DOSSIER BENI COMUNI, 116**. ANTICHE NOVITÀ (Parte 3^)
a cura di FRANCESCO CORRENTI ♦
(3 – continua dalla puntata precedente)
Riprendiamo il testo della relazione dal punto del paragrafo 3. I Servizi urbanistici, dove ci eravamo interrotti.
«3.2. Il ruolo dei “tecnici della pianificazione” nell’Ente locale – Tra l’enunciazione teorica e l’attuazione pratica, tuttavia, si riscontra un notevole divario. Una parte di colpa va, indubbiamente, agli stessi urbanisti, che difficilmente sanno rinunciare alla tentazione dell’“arte per l’arte” (Nota 8), alla piacevole sensazione d’agire da “demiurgo” benefico e onniveggente (che, come l’“operaio-dio” nel sistema di Platone, dà forma al mondo e ordina la materia, anche a costo d’imporre il bene a chi non sapesse che farne). È una posizione, questa, che Ludovico Quaroni (Nota 9) definisce «da intellettuale alienato che non accetta di riconoscere interessi, per la città che non siano i suoi; che non accetta l’aiuto degli altri, dei profani. (…) Gli ‘altri’ che sono, poi, un’altra città, una città diversa da quella sua, dell’architetto». In parte, ciò è conseguenza di quanto ora vedremo. Come ricordavamo nella relazione d’ufficio già citata in precedenza, «lo sviluppo della città non scaturisce più da fattori scientifici e funzionali, nella cui composizione entrano dati obiettivi, ma viene influenzato da componenti di forza di natura politica deteriore (pseudo-politica), al punto da falsare gli obiettivi e deviare i risultati, così come dimostra l’incapacità di molte amministrazioni comunali a programmare le scelte urbanistiche. I legami scoperti o nascosti tra forze apparentemente diverse conducono ad un nuovo tipo di città che, nel rispetto formale di leggi e regolamenti, soddisfa tutte le opposte esigenze, impedendo l’attuazione organica di un programma univoco: si realizza in tal modo quella che possiamo definire la “città a macchia d’olio politica”, superficialmente conforme a piani e direttrici dì sviluppo, ma nella sostanza aperta ad ogni contraddizione. Urbanistica e politica sono termini etimologicamente equivalenti, ove la sfumatura differenziante tra l’aspetto tecnico e quello amministrativo è principalmente di comodo. In effetti, pur essendo sempre possibile una soluzione tecnologica alternativa, le due scelte non possono differire od essere autonome. Nel passato, la demagogia del potere costituito ha costretto le classi lavoratrici a chiedere il soddisfacimento dei bisogni elementari, lasciando alle classi abbienti la prerogativa ed il “lusso” di soddisfare quelli “dello spirito”: dal quale equivoco nascono i problemi della città attuale è dei quartieri disumanizzati. Affrontare una diversa politica urbanistica, nell’ambito dell’attuale sistema, è impresa che richiede attenta considerazione, dal momento che anche mezzi opportuni ed idonei – quali l’esproprio a valori agricoli – possono divenire ingiuste forme punitive contro i cittadini non protetti da alcune centrali del potere».
«Trattando sempre il problema a livello generale, facevamo rilevare che «il metodo attuativo dei Piani Regolatori, così come seguito da gran parte dei Comuni, salvo poche e ben individuabili eccezioni (Nota 10), è profondamente ingiusto, in quanto (prescindendo dalla programmazione degli interventi , ossia dalla simultaneità di realizzazione tra servizi e residenza) favorisce situazioni disparitetiche. Può riconoscersi facilmente in ciò, oltre a immediati intenti speculativi, una volontà precisa a rendere invisa alla cittadinanza – che dovrebbe invece beneficiarne – l’azione urbanistica pubblica. Identico scopo ha il malcostume (che va pubblicamente denunciato) di sedicenti politici, squallidi rappresentanti di interessi squalificati, che addebitano ai tecnici quelle misure impopolari cui, per legge, si deve ricorrere necessariamente per superare situazioni imputabili esclusivamente alla loro stessa demagogia ed alla inefficienza dell’attuale sistema”. Entriamo così nel vivo di un argomento, quello del “ruolo dell’urbanista”, che non solo interessa in questa sede dedicata ai tecnici della pianificazione comunale, ma che ha oggi, in Italia e fuori, ampia trattazione metodologica.
