HOMO SENEX
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
Perché le cose si ribellano? Perché mi irritano? Perché non fanno ciò che io voglio!!
Le cose servono. Ma hanno un vizio, un maledettissimo vizio, uno insopportabile vizio.
Cadono- sempre- in terra!
Ed io debbo chinarmi, andar loro incontro, piegare le gambe, inarcare la schiena, barcollare. Tutto questo mi dà un fastidio cane. E loro sempre lì senza che mi diano il benché minimo aiuto. Me le trovo sempre sotto di me. Adagiate nel loro luogo naturale, in terra, sul pavimento, comunque lontano da un agevole contatto, solo per il gusto di farmi patire!
Chi mai ha inventato questa stupida forza di gravità! Le abbiamo anche concesso l’onore di una formuletta, dannata essa sia.
Ma non basta. Le cose sanno anche come poter sfuggire dalle mani. Godono a non essere afferrate. Scivolano via dalle dita come se si fossero insaponate.
Sovente giocano a nascondino. Amano nascondersi. Si occultano per farti disperare. Le trovi quando più non le cerchi.
Ora sono seduto e guardo quella maniglia in ottone della porta. Da qualche tempo si è abituata a farmi resistenza. Non so come ma deve aver intuito che la mia mano sia stata contaminata dall’artrite. E giù a opporre energia, tutta fiera di contrastarmi dopo tanti anni ed anni di obbedienza cieca.
E poi l’inerzia. Spostare la sedia quando questa fa tutto il possibile per stare lì, accomodata, impietrita in quella dannata posizione come se fosse da sempre la “sua posizione eletta”. Mai che le cose contribuissero nell’ assecondare la nostra volontà.
Non so come ma, esse capiscono bene quando la vita umana comincia a scemare. Le cose lo percepiscono e si fanno odiose, pesanti, sfuggenti. Non appaiono più nelle loro vesti di serve ma assumono la tracotanza del padrone. Sanno bene come invertire la dialettica quando il corpo viene meno. E’ il loro momento di rivolta. Gli scalini un tempo erano calpestati con estrema leggerezza ignorando ogni loro resistenza. Non erano mai ostacolo per il corpo agile, a nulla valeva la loro voglia di frenare l’impeto. Erano semplicemente trascurati nella loro funzione. Ora, invece, ti gettano addosso tutta la loro potenza e gioiscono ad ascoltare il tuo affanno pietoso.
Ma io non voglio rassegnarmi. Le cose debbono ubbidire, devono piegarsi, lo devono, come un tempo. Non è possibile questa ribellione! Tutto questo mi fa tribolare dannatamente!
Debbo calmare la mia testa dal turbinio che l’agita.
Sono seduto, sprofondato sul mio comodo e docile divano. Lui sì che è mio amico, mi asseconda, non mi contrasta. Ho di fronte a me tante cose, cose lontane, cose a portata di mano. Ma le cose, a pensarci bene, non sono cose, sono “oggetti”. Sono cose alle quali si è dato nomi in base alla loro diversa utilità, oggetti per l’appunto.
“Salve oggetto, come va? Io potrei distruggerti, lo sai? Tu hai valore per me solo e soltanto perché io ti ho dato un nome! Servimi e basta!”
Ecco, una cosa è un oggetto: il risultato della creatività dell’umano. E’ l’umano che rende la cosa utile, che la investe di senso, che la traveste da oggetto, che le da un nome, le fornisce dignità. E’ il lavoro dell’uomo che la nobilita. L’oggetto è la cosa vista attraverso gli occhi dell’uomo, la cosa in quanto serve all’uomo. Così noi rendiamo il mondo parlante! Il mondo che parla per soddisfare la nostra utilità!
Noi vediamo il mondo ? No! Noi vediamo solo ciò che pensiamo di vedere! Fuori, nel mondo, c’è solo il nostro pensiero, i nomi che noi abbiamo dato, i significati che noi abbiamo imposto, le utilità che ci fanno comodo…..Homo sapiens ecco la tua gloria!
La maniglia, la maledetta maniglia. Eccola lì a poca distanza da me. Mi aspetta, la dannata, per godere della mia incapacità sopravvenuta, per oltraggiarmi. Ma tu cosa saresti senza l’uomo che ti ha fabbricato e dato dignità attraverso il battesimo di un nome. Maniglia ti chiami, non un semplice ottone curvo senza alcun senso. L’uomo ti ha prodotto dal nulla del tuo senso. Tu devi tutto all’operosità del soggetto che ti ha reso oggetto , dunque cosa utile, ottone curvo, anonimo, insensato!
