Il ritorno al tribalismo: tecnologia, disordine e crisi dell’universalismo democratico.

di PAOLO POLETTI ♦

HAL è il centro interdisciplinare dell’Università degli Studi Link che studia l’intelligenza artificiale per migliorare la condizione umana e rispondere ai bisogni collettivi, promuovendo tecnologie responsabili e inclusive, con la persona al centro e un approccio critico, giuridico e regolato all’AI.

 Introduzione.

La recente pubblicazione di corrispondenze private che coinvolgono Jeffrey Epstein, Steve Bannon e Peter Thiel[1], offre un’occasione analitica che va oltre il rilievo giornalistico o giudiziario. In particolare, l’espressione “return to tribalism”, utilizzata da Epstein in una e-mail privata indirizzata a Peter Thiel nei giorni immediatamente successivi al referendum sulla Brexit, consente di interrogare una più ampia visione del mondo, nella quale frammentazione politica, instabilità sistemica e tecnologia predittiva convergono in un paradigma coerente.

Tale espressione non allude a un ritorno arcaico o culturale, bensì a una frammentazione funzionale dell’ordine politico globale. Il “tribalismo” indica qui la dissoluzione delle strutture universalistiche in unità politiche più piccole, identitarie e instabili, considerate più facilmente influenzabili e sfruttabili sul piano economico e strategico. In questo senso, il disordine politico non è concepito come una patologia del sistema, ma come una condizione operativa entro cui si ridefiniscono rapporti di potere, opportunità di intervento e logiche di previsione.

L’obiettivo di questo lavoro è mostrare come tale “tribalismo” non rappresenti una regressione arcaica, bensì una strategia post-moderna di governo del disordine, funzionale alla crisi della democrazia universale e alla trasformazione della sovranità nell’era dell’intelligenza artificiale.

  1. Il “tribalismo” come categoria post-statuale.

Il termine tribalismo, nel lessico politico contemporaneo, viene spesso utilizzato in senso metaforico per indicare la chiusura identitaria o il ritorno di appartenenze primarie. Tuttavia, nel contesto delle comunicazioni tra Epstein e Thiel, esso assume un significato più preciso: la frammentazione intenzionale di grandi spazi politici complessi (in primis l’Unione Europea) in unità più piccole, identitarie e reciprocamente conflittuali.

Non si tratta di un ritorno a forme premoderne di organizzazione sociale, bensì di una regressione funzionale, che rende i sistemi politici: meno capaci di coordinamento sovranazionale; più esposti a pressioni esterne; più facilmente prevedibili e manipolabili.

In questo senso, il tribalismo non si oppone alla globalizzazione, ma ne costituisce una mutazione asimmetrica: globalizzazione del potere senza globalizzazione dei diritti.

  1. Disarticolazione politica e disordine strategico.

Le attività politiche di Steve Bannon in Europa, documentate da numerose fonti, si collocano pienamente in questo orizzonte. Il sostegno a forze euroscettiche, la costruzione di reti transnazionali populiste e la dichiarata volontà di bloccare la capacità normativa dell’Unione Europea non configurano un progetto di sovranità alternativa, bensì una politica della disarticolazione.

Come già osservato in letteratura, il populismo transnazionale promosso da Bannon non mira alla costruzione di un nuovo ordine, ma alla paralisi dell’ordine esistente[2]. La distruzione del livello intermedio di governo – quello sovranazionale – produce Stati formalmente sovrani ma strutturalmente indeboliti, costretti a negoziare in condizioni di isolamento.

  1. Tecnologia, previsione e fine del limite democratico.

È in questo contesto che il pensiero di Peter Thiel assume una rilevanza teorica decisiva. Nel saggio Voyages to the End of the World (2025), scritto con Sam Wolfe, Thiel propone una lettura teologico-politica della modernità, nella quale la scienza e la tecnologia diventano principi di salvezza secolare.

Secondo l’analisi sviluppata col Prof. Marco Filoni nell’ambito di HAL – Human AI Laboratory dell’Università degli Studi Link, tale prospettiva può essere definita come “reverse theology”: una teologia rovesciata in cui non è più la trascendenza a fondare l’ordine, ma la previsione algoritmica[3]. In questo paradigma, i limiti propri della democrazia – lentezza, conflitto, mediazione, responsabilità – cessano di essere garanzie e diventano ostacoli.

Il tribalismo risulta perfettamente compatibile con questa visione: comunità politiche frammentate e semplificate sono più facilmente leggibili dai sistemi predittivi e meno capaci di opporre resistenza normativa.