«Di fronte alla crisi dell’urbanistica, si sono verificate e perdurano molteplici posizioni, di cui le situazioni descritte sono un riflesso ed una conseguenza. Dallo sconforto per il fallimento dei tentativi di giungere ad una radicale riforma urbanistica a breve scadenza (Nota 11), alla proposta di adottare quella formula dello advocacy planning (Nota 12) ideata negli USA per risolvere negli anni sessanta il problema della pianificazione sociale, prescrivendo la partecipazione diretta del “cliente povero” al processo e rispondendo al quesito sul rapporto tra il tecnico e l’utente del piano (Nota 13) con la figura dell’“urbanista di parte”, una specie di difensore d’ufficio delle classi emarginate.
«Tralasciando ulteriori argomentazioni che potranno essere sviluppate in altra sede, l’esperienza vissuta a Civitavecchia ci porta a concludere che un nuovo modo di amministrare l’urbanistica oggi è possibile solo nella misura in cui gli urbanisti da una parte e i politici dall’altra sapranno rinunciare a posizioni preconcette per “scendere” insieme nella “città umana” (Nota 14).Il politico dovrà comprendere e far comprendere (è il suo ruolo di “delegato”) quei valori, fino ad oggi ignorati, perché siamo abituati, assuefatti a vivere in un “non-ambiente”, quale è la città di oggi; l’urbanista dovrà essere capace di tradurre il “divenire della città” e le istanze della realtà espresse da quel “cliente” che fino ad ora ha interpretato, ma non interpellato, la collettività (Nota 15): il che significa uscire dai propri studi professionali ed entrare negli uffici comunali; da quanti, senza secondi fini, avranno il coraggio, la modestia, la coscienza e la consapevolezza di farlo, dipende forse oggi in Italia la realizzazione del “diritto alla città” di tutti noi (Nota 16).
«3.3. Elementi di classificazione della struttura organizzativa e delle posizioni di lavoro – Lo schema organizzativo che viene esposto nel presente paragrafo introduce nella struttura degli uffici comunali, rilevate anche le grandi dimensioni dell’Ente locale e la complessa articolazione che gli uffici stessi hanno assunto, i principi contenuti nell’Accordo e le indicazioni derivanti dalle considerazioni che sono state sin qui illustrate.
«Si premette che lo schema presuppone una analoga strutturazione degli uffici degli altri settori e l’istituzione di strumenti collegiali, collaterali alle Commissioni Consiliari e con compiti di “consulenza tecnica” delle Commissioni stesse, formati dai responsabili dei settori interessati, per la «gestione operativa dei programmi attraverso il coordinamento parziale e generale diretto dal Esecutivo, nell’esaltazione del ruolo di direzione politica della Ente in una effettiva qualificazione dei momenti decisionali e di controllo» (Nota 17).
«Parametro fondamentale della nuova organizzazione, quale viene prefigurata nell’art. 1 dell’Accordo è l’uomo, l’individuo cioè che opera all’interno di una struttura (che nel senso più ampio è la società) “in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione per il libero sviluppo di tutti” (Nota 18). Ci appare, questo, l’aspetto più rilevante e innovatone del documento contrattuale, al di là dei contenuti meramente economici e delle stesse implicazioni di carattere sociale. Non si deve, infatti, dimenticare il duplice problema del fattore umano in una struttura quale quella comunale: l’uno, che può definirsi “interiore”, che riguarda la necessità di salvaguardare la personalità dell’individuo, di consentirne la più ampia e libera espressione e di favorirne lo sviluppo e l’arricchimento culturale e intellettuale (anche in relazione alle specifiche particolarità professionali di ciascuno); l’altro, “esteriore”, che deve tener conto che è proprio l’uomo, nella sua individualità e con le sue capacità, che costituisce la struttura dell’ente e non una serie di ingranaggi anonimi ed astratti, parti indifferenziate di una macchina inumana e disumanizzante.

«Appare, pertanto, pienamente valido, sulla base dell’ipotesi di riferimento riportata a pag. 4, impostare lo schema dei servizi urbanistici (e analogamente potrà essere fatto per gli altri settori) in diretto rapporto al personale che dovrà costituirne l’organico per un funzionamento ottimale.
