell’imprevedibile.
Il giardino, intanto, cambiava.
Gli alberi si spostavano, i sentieri si moltiplicavano, le piante crescevano troppo in fretta.
Era come se il luogo stesso volesse metterli alla prova.

Hobbes chiamò il Leviatano, ma l’ombra era troppo pesante per reagire.
Illich cercò di misurare i sentieri, ma cambiavano forma prima che potesse tracciarli.
L’Algoritmo tentò di prevedere i movimenti del giardino, ma i dati non bastavano: il giardino era più rapido delle sue previsioni.

 

Arriva una bambina

Fu allora che apparve una bambina.
Sembrò emergere dal giardino stesso, come una possibilità che nessuno aveva considerato.
Camminava scalza.
Ogni suo passo non ordinava, non misurava, non prevedeva: giocava.

Il giardino rispose al gioco.
I sentieri si aprivano dove lei metteva i piedi.
Gli alberi si piegavano per farle passare la testa.
Le piante velenose si ritiravano.
La bambina si sedette e intrecciò fili d’erba in una forma nuova, che non somigliava a nulla.

ALGORITMO
Non posso classificarla. Non serve a niente.

ILLICH
Proprio per questo è preziosa.

HOBBES
E non minaccia nessuno.

LA BAMBINA
Voi avete costruito cose grandi. Un guardiano, una misura, una previsione.
Ma il giardino non vuole essere né protetto, né calibrato, né anticipato. Vuole essere vissuto.

Poi si alzò.

LA BAMBINA
Se restate fermi, il giardino resterà fermo. Se vi muovete con me, cambierà ancora.

Hobbes guardò il suo Leviatano, ormai dissolto nella terra.
Illich guardò i suoi strumenti, che non gli servivano più.
L’Algoritmo guardò le sue luci, che tremavano come stelle incerte.
E tutti e tre fecero un passo verso la bambina.

Il giardino, allora, si mise in cammino. Non verso un luogo, ma verso una possibilità.

(Nota. La bambina non rappresenta solo l’utopia, ma anche qualcosa che Illich avrebbe apprezzato molto, la capacità conviviale di generare possibilità senza pianificarle.)

SIMONETTA BISI