LA VANGA
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
L’aria s’era fatta dolce di primo mattino seppur una nebbia bigia persisteva nell’avvolgere il risveglio degli uomini e degli animali diurni. Le carbonaie nel folto fumavano ancora ma erano gli ultimi esigui pennacchi che esalavano. Il cielo uggioso dell’ inverno cedeva velocemente il passo al respiro e ai profumi della primavera. La natura s’apriva alla rinascita e le nuove foglie cominciavano impazienti ad infoltire i rami. I prati s’ammantavano d’ una fitta coltre di fiorellini dagli attraenti colori sicché denso era il polline che vagava nell’aria trasportato da una moltitudine di creaturine sonore per il loro acuto vibrar delle elitre. I frumenti, ancora lungi dall’esser messi a sacco, coi steli colorati di verde s’agitavano al vento leggiero come lunghe onde marine. L’erbe dei grandi prati, che si stendevano al di là del tombolo, esplodevano dopo il tanto patire invernale seppur tenute a freno dall’avido morso delle greggi che ancora stanziavano nelle maremme, in attesa di transumare nei pascoli d’altura.
In mezzo a tanto ardore non per tutti erano quelli giorni di tripudio. Per il villano s’apprestava il momento di rinvangare il terreno sodivo e l’arnese destinato alla bisogna, stipato in magazzino col calare dell’inverno, ritornava ad essere il vero protagonista della scena.
La vanga, quel legno e ferro che assorbe prepotente tutte le forze del contadino, che l’occupa per tanto tempo, che l’obbliga a sacrifici economici spesso vistosi se deve e vuole procurarsi aiuti esterni per condurre in porto la semina giusta, che comporta sovente il dover sacrificare il figlio ancor in giovine età e troppo tenero per regger la fatica.
La vanga, quel pesante legno e ferro bagnato dal sudore e dal pianto.
La vanga che smuove la cotica erbosa, alza la zolla, la rivolta di lato, divide la fetta, pone a nudo la gramigna infestante ed i bulbi dannosi e libera i benefici lombrichi preparando il terreno ad accogliere piogge primaverili e stallatico maturo di modo che la terra sia fecondata e pronta a partorire la vegetazione voluta.
Certo, la vanga è tutto questo!
Ai primi del Novecento non era ancora tempo di rivoltare il terreno di maremma con la nuova tecnica del “coltro”, ovvero di quel versoio ideato da tempo nella lontana America che avrebbe poi, in ogni dove, sostituito il lavoro di vanga per rivoltare in profondità la fetta tagliata verticalmente dal coltello. Insomma quel nuovo aratro spinto dall’energia del bove che dove entrava sbranava, tecnicamente di gran lunga superiore all’antico medievale aratro.
Ma la resistenza in maremma verso il “novo”era proverbiale. Tuonavano quelli della Accademia dei Georgofili, dotti ed istruiti sapientoni da Firenze: penoso è senza dubbio il propagare fra i coltivatori l’uso di un nuovo instrumento. Si tratta d’una classe poco istruita, seguace ostinatamente della consuetudine, difficilmente accessibile alla persuasione. Villani noncuranti finanche del loro istesso interesse!Ma siccome la curiosità è madre del sapere l’annunzio di un novello istrumento aratorio desterà, lo si anela, la curiosità del bifolco!
Ma il desiderio del bifolco non s’appagava tanto facilmente: la forza e la destrezza delle braccia use da secoli a movere la terra accordava alla vanga qualità che essa non aveva. Eppoi, c’era il timore che il nuovo instrumento , con tutte le sue doti, rimpiazzasse la forza lavoro. E giù allora a far la vangata nel proprio campo con tanti operai pur di dimostrare la bontà della secolare industria. Ed il campo di gramigna si faceva presto campo di zolle nettato d’ogni erba nociva ad onta di quei della Georgofili. Ancora una volta erano le braccia a duellare contro la tenacia del suolo, a mordere aspramente la radica profonda.