«Lo schema proposto prevede l’inquadramento del personale in sette livelli funzionali, corrispondenti a quelli dell’Accordo, senza l’utilizzazione dei livelli “intermedi” c.d. atipici, in quanto essi non risultano applicabili al caso in esame (e probabilmente all’intera casistica del Comune di Civitavecchia) (Nota 19), proprio per la loro atipicità ed eccezionalità, che non trovano riscontro nell’organigramma. Appunto tenendo presenti tali considerazioni e la dimensioni dell’Ente, sono state definite le declaratorie dei diversi livelli, mantenendo, per organicità, una progressione corrispondente all’attuale scala gerarchico-funzionale; i livelli superiori dello schema proposto, quindi, comprendono anche posizioni di lavoro, che l’Accordo attribuisce (dovendo definire genericamente un’ampia gamma dimensionale di Enti e di conseguenti livelli Massimi) ad altri livelli contigui, ma che risultano riconducibili obiettivamente alle funzioni individuate (Nota 20).
«Pertanto, il riferimento ai termini dell’Accordo nazionale è diretto, ma adeguato alle situazioni funzionali del Comune di Civitavecchia con le precisazioni delle specifiche posizioni riguardanti il settore in esame, necessarie ad approfondire le indicazioni dello schema generale di massima. In tali precisazioni si è tenuto anche presente il documento integrativo proposto per la Regione Lazio, per quanto costituiva puntualizzazione di compiti e mansioni, senza contrastare con l’Accordo nazionale.
«Esula da questa sede la valutazione dell’applicabilità al Comune di Civitavecchia di alcune disposizioni contenute nella proposta di accordo regionale. Si osserva, tuttavia, che il nostro Comune presenta praticamente tutte le caratteristiche citate nella suddetta proposta (accelerata urbanizzazione, turismo, pendolarismo, industrializzazione) ed altre ancora (presenza dei maggiore porto della Regione, rapporti con il comprensorio e l’entroterra, ecc.) per essere posto tra gli “Enti che debbono far fronte a compiti impegnativi”, oltre ad essere individuato dal modello di assetto territoriale del Comitato Regionale per la programmazione economica del Lazio (Nota 21) tra le aree di insediamento intensivo del sistema metropolitano settentrionale. Di conseguenza, la definizione della corrispondenza dei livelli del presente documento all’uno o all’altro livello retributivo dell’Accordo, resta subordinata alla classificazione definitiva del nostro Ente locale.»
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Segue, nel documento di studio, lo schema che veniva sottoposto agli organi istituzionali, con la dettagliata indicazione dell’INQUADRAMENTO IN LIVELLI RETRIBUTIVI FUNZIONALI del personale. L’organico che ne scaturiva prevedeva per il Settore una unità organizzativa omogenea (Ripartizione) costituita da tre Divisioni articolate in sei Sezioni, con un personale totale di 24 persone.
La declaratoria delle figure di livello E, F e G (Capo Ripartizione) dimostra che intendimento generale, derivante dai criteri dell’Accordo ma anche da una specifica volontà dei redattori del documento, era quello di prevedere la presenza di personale specializzato ai diversi livelli, sul modello degli uffici di tipo ministeriale assimilabile (con una certa attenzione alle caratteristiche che proprio in quel periodo venivano applicate nella formazione degli uffici regionali), ma anche degli studi professionali di architettura, in cui tutti noi avevamo iniziato la nostra attività fin da studenti. Del resto, la figura dei laureati in architettura e quelle di personale idoneo a supportare le attività connesse ai campi propri dell’urbanistica e dell’architettura erano ovviamente predominanti, dal rilievo topografico al disegno nelle diverse tecniche, dalla progettazione di edifici pubblici e privati e di opere di urbanizzazione a quella di restauri di edifici, monumenti e loro parti decorative. Assolutamente molto chiara era la necessità della preparazione e dello specifico addestramento che tutto il personale doveva avere nel campo delle ricerche archivistiche e bibliografiche, della decifrazione di documenti, nelle indagini di ogni tipo per la conoscenza del territorio.
Corsi di aggiornamento e di approfondimento sulla storia urbana e sull’evoluzione del territorio, con conoscenze scientifiche in materia archeologica e demo-etno-antropologica ecc. per tutte le località dell’antica Etruria e della Tuscia, erano previsti in cicli semestrali, estesi agli altri uffici, al personale docente delle scuole cittadine ed anche ai consiglieri comunale ed ai membri dell’Amministrazione. Che furono effettivamente tenuti con il rilascio di attestati di frequenza e di partecipazione ai colloqui finali. Con autonomia e capacità progettuali ben lontane dal provincialismo di ricorrere a “prestigiosi” quanto sterili apporti estranei.
