La città delle Donne – 2
di ROSAMARIA SORGE ♦
Tradizionalmente l’urbanistica è stato un campo dominato dagli uomini che hanno avuto nei confronti del modo di approcciarsi al tema un atteggiamento che rispecchiava prevalentemente i bisogni maschili. L’approccio “ femminile” all’urbanistica rappresenta invece il tentativo di correggere questo squilibrio che si è venuto a creare nei processi decisionali della pianificazione proponendo una città più inclusiva, accessibile e attenta alla diversità della vita nei tempi e nello spazio.
Questa diversa sensibilità verso il problema nasce negli anni ‘70 con il femminismo, con la critica alla società patriarcale che dei bisogni delle donne si è sempre poco curata avendole esclusivamente relegate ad un ruolo marginale nel campo del lavoro e destinate prevalentemente alla cura e all’accudimento.
La “Città delle Donne” non è solo un luogo fisico ma un concetto simbolico e politico perché rappresenta la conquista di un territorio a lungo negato. Le donne urbaniste sono state sempre poche e nell’impossibilità di incidere con il loro pensiero e il loro lavoro, si sono occupate di altro, si sono dedicate alla scala minuta dell’abitare, alle ristrutturazioni, all’arredamento e spesso all’insegnamento ma non hanno avuto voce nelle grandi trasformazioni urbane. Permane tuttora una cultura che vede l’uomo come il principale responsabile della condizione economica familiare e la donna invece dedita alla cura dello spazio domestico. Le città quindi riflettono queste relazioni di potere, ruoli sociali, diseguaglianze e la mancanza di nomi femminili nelle piazze e nelle strade è uno dei segni evidenti di questa discriminazione; ridefinire la toponomastica significa cominciare a dare visibilità a tutte le donne.
Ma nominare una via o una piazza con un nome femminile non risolve di certo il problema perché le città di problemi da affrontare per renderle adatte ai bisogni delle donne e delle famiglie ne hanno tanti:
Il principale è sicuramente la sicurezza che si coniuga con una illuminazione adeguata nelle strade e nei percorsi pedonali e una progettazione degli spazi pubblici che permetta una sorveglianza naturale cioè fatta in modo che le persone possano guardare e essere viste facilmente, riducendo la possibilità di comportamenti criminali e antisociali. Una serie di accortezze nella progettazione degli spazi pubblici risolve tante problematiche: illuminazione adeguata, portoni di ingresso agli immobili rivolti su spazi pubblici e non su cortili isolati, eliminazione di barriere visive, presenza di attività commerciali e residenziali etc etc
Non di minore importanza è la mobilità che deve prevedere trasporti pubblici efficienti e sicuri anche come elemento di contrasto all’isolamento. La pianificazione urbana deve tenere conto della diversità degli abitanti, le strade non possono essere progettate solo per gli automobilisti, le barriere architettoniche vanno abolite e nonostante le leggi emanate come ad esempio in Italia la legge 13/89, spesso le città e gli spazi aperti al pubblico hanno dispositivi che non funzionano e senza addetti a cui rivolgersi. Rientrano in una mobilità inclusiva anche il prezzo dei mezzi pubblici, il confort dei luoghi di sosta in attesa dell’arrivo dei mezzi di trasporto e poi l’intermodalità costituita da parcheggi e car sharing.
Nel riconoscere il valore della cura come dimensione anche pubblica e condivisa, la città delle Donne deve prevedere spazi per la socialità, cioè luoghi fisici progettati per favorire l’incontro e le relazione tra le persone. In altre parole lo spazio urbano deve diventare il tessuto delle relazioni. Gli spazi della socialità sono per loro natura ibridi, devono essere curati e arredi vegetazione colori e materiali devono contribuire a creare ambienti dignitosi e gradevoli. Si dovrebbero creare spazi o riconvertire luoghi in maniera che diventino integenerazionali perché la presenza di diverse fasce di età rafforza il senso di comunità. In una urbanistica al femminile gli spazi dedicati alla socialità sono il cuore della città inclusiva e diventano strumenti di giustizia sociale benessere e coesione trasformando le città da luoghi di transito a luoghi di incontro.
Un ulteriore problema che l’urbanistica vista da un punto di vista di genere deve affrontare riguarda il tempo delle donne; le donne vivono le città e lo spazio urbano in modo diverso rispetto agli uomini perché diversi sono i loro tempi di vita e di necessità quotidiane, infatti le donne molto più spesso degli uomini devono conciliare diversi tipi di tempo, il tempo della cura, Il tempo del lavoro, il tempo personale e quello dello spostamento. In una città non pianificata in maniera da rendere compatibili i tempi di vita, questi tempi si intrecciano in modo caotico e faticoso. Progettare la città attraverso i tempi delle donne significa non solo quanto detto fino ad ora per la sicurezza e la mobilità ma pianificare orari flessibili dei servizi in modo di adattarsi ai tempi reali delle persone.
Progettare ” la Città delle Donne” significa costruire una città per tutti, una città che accoglie e che ascolta e dove ogni differenza diventa una ricchezza condivisa.
Per non lasciare questo scritto solo una riflessione fine a se stessa vorrei che nella città dove vivo ormai da anni, Civitavecchia, amministrata dopo molto tempo dalla sinistra, nel raccogliere le sfide del futuro immaginando scenari di ampio respiro, si mettessero anche in opera quegli interventi che, con attenzione ai reali problemi della popolazione e con spesa contenuta aiutano a vivere meglio.
ROSAMARIA SORGE

Cara Rosamaria, la tua analisi pone un problema attuale. Mi permetto di fare alcuni rilievi. I parametri urbanistici al femminile sono giusti ma sono validi indipendentemente dal genere. Mobilità, sicurezza, illuminazione sono elementi che dovrebbero caratterizzare l’urbanistica sana al di là delle specificità di chi abita. Certamente la delittuosità che avviene in strada è un problema gravissimo che richiede sicurezza urbanistica specie preventiva specie per le donne.
Tuttavia, c’è da chiedersi se esista qualcosa che richiami all’elemento del femminile atteso che le differenziazioni tra sessi sono oggi assurde. La specificità di una urbanistica al femminile (Ideata da donne per donne) riguarda un elemento particolare che attiene “alla