. . .
Ma, la maniglia sa di essere maniglia?
Che pensiero atroce mi frulla ora nella testa. Calma! Perché ad un tratto sono divenuto così meditativo?
Il silenzio del mondo! Ascoltare il silenzio delle cose. Togliere al mondo tutti i significati con i quali lo abbiamo rivestito, tutte le leggi che abbiamo imposto, tutte le utilità che ci fanno comodo. Rendere il mondo parlante, ma parlante il “suo linguaggio” non più il nostro.
Perché mai, adesso, si è introdotta in me questa fantasia? Lentamente mi concedo ad essa, voglio seguirla, voglio lasciarmi trasportare fin dove essa mi conduce.
Ecco, avverto che le cose si sono disfatte di tutti i loro nomi. Sono nude, come Iddio le ha fatte. La maniglia, dunque, non è più quell’ente domestico e servizievole che mi deve servire. E’ lì, senza pretese, senza doveri. Ha solo il diritto di esistere, lo stesso che ho io. Ora il mondo è soltanto mondo, non sa che farsene della tracotanza umana. E’ il mondo anarchico, selvaggio, della esistenza che semplicemente esiste senza che quell’ingombrante animale razionale lo rivesta di innumerevoli significati. Ogni desiderio dell’umano è cessato e le cose sono solo cose. L’uomo lascia in pace la natura, non la infetta più col suo lavoro. Non esiste più uno “sguardo privilegiato” sul mondo. Tutti gli enti sono perfettamente uguali. La vera democrazia è calata nel pianeta (cosmocrazia sarebbe il nome giusto).
Dalla poltrona nella quale sono sprofondato penso che non debbo solo essere io a guardare le cose ma, debbo ammettere e dunque permettere che anche le cose mi stiano ad osservare. Le cose hanno lo stesso diritto ad osservare, lo stesso che ha l’essere umano. Nessun privilegio può essere concesso dalla Natura Madre.
Dunque, debbo tentare questo: provare a farmi vedere da esse.
La maniglia mi osserva, ci scambiano gli sguardi. Non sono più io che sono il soggetto ed ella l’oggetto. Tutte e due facciamo parte del mondo, in perfetta parità. Non esiste più privilegio fra me ed essa. Fra poco mi alzerò, gambe permettendo, ed andrò presso di lei. Una natura incontrerà una natura. Stringeremo un patto secondo le regole della natura. Io stringerò e forzerò verso il basso. Essa acconsentirà non perché così impone il suo “essere utilizzabile”escogitato dal suo “faber”, ma solo per la sorellanza che accomuna gli enti nel loro soggiornare nel cono di luce della vita.
Ora soltanto si apre ai miei occhi il grande mistero per cui se il mondo non cambia può però cambiare il modo di stare al mondo.
L’homo sapiens in tutte le sue esaltanti declinazioni sembra essere del tutto scomparso.
Esiste solo il silenzio del mondo. Quel silenzio che permette a tutti gli enti, proprio tutti, di parlare il loro linguaggio.
L’Homo senex è forse l’unico, proprio per via della sua senilità, nel comprendere che possa anche esistere un mondo dove c’è il “niente di umano” nelle cose.
CARLO ALBERTO FALZETTI

Non posso, ancorché il brano sia lungo, non commentare col Soliloquio delle cose del crepuscolare Corazzini (“le eterne ascoltatrici”):
… Je crois que nous sommes à l’ombre.
MAETERLINCK
Les choses ont leur terrible «non possumus.»
HUGO
Dicono le povere piccole cose: Oh soffochiamo d’ombra! Il nostro amico se ne è andato da troppo tempo: non tornerà più. Chiuse la finestra, la porta; il suo passo cadde nel silenzio del lungo corridoio in cui non s’accoglie mai sole, come nel vano delle campane immote, poi la solitudine stese il suo tappeto verde e tutto finì.
Qualche cosa in noi si schianta, qualche cosa che il nostro amico direbbe: cuore. Siamo delle vecchie vergini, chiuse nell’ombra come nella bara. E abbiamo i fiori. Egli avanti di andarsene, per sempre, lasciò sul suo piccolo letto nero delle violette agonizzanti. Disperatamente ci penetrò quel sottile alito e ci pensammo in una esile tomba di giovinetta, morta di amoroso segreto. Oh! come fu triste la perdita cotidiana del povero profumo! E se ne andò come lui, con lui, per sempre. Noi non siamo che cose in una cosa: imagine terribilmente perfetta del Nulla.