ANNOTAZIONE A MARGINE (nota a chiusura del documento di cui non si ricorda la causa ma che si trascrive per completezza degli atti richiamati)
Per motivi e con fini non chiari, la predisposizione della ristrutturazione dell’apparato comunale, che deve essere attuata «da parte degli organi istituzionali degli Enti con la consultazione delle organizzazioni sindacali dei dipendenti e delle organizzazioni sindacali in senso lato, nonché ricorrendo all’apporto delle esperienze tecnico-culturali, esistenti nel paese», ha dato luogo – a quanto risulta – ad alcuni atteggiamenti o dichiarazioni personali, che possono coinvolgere negativamente la totalità dei dipendenti comunali o danneggiare ingiustamente gruppi di lavoratori. Si ha motivo di ritenere che tali riferite prese di posizione, proprio per le caratteristiche settoriali ed addirittura personalistiche dei contenuti (che pure riguardano altri colleghi non consultati), altro non costituiscano che confuse “voci di corridoio”, prive di ogni attendibilità e destituite di ogni qualificazione. Si deve infatti rilevare, con rammarico, che queste dichiarazioni informali messe in circolazione. oltre ad essere eticamente scorrette, per la parte in cui riguardano persone ed uffici diversi da quelli direttamente rappresentati ed interpellati, denotando un “neo-autoritarismo” di chiara e preoccupante origine antidemocratica rivelano anche una totale ed inammissibile ignoranza, non solo di fatti culturali e concreti ormai acquisiti, ma degli stessi termini tecnico-amministrativi della legislazione vigente nelle materie che si pretenderebbe di disciplinare.
Nel ribadire il ruolo fondamentale delle organizzazioni sindacali, nella formulazione, con il diretto apporto d’esperienza e conoscenza degli interessati, di proposte equamente garanti dei giusti diritti di tutti i lavoratori pubblici dipendenti, è doveroso condannare fermamente ogni tentativo di screditare l’azione unitaria (volta ad un progresso sociale, più ancora che economico, nelle condizioni di lavoro e, contestualmente, ad un miglioramento del servizio dovuto alla città), con assurde rivalità tra settori diversi e con impostazioni squalificanti ed arretrate, sia sul piano dell’aggiornamento culturale e della informazione scientifica, che su quello della più intuitiva ed elementare logica organizzativa.
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Nota 8
Atteggiamento teorizzato dal decadentismo francese (v. Gautier, “art pour l’art”) e sviluppato in Inghilterra da Walter Pater (“art for its own sake”), che porta – deteriorandosi le motivazioni romantiche – allo sterile accademismo.
Nota 9
- Quaroni, Città e quartiere nell’attuale fase critica di cultura, in «La Casa», n° 3, 1956.
Nota 10
Cfr. in «Bologna/Documenti del Comune», n* 2-3/1973, la relazione dell’assessore all’edilizia pubblica e privata, architetto Pierluigi Cervellati, sull’esemplare intervento P.E.E.P. Centro Storico.
Nota 11
Cfr. G. Campos Venuti, Amministrare l’urbanistica, Einaudi, Torino 1967. «C’è un grave pericolo in questo atteggiamento, quello di meritare in generale a tutti i cultori della disciplina urbanistica la qualifica di incompresi, accusando inconsapevolmente i movimenti politici, la cultura e tutta l’opinione pubblica di non aver saputo cogliere l’occasione opportuna per introdurre una importante riforma civile nella società italiana. Tutto ciò in fondo è vero, ma è solo una parte della realtà: l’urbanistica non è soltanto una manifestazione della società civile, ma anche una disciplina fondamentale della cultura moderna. E in quanto tale non progredisce unicamente a mezzo di riforme legislative, ma anche – e forse principalmente – attraverso lo sviluppo e il progresso culturale della disciplina in se stessa e la diffusione dei propri contenuti nell’ambito della pubblica opinione».
Nota 12
Vedi L’urbanista di parte: ruolo sociale del tecnico e partecipazione popolare nei processi di pianificazione urbana a cura di P.L. Crosta, F. Angeli Ed., Milano 1973; v. anche Advocacy planning, in “Quaderni dell’Istituto di Composizione Urbanistica”, Venezia (seminario del nov. 1970).
Nota 13
È, in un certo senso, la domanda che si poneva Antonio Gramsci: “Gli intellettuali sono un gruppo sociale autonomo e indipendente, oppure ogni gruppo sociale ha una sua propria categoria specializzata di intellettuali?” (Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, Einaudi, Torino 1955, riportata anche da Iring Fetscher in Il Marxismo. Storia documentaria, vol. II, Feltrinelli, Milano 1970).
