BETTY: LA RINASCITA
di STEFANO CERVARELLI ♦
Questa è la storia d’una ragazza di appena sedici anni che, grazie alla sua tenacia, alla sua ferrea volontà, forza di resistere all’avversità riuscì, dall’essere una qualunque studentessa, una persona famosa in tutto il mondo.
Il suo nome era Betty Robison, nata a Riverdale il 23 agosto 1911 e morta a Denver il 18 maggio 1999.
A tutto pensava meno che all’atletica leggera, nella sua testa non passava nemmeno lontanamente l’idea, il proposito, di diventare una campionessa.
Era una ragazza qualunque, che viveva la vita qualunque di tutte le ragazze della sua età, ma a differenza delle altre Betty possedeva una dote naturale: una velocità eccezionale, una velocità della quale ti accorgi solamente quando corri davvero e c’è qualcuno a guardarti, qualcuno che ci capisce.
Chicago fine anni ’20.
Betty esce da scuola e deve correre se non vuole perdere l’autobus che l’avrebbe riportata a casa; il fatto è che un insegnante la nota e resta colpito dalla sua corsa, dal modo che ha Betty di muoversi.
L’insegnante non ci pensa due volte, ha una sua idea e la vuole verificare; infatti il giorno dopo invita la ragazza ad effettuare una prova di corsa veloce, cronometrata.
Al termine dice una frase che cambierà la vita di Betty Robinson: “Prova a gareggiare”.
Lei stenta a credere alla parole dell’insegnante, d’altra parte l’epoca è di quelle nelle quali, per molte ragazze lo sport, specialmente ad alti livelli è visto come “qualcosa di strano” non adatto al gentil sesso e per niente incoraggiato. In questo clima l’invito del professore le suona strano, impossibile, al momento, da accettare.
Ma Betty, come ho detto, è in possesso, seppure ancora molto giovane, di una tenacia di ferro, di una volontà eccezionale (lo vedremo meglio dopo) e per di più l’idea di correre le piace, dunque alla fine accetta l’invito, fa sua l’idea di cimentarsi nella corsa veloce: non teme la sfida.
Inizia a gareggiare, gare semplici tra coetanee, vince sempre lei, è nettamente la più veloce e quindi avviene quello che non aveva mai pensato, una cosa assurda: l’invitano a competere con atlete esperte: vince! Ma non una volta, o magari per caso, no. Lei vince quasi sempre.
Arriviamo al 1924: ci sono le Olimpiadi di Amsterdam (quelle dove trionfò Vittorio Tamagnini). Betty Robinson partecipa, vince diventando la più giovane vincitrice olimpica dei 100 metri a solo sedici anni!
Dalla corsa per non perdere l’autobus alla medaglia d’oro olimpica!
Indubbiamente si tratta di un evento dove ci sono tutti gli ingredienti per scrivere una storia sportiva magnifica, quasi epica: talento, volontà, sorpresa, trionfo.
Ed invece… invece la vita è una fonte inesauribile di sorprese.
Tante, troppe volte accade il contrario di quello che vorresti e quando ti sembra di stare in discesa lungo una strada comoda, all’improvviso ti arriva una curva cieca…
Così fu per Betty Robinson.
Nel 1931, mentre si trovava in volo a bordo di un piccolo aereo, accade l’imprevisto: il velivolo precipita. Betty, estratta dai rottami dell’aereo, viene creduta morta da due uomini che si trovano nei campi e, messa nel portabagagli della macchina, viene trasportata all’obitorio. Qui ci si accorge che Betty dà tenui segnali di vita e quindi viene trasportata immediatamente all’ospedale.
A vent’anni inizia la parte della vita dove la corsa non è l’ultima cosa: non esiste proprio più!
E’ la vita dove scompaiono le foto con la medaglia olimpica, la parte della vita dove devi ricominciare a stare in piedi e non solo fisicamente. La fretta che l’ha portata a correre quel lontano giorno per non perdere l’autobus non esiste più, ora le giornate sono scandite da un tempo lento, tutti i giorni uguali, un passo dietro l’altro verso il recupero che significa poter tornare a camminare: non c’è spazio per altro, solo il timore, terribile, che non tornerai più come prima.
Betty deve imparare o forse sarebbe meglio dire “reimparare” tutto da capo, con estrema pazienza: il tempo, per fortuna, è dalla sua parte.
Imparare prima a stare in piedi, poi a muovere i primi passi, poi a camminare bene, fino a quando arriva il giorno tanto agognato, quello che pensavi non sarebbe mai più arrivato: il giorno in cui riprovi a correre e poi quello, dove provi con l’animo pieno di speranza, a correre per davvero.
Ma non basta, Betty deve pure fare i conti con un nuovo limite: alcune cose, nel funzionamento del suo corpo, non avvengono più come prima dell’incidente.
Per dirne una: anche la partenza classica dello sprinter era diventato un problema.
A questo punto emerge la grande forza di Betty, la sua grande volontà, la parte più bella della storia: lei non cerca, per auto giustificarsi, la scusa perfetta per mollare. No, lei cerca ostinatamente la soluzione.
In questa ottica capisce una cosa importante, una cosa che darà una nuova svolta alla sua vita agonistica. Capisce infatti, che la gara individuale, a causa dei problemi riscontrati nella partenza dai blocchi, non potrà più essere il suo futuro. Esiste però un’altra strada, la trova nelle staffette, dove si può partire in modo diverso, inizia a lavorare su quello.
Riparte totalmente da zero avendo in mente un’idea: “Se non posso fare tutto come prima, farò quello che è possibile fare adesso, al massimo possibile”.
1936, otto anni dopo, Olimpiadi di Berlino, quelle dove Hitler si rifiutò di premiare Jesse Owens, vincitore di quattro medaglie d’oro.
Betty Robinson stupisce il mondo tornando a far parte della squadra olimpica; gareggerà nella staffetta, è tornata nuovamente talmente forte che lo può fare.
Arriva una nuova medaglia d’oro, ma che vale molto di più del metallo del quale è composta. Una medaglia che arriva non al termine di una brevissima gara bensì al termine di un percorso che di facile non ha avuto nulla, basti dire che da creduta morta Betty è tornata a vincere una medaglia olimpica.
Al di là del nuovo successo, frutto del suo indomito carattere, quello che colpisce è che Betty non ha mai ceduto alla tentazione di trasformare la sua storia in spettacolo.
Non ha mai ceduto al richiamo di “vendersi” come personaggio. Non è mai stata prigioniera della nostalgia.
Si è ritirata dall’attività agonistica che era ancora giovane, senza dare in pasto i suoi ricordi, le sue emozioni, serbandoli dentro di sé in silenzio.
Questa non è solo una storia di sport: è lezione di vita dove si insegna che la tenacia, la costanza, il lavorare in silenzio, senza tanto rumore, alla fine premiano, al di là di ogni aspettativa.
Betty ha insegnato che facendo un passo alla volta, con fiducia, con costanza, ma sopratutto con la ferma volontà di farcela si vince su tutto anche quando gli altri ti avevano dimenticato.
STEFANO CERVARELLI

Bellissima storia, grazie Stefano
Maria Zeno
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Bravo bravo, Stefano, grazie per scegliere e narrare con semplicità e incisività, come stavolta con questa bellissima storia di una bellissima persona. Un altro caso in cui leggere ti arricchisce interiormente. Grazie! Michele Capitani
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