Qualche volta le campane della piccola parrocchia suonano a morto. Tutto ciò sarebbe tristissimo per noi, povere piccole cose sole, se egli fosse qui. Ma è lontano e le campane non tarlano il silenzio per lui, povero caro.
Un tempo lo vedemmo e l’udimmo piangere senza fine: volevamo consolarlo, allora, e mai ci sentimmo così spaventosamente crocefisse. Oggi, oh, oggi è un’altra cosa: dove piange? perchè piange?
Allora lacrimò desolatamente perché una sua piccola e bianca sorella non veniva, a sera, come per il passato, a farlo men solo… o più solo. Così egli le diceva mentre l’abbracciava. E soggiungeva: «Noi ricordiamo e nulla come il ricordo è simbolo di solitudine e di morte». Rievocavano molte liete fortune e molte tristi vicende, anche, ma non troppo di queste si amareggiavano.
Una sera il nostro amico attese inutilmente. Attese fino all’ora delle prime rondini e delle ultime stelle… Oh, egli ci voleva bene: qualche volta ci parlava a lungo, come in sogno. In sogno parlava. Avanti di dormire, accendeva un piccolo lume giallo, sospeso al muro. Forse aveva paura. È una così dolce cosa, la paura, appunto perché è dei fanciulli!
Noi non dormiamo; noi siamo le eterne ascoltatrici, noi siamo il silenzio che vede e che ascolta: il visibile silenzio.
La casa dev’essere molto vasta. Udiamo a tratti delle voci lontanissime e che pensiamo non vengano dalla piccola piazza. Oh, la finestra, se si spalancasse e facesse entrare un poco di sole, un poco di vento! oh, nulla è simile al cuore perduto come il sole che vuole entrare, e tutti i giorni domanda e tutte le sere, triste e bianco, smuore di rinunzia. Un convento, una chiesa, un lungo muro basso, interrotto da due piccole porte, la cui soglia allora era sempre verde. La neve restava intatta, davanti a quel muro, un tempo interminabile. Il nostro amico diceva che una porta chiusa è figurazione di gran gioia. Noi siamo semplici, non abbiamo mai comprese queste parole, sarà, forse, perché siamo così sole e così sconsolate, da tanti anni, in questa camera chiusa!
Oh, gli occhi aperti smisuratamente nell’ombra terribile, sono così simili a noi! Sanno vedere ma non possono vedere.
Per quanto ci disfaceremo nel buio come le stelle dietro le nuvole? Per quanto la nostra cecità apparente, ci vieterà il sole, o, forse anche, un poco di dolce luna?
Come tante piccole monache in clausura, noi, povere cose, viviamo e morremo. Pietà! Pietà!
Quante rughe ci solcano! Siamo vecchie, oh così vecchie da temere la fine improvvisa. E la polvere che noi pensavamo cipria, ci seppellisce cotidianamente come un becchino troppo scrupoloso.
Come ci carezzavano le tende, piene di vento a primavera! Ella doveva carezzare così il nostro amico, doveva farlo morire di spasimo, così. Ora, anch’esse, come le vele di una decrepita barca inservibile, chiusa nel vano di un piccolo porto solitario e triste, pendono flosce e vecchie: oggi una loro carezza ci farebbe pensare alle mani di un agonizzante.
Un passo. Una mano tenta la chiave… oh, non spasimiamo: è un bambino, è il solito bambino di tutti i giorni, che passa lungo il corridoio per andare chi sa dove; non spasimiamo, è inutile.
Ettore
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Ettore, anche io sono estimatrice di Corazzini! Maria Zeno
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Per Heidegger bisogna sottrarre le cose dall’oblio della metafisica, farle aprire nuovamente ad un dialogo, dar voce alla loro alterità, rifondarne il senso, renderle, attraverso il linguaggio, crocevia di relazioni, supporti di una diversa possibile esperienza non manipolata.
Dobbiamo dunque ” perimetrare l’area del linguaggio significante”, rifiutando una logica rigida ed esatta, perché tutto è già davanti ai nostri occhi: è la res extensa, che non rappresenta un disvalore, ma un rinnovamento della vita percettiva: guardare la cosa al di fuori della banalità dell’abitudine..
Grande merito è l’uso dell’arma dell’ironia!
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