Bastano queste poche righe per pervenire alla retta sentenza se solo si voglia essere acuti osservatori di un passato assai remoto: vanga, più che falce doveva far da simbolo del proletariato villico!
E nell’assurgere a tale primato doveva la vanga condividere il merito assieme alla sorellastra zappa.
Di falce si opera alla calura estiva sulle teneri spighe, ma di vanga e di zappa si procede col caldo e col freddo strapazzando le già dolenti membra al modo de’bovi e sempre in guardia per non provocar l’arrabiaticcio del terreno, quando si sbaglia il momento climatico del vangare.
Falce, momento della gloria del raccolto; vanga, momento del sacrificio. Falce, momento della conclusione; vanga, fase della creazione.
Qual è dunque il segno verace dell’umano progresso? La risposta non può che essere lo scavo del solco e non di certo il taglio dell’erba e della spiga. Eppure, è stata l’estetica a far aggio. La falce si bea della sua eleganza, del suo risultato finale, la vanga umile, sciatta, rozza espone a fatica la sua fisicità. Forse valeva, per divenire simbolo, il risultato più che il processo, il raccolto finale del frutto del lavoro più che la spossatezza delle forze.
E’ così che gira il mondo!
Quando anche i giovani figli della Maremma amara furono chiamati ad incontrar il Padreterno nel ventre delle trincee della Grande Guerra, nei lunghi camminamenti, nelle pietraie del Carso maledetto la vanga era sempre lì, con loro. I villani d’un tempo fatti soldati in grigioverde continuavano a zappare e vangare, e la terra era sempre pesa come piombo, la terra fangosa ed argillosa di un’ Italia sconosciuta e lontana. E allorché dopo un martellamento a fuoco si doveva avanzare e poi lesti ripiegare nella trincea era al familiare gergo che ci si rifaceva: si zappa ora, si vanga poi. Sarcastici i villici-soldati sorridevano di fronte all’ufficiale che non capiva il significato di quelle strane parole di campagna.
E fu solo a guerra finita che i giovani reduci, ormai assuefatti all’imprevisto e spregiudicati per l’aver visto tanto di novità meccaniche e vissuto esperienze irripetibili , adottarono il partito d’accogliere quel nuovo modo di rivoltar la terra in luogo dell’afferro della vanga.
E per la vanga quale futuro si riservò? Rimase riserbata per dar sfogo al bifolco ostinato fino alla sua dipartita terrena. Rimase riserbata per lavorar le prode dei campi a frutteto, a vigneto, ad olivo, a far i piccoli orti, a far gli scassi e le fosse. Inetta, però, rimase alla cultura generale del campo poiché nulla poteva innanzi alla potenza dell’innovazione.
Vanga, dunque, simbolo e non segno fra i tanti del lavoro agricolo.
Piaccia, pertanto, al gentile lettore giunto al termine di queste righe acconciare l’emblema alla esigenza della dura realtà e sia: vanga e martello!
. . .
Nella terminologia del marchese Cosimo Ridolfi (1824) massimo esponente dei Georgofili, il termine “coltro”indica il versoio e non il “coltello” dell’aratro. Ma questa è mera sofisticheria da dar in pasto ai petulanti eruditi.
Ed infine, regnante al momento attuale di noi tutti un clima non di certo rassicurante perchè pieno di angoscia per l’incombente guerra, pieno di incertezza per il futuro dei nostri giovani affetti tentiamo con altro ad evitare lo scoraggiamento rifugiandoci sulla salvifica generica cultura bombardati come siamo dai rumori della comunicazione. Si prendano dunque queste righe a motivo di diversivo poiché l’uomo scoraggiato, voi lo sapete, non val più la sua metà!
CARLO ALBERTO FALZETTI

Poeticamente evocativo, grazie.
Maria Zeno
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