Fra neofeudalesimo e ipermodernità: l’ordine globale e le sue contraddizioni (I parte)

di NICOLA R. PORRO ♦

«Trump ci vuole vassalli» ha ammonito pochi giorni fa il Primo ministro canadese Mark Carney intervenendo al Forum internazionale dell’economia tenutosi a Davos dal 19 al 23 febbraio us. Una preoccupazione simile era stata espressa senza troppe perifrasi qualche giorno prima dal Presidente francese Emmanuel Macron. Di certo, pur senza paventare qualche forma di imperialismo di ritorno, sembra che spiri un vento ostile alle democrazie e che le stesse relazioni fra gli Stati vadano deteriorandosi. Tentazioni non diverse da quelle manifestate da Trump sembrano ispirare i leader di due fra le maggiori potenze come il Primo ministro russo Vladimir Putin e il Presidente cinese Xi Jinping. Anche opinionisti poco inclini all’allarmismo hanno del resto denunciato a chiare lettere il rischio di un’involuzione dei regimi democratici verso una forma inedita di società feudale. [1]  Si tratta di un’evocazione metaforica ma non per questo meno inquietante: i vassalli, come i meno titolati valvassori e valvassini, esercitavano nel sistema feudale una specie di potere per delega vincolato a una fedeltà incondizionata al signore. L’ ordine sociale che ne discendeva era fondato su quelle “catene di dipendenza” che costituivano il cardine e il tratto distintivo del sistema feudale. A Davos ci si è chiesti, non senza preoccupazione, se le contemporanee società di massa non stiano virando verso una riedizione aggiornata (ipermoderna) di quel modello. Certo: a differenza dei vecchi sistemi, vincoli politici e gerarchie sociali non si esprimono più attraverso brutali relazioni del tipo servo e padrone. Il sistema dominante nella tarda modernità impone però vincoli non meno severi. In materia di politiche finanziarie, il caso esemplare è rappresentato dal regime dei dazi doganali, ma altrettanto rilevante è l’impatto delle tecnologie di guerra e dei sistemi militari di deterrenza. La cosiddetta postmodernità – o ipermodernità – sembra così dar vita, per paradosso, a una forma di neo-vassallaggio emancipato da qualsiasi ideologia e privo di qualsiasi forma di legittimazione. Ciò che garantisce la sopravvivenza e la continuità del sistema è infatti, puramente e semplicemente, la materiale impossibilità di uscirne. I suoi cosiddetti “costi di uscita” sono infatti poco prevedibili e comunque talmente onerosi da risultare insostenibili. Al vecchio regime fondato sull’ordine gerarchico si sono insomma progressivamente sostituite relazioni di dipendenza di tipo insieme sistemico e strutturale delle quali è quasi impossibile liberarsi. Trump ce ne ha offerto un esempio perfetto quando, avocando a sé una sorta di potere sovrano, ha rivendicato il possesso di territori sui quali non può vantare alcun diritto e che, per giunta, appartengono a un Paese amico e confinante. Questa forma di megalomania aggressiva, che si fa beffe del diritto internazionale e dello stesso fair play, non è solamente e banalmente riducibile a tratti caratteriali e/o a pratiche propagandistiche. Da parte di Trump negare le regole del gioco e degradare a vassalli gli stessi alleati storici del suo Paese sembra piuttosto funzionale a una sorta di beffarda strategia del desiderio. Grazie alla quale the Donald può indossare i panni degli antichi sovrani, liberi da ogni vincolo istituzionale e persino legale, trasformando per questa via in azione politica i propri deliri di onnipotenza. 