  1. Infrastrutture del caos e governance algoritmica.

La convergenza tra disordine politico e potere tecnologico trova una sua concretizzazione nelle infrastrutture di analisi dei dati applicate alla sicurezza e alla governance. In questo senso, il ruolo di Palantir appare emblematico. Fondata nei primi anni Duemila e attiva nella fornitura di piattaforme di analisi e integrazione di grandi moli di dati per governi, apparati di sicurezza e organizzazioni complesse, Palantir opera come infrastruttura cognitiva capace di correlare informazioni eterogenee e trasformare contesti instabili in scenari decisionali predittivi.

Palantir opera precisamente nello spazio in cui conflitto, instabilità e frammentazione vengono trasformati in informazione operativa. Il tribalismo non elimina la governance, ma ne sposta il baricentro: dalla deliberazione democratica alla gestione algoritmica del rischio.

Come osservato da Karp e Zamiska, la superiorità tecnologica viene progressivamente equiparata a superiorità morale[4], aprendo la strada a una legittimazione del potere fondata sull’efficienza e non sul consenso.

  1. Antropologia del limite come risposta critica.

Contro questa deriva, HAL propone una prospettiva alternativa fondata su un’antropologia del limite. Tale approccio rifiuta tanto la tecnofobia quanto la “tecnolatria”, riaffermando la centralità del giudizio umano, del tempo democratico e della responsabilità non delegabile[5].

Il limite, in questa prospettiva, non è un freno allo sviluppo, ma la condizione stessa della libertà politica. Senza limite, la decisione si trasforma in calcolo; senza conflitto, la pace diventa pianificazione; senza lentezza, la democrazia si dissolve in amministrazione.

  1. La “società perfetta” come tribù tecnologica: un dialogo critico con l’antropologia del limite.

Le recenti riflessioni pubbliche sulla cosiddetta “società perfetta (ma autoritaria)” – intesa come city-state ultraliberista, tecnologicamente avanzata e politicamente semplificata – offrono un terreno empirico particolarmente utile per mettere alla prova le categorie teoriche sviluppate nei paragrafi precedenti. Tali modelli, spesso associati all’area culturale che ruota attorno a Peter Thiel, si presentano come risposte pragmatiche all’inefficienza percepita degli Stati democratici contemporanei: meno burocrazia, meno conflitto, meno mediazione, più decisione.

Ciò che emerge con chiarezza, tuttavia, è che la società perfetta non rappresenta un superamento della crisi democratica, bensì una sua traslazione spaziale e concettuale. Essa non elimina il problema del governo, ma lo affronta riducendo drasticamente la complessità politica: comunità piccole, omogenee, selettive, fondate su criteri di accesso, conformità e performance. In questo senso, la società perfetta può essere letta come una tribù tecnologica post-moderna: non una tribù arcaica, ma una forma politica priva di universalismo, nella quale i diritti non precedono l’appartenenza e la legittimità deriva dall’efficienza del sistema.

Questa configurazione conferma una delle tesi centrali del presente lavoro: il tribalismo contemporaneo non è una regressione culturale, ma una regressione funzionale, resa possibile e desiderabile dalla tecnologia. La riduzione intenzionale della complessità politica – meno pluralismo, meno conflitto, meno diritto comune – produce sistemi più facilmente governabili attraverso strumenti predittivi e algoritmici. Non è un caso che tali esperimenti politici risultino pienamente compatibili con infrastrutture di governance dei dati già analizzate in precedenza, nelle quali il disordine viene trasformato in informazione operativa e il rischio tende a sostituire la deliberazione.

È precisamente a questo punto che la società perfetta entra in tensione con l’antropologia del limite proposta da HAL. Se la prima assume il limite come ostacolo da eliminare – limite giuridico, limite democratico, limite antropologico – la seconda lo riconosce come condizione costitutiva della libertà politica. Il limite non è ciò che rallenta indebitamente la decisione, ma ciò che impedisce alla decisione di ridursi a calcolo; non è ciò che ostacola la sicurezza, ma ciò che la sottrae alla logica della pianificazione totale.

La società perfetta, nel suo tentativo di abolire il conflitto e il tempo della mediazione, finisce così per produrre un esito paradossale: una forma di ordine che, proprio perché perfettamente funzionante, non ammette dissenso significativo. L’autoritarismo che ne deriva non è ideologico né dichiarato, ma strutturale: emerge come effetto collaterale della semplificazione politica e della delega integrale alla razionalità tecnica.