Nota 14
Vedi L. Quaroni, op.cit. alla nota (2) dì pag. 27: «c’è un mercato, ma è un mercato politico nel quale gli architetti sono merce di scambio, contro altra merce più preziosa: un mercato nel quale non importa conoscere altro, di un architetto, se non il partito al quale appartiene, tutto il resto essendo, per il politico, accessorio insignificante». Tuttavia «l’architetto è quell’homo poeticus che è sempre stato pronto a sacrificare molto di quello che gli altri non avrebbero sacrificato perché l’ambiente di vita degli uomini fosse un po’ meno disfatto, meno cialtrone, meno volgare. È un artista che accetta le limitazioni enormi di una realtà economica, burocratica, politica, di costume, per realizzare se stesso in una espressione formale che è anche un aiuto concreto, un contributo sostanziale al rinnovamento culturale portato su di un piano di fruibilità aperto a tutti per il progresso di tutti. È un uomo che conosce “la joie de la découverte” e che è capace della “recherche patiente”; che riesce ad approfondire le analisi per poi risolverle nella sintesi tipica del suo modo di essere, di sentire, di pensare, di produrre; che cerca di mettere insieme cose distanti fra loro, passando dall’interesse per l’utopia e per i sogni ai controlli di misure, di materiali, di resistenze, di prezzi, saltando dalla cultura delle arti alla filosofia. alla politica, all’economia, alla geografia, alla sociologia, all’ecologia, alla tecnologia, alla giurisprudenza; che si adatta ad una attività poliedrica dunque, che tuttavia difficilmente potrà reggere agli attacchi d’uno specialista che voglia colpirlo criticandolo sulla propria specifica preparazione di un singolo settore, opportunamente dimenticando che questa è solo una parziale componente della sua cultura, della sua tecnica e della sua creatività, nella quale ultima, soltanto, dovrebbe essere misurato».
Nota 15
Vedi Decentramento urbano e partecipazione sociale, C.C.C.Q. 1968.
Nota 16
Henri Lefebvre, Il diritto alla città, Marsilio, Padova 1970.
Nota 17
Dal più volte citato Preambolo dell’Accordo. Quanto al termine “controllo” appare evidente che non è stato inteso “nella vecchia e ormai superata concezione di verifica del lavoro che si identificava con il tenere d’occhio una persona. Le moderne teorie organizzativi vogliono invece che il controllo si realizzi sempre più attraverso l’analisi dei dati aziendali (tempi di lavorazione, quantità delle unità di prodotto, entità dei servizi erogati, costi, produttività, ecc.). Questa concezione, peraltro già largamente applicata nel settore privatoci sembra degna della massima considerazione anche da parte dei responsabili della pubblica Amministrazione. Attualmente infatti nel settore pubblico un sistema di controllo così concepito viene quasi totalmente ignorato o comunque strenuamente combattuto laddove si sia tentato di introdurlo. In primo luogo un controllo siffatto ha il vantaggio di sottrarre i dipendenti ai facili giudizi personali dei superiori; concretizza la realtà e permette ai dirigenti una valutazione oggettivi sia delle persone che delle unità operative, svolte da un ente. Inoltre se i controlli vengono posti in questi termini si supera concettualmente tutta quella impostazione anacronistico di visioni, verifiche e supervisioni, puramente formali, che esigono la costituzione di ulteriori uffici del tutto inutili” (Catalisano, op.cit., pagg. 47-48). Nel condividere pienamente le considerazioni dall’Autore citato, si rileva che questa forma di controllo moderno è stata già applicata nella Ripartizione Urbanistica, riconoscendo ampio margine decisionale al personale, per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro.
Nota 18
Karl Marx – Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista, 1848 (nella traduzione condotta sul testo tedesco delle edizioni Dietz di Berlino contenuta nell’edizione Newton Compton Italiana a cura di Eugenio Sbardella, Roma 1970).
Nota 19
Fatta, forse, eccezione per il 1° livello intermedio tra il 2° e il 3°, che potrà riguardare eventuali lavori in condizioni di particolare disagio e rischio.
Nota 20
Tali posizioni di lavoro riguardano, naturalmente, i compiti già attualmente esplicati dal personale.
Nota 21
Vedi C.R.P.E.L., Proposta di programma di sviluppo economico del Lazio, Roma 1968, p. 111 e segg.
(3 – Fine)
FRANCESCO CORRENTI

Non ho le competenze per entrare nel merito tecnico,ma…che belle immagini vedo! E la bellezza è di per sé un valore etico.
Maria Zeno
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