Quanto ai contenuti ideologici del trumpismo qualcuno ha evocato i grandi teorici del pensiero reazionario. Tuttavia, non esistendo versioni a fumetti della teoria dell’assolutismo di Jean Bodin (1529-1596), della filosofia del Leviatano di Thomas Hobbes (1588-1679) o delle riflessioni sullo stato d’eccezione di Carl Schmitt (1888-1985), è lecito dubitare che essi siano mai appartenuti alle personali letture trumpiane. Quei pensatori, che credevamo consegnati alla storia del pensiero conservatore o dichiaratamente reazionario, hanno però conquistato nel tempo di Trump un inatteso protagonismo disegnando un ordine politico planetario inedito, pronto a virare verso un sistema feudale di nuovo tipo. Un ordine governato da “sovrani” arroganti, capaci di affidare le relazioni internazionali ai propri ondivaghi umori e di manifestare insofferenza verso qualunque forma di dissenso. Non a caso, nel discorso tenuto a Davos il 20 gennaio 2026, il premier canadese Mark Carney – alla guida del suo Paese dal 2025 e leader del Partito liberale (centrosinistra) – ha infatti ricordato a chiare lettere a Trump come in uno Stato di diritto la sovranità non appartenga a un monarca bensì al popolo e solo al popolo. Ciò è particolarmente importante nella stagione che conosce il progressivo venir meno di un ordine mondiale rispettoso dei delicati equilibri geopolitici che garantiscono la pace. Persino vecchie alleanze e relazioni consolidate sembrano infatti via via incrinarsi e persino dissolversi da quando gli Stati Uniti hanno progressivamente voltato le spalle a quei princìpi del diritto internazionale che essi stessi avevano concorso a stabilire. Non può dunque stupire che I loro alleati si sentano minacciati e temano di essere condannati a una forma di vassallaggio nei confronti del Paese guida. Quel sistema, concentrando responsabilità e poteri nella forza egemone, non garantiva di certo la pari dignità dei partner ma consentiva almeno di smascherare le ipocrite narrazioni su cui si fondavano i vecchi equilibri. Venuto meno un ordine politico basato su regole condivise e interessi comuni, torna invece d’attualità l’aforisma di Tucidide per cui “i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono”. Carney esorta tuttavia le medie potenze, come il Canada e l’Italia, a guardare in faccia la realtà prendendo atto “della rottura dell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale, in cui per le grandi potenze la geopolitica non è soggetta ad alcun vincolo”. Aggiunge però che le medie potenze non sono del tutto prive di potere. Possono però esercitarlo efficacemente solo concorrendo a costruire un nuovo ordine mondiale fondato sul rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli stati.

Per illustrare la metamorfosi in atto Carney prende le mosse dalle riflessioni sviluppate nel lontano 1978 dal dissidente ceco Václav Havel nel suo saggio Il potere dei senza potere. In quel coraggioso lavoro l’autore si domandava come avesse potuto sopravvivere tanto a lungo un regime apparentemente solido ma strutturalmente fragile come il comunismo sovietico. Allo scopo Havel aveva ricordato la storiella del fruttivendolo che ogni mattina esponeva davanti al bancone il cartello “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”. Nessuno ci credeva però il fruttivendolo, e con lui tutti gli altri venditori, continuarono per decenni a esporlo diligentemente ogni mattina. Per risparmiarsi qualche grana molti concorsero così a prolungare la vita di un sistema malato celebrando ogni mattina un ipocrita rituale. Carney ne trae spunto per chiedersi se l’esperienza di “vivere nella menzogna” non sia tornata d’attualità ai giorni nostri nei prosperi Paesi del tardo capitalismo dando vita a un ordine internazionale fondato sull’ipocrisia. 

“… Sapevamo – scrive Carney – che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa. Sapevamo che i più forti se ne sarebbero approfittati quando lo avessero trovato conveniente e che le regole del commercio venivano applicate in modo asimmetrico. Sapevamo che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima. Questa finzione era utile finché l’egemonia americana, in particolare, contribuiva a fornire beni pubblici: abbiamo goduto di rotte marittime aperte, di un sistema finanziario stabile, di sicurezza collettiva e di strumenti per risolvere le controversie… Per decenni abbiamo prosperato sotto quello che abbiamo chiamato l’ordine internazionale basato sulle regole”. 

Quello che Havel chiama “vivere nella menzogna” è tuttavia il prodotto di un potere che non propone una verità ma obbliga ciascuno a recitare la parte che gli è stata assegnata. Se però anche un solo attore smette di recitare – ovvero se il fruttivendolo cessa di esporre il suo cartello – l’illusione può svanire rapidamente. Fuor di metafora, risulta a tutti chiaro come quella di un ordine internazionale “fondato sulle regole” abbia rappresentato da sempre una pura e semplice finzione. Ciò non significa negarne la funzione e l’utilità: si deve anche a quella finzione se abbiamo bene o male goduto di un sistema di regole fondato su valori. Garantite dalla sua rassicurante prevedibilità, le medie potenze come l’Italia e il Canada hanno potuto essere parte di un solido sistema sovranazionale. Al di là di vaghe idealità e di volatili umori politici abbiamo condiviso un diritto internazionale che abbiamo concorso a definire e che in qualche caso abbiamo applicato, sebbene con rigore variabile a seconda delle convenienze. Finché il patto tacitamente sottoscritto ha funzionato, non ci siamo preoccupati troppo della distanza che andavamo via via istituendo fra le dichiarazioni retoriche e la prosaica realtà. Adesso però siamo arrivati al capolinea: quel patto non funziona più. Per Carney, insomma, quella che si annuncia non rappresenta una fisiologica transizione bensì un’epocale soluzione di continuità che investe la globalizzazione, i suoi effetti e i suoi orizzonti. 

[1] Cfr per tutti A. Grasso, «Rotta verso una nuova società feudale», sul Corriere della sera del 25 gennaio 2026.

NICOLA R. PORRO