Conclusioni

Il “ritorno al tribalismo” evocato da Jeffrey Epstein non segnala un arretramento della storia verso forme arcaiche di organizzazione politica, ma l’avanzamento lungo una traiettoria che rischia di espellere l’umano come misura del politico. La frammentazione intenzionale degli spazi democratici complessi, la riduzione della sovranità a gestione locale e la trasformazione del conflitto in variabile da ottimizzare costituiscono i tratti distintivi di una nuova razionalità di governo, nella quale la democrazia non viene formalmente negata, ma funzionalmente superata.

In questo quadro, la crisi della democrazia non deriva dalla sua inefficienza, bensì dalla sua sostituzione con modelli decisionali fondati sulla previsione e sul disordine controllato. Il tribalismo contemporaneo non è una nostalgia identitaria, ma una regressione funzionale resa possibile dalla tecnologia: comunità politiche più piccole, omogenee e semplificate risultano più facilmente governabili, prevedibili e permeabili a forme di influenza esterna. La globalizzazione del potere procede così di pari passo con la de-universalizzazione dei diritti.

Il confronto con le narrazioni sulla cosiddetta “società perfetta (ma autoritaria)” rende visibile, sul piano empirico, questa medesima logica. Tali modelli non risolvono la crisi della governance democratica, ma la traslano riducendo drasticamente la complessità politica: l’universalismo dei diritti viene sostituito dall’appartenenza funzionale, il conflitto dalla performance, la deliberazione dalla gestione tecnica del rischio. L’autoritarismo che ne deriva non è ideologico né dichiarato, ma strutturale, prodotto dalla semplificazione sistematica della politica.

È precisamente contro questa deriva che la proposta di HAL – l’antropologia del limite – assume una valenza decisiva. Il limite non è ciò che frena lo sviluppo tecnologico, ma ciò che impedisce alla tecnologia di farsi destino. Non è un residuo del passato, ma la condizione della libertà politica. Senza limite, la decisione perde il suo carattere umano; senza conflitto, la pace si trasforma in pianificazione; senza tempo, la democrazia si dissolve in gestione tecnica.

L’antropologia del limite non propone una difesa nostalgica della democrazia imperfetta, né un rifiuto della tecnologia. Essa afferma, piuttosto, che ciò che rende una società autenticamente umana non è la perfezione del sistema, ma la possibilità della responsabilità, che implica errore, conflitto e tempo. In questo spazio fragile ma irrinunciabile può ancora trovare fondamento una democrazia non perfetta, ma profondamente umana.

Bibliografia essenziale

Benanti P., Tecnologia e dignità umana, Laterza, Roma-Bari, 2022.

Fraser N., The Old Is Dying and the New Cannot Be Born, Verso, 2019.

Girard R., Des choses cachées depuis la fondation du monde, Grasset, Paris, 1978.

Karp A. C., Zamiska N. W., The Technological Republic, Penguin, 2024.

Thiel P., Wolfe S., Voyages to the End of the WorldFirst Things, October 2025.

HAL – Human AI Laboratory, Sintesi critica e riflessione interdisciplinare…, 2025.

[1] Jeffrey Epstein (1953–2019) è stato un finanziere statunitense con una vasta rete di relazioni politiche ed economiche internazionali, successivamente condannato per reati sessuali. Steve Bannon è un ex dirigente di Breitbart News ed ex consigliere strategico del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump (2016–2017). È noto per il suo ruolo nella promozione di reti populiste ed euroscettiche transnazionali e per una strategia politica orientata alla disarticolazione degli assetti istituzionali sovranazionali. Peter Thiel (1967) è un imprenditore e teorico tecnologico statunitense, cofondatore di PayPal e Palantir Technologies, noto per le sue posizioni critiche verso la democrazia liberale e per l’influenza nel dibattito su tecnologia e potere.

[2] Cfr. N. Fraser, The Old Is Dying and the New Cannot Be Born, Verso, London–New York, 2019.

[3] HAL – Human AI Laboratory, Sintesi critica e riflessione interdisciplinare su “Voyages to the End of the World” di Peter Thiel e Sam Wolfe (2025), Università degli Studi Link, Roma, 2025.

[4] A. C. Karp – N. W. Zamiska, The Technological Republic. Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, Penguin, London, 2024.

[5] M. Filoni, interventi e materiali HAL sull’“antropologia del limite”, Università degli Studi Link, 2024–2025.

PAOLO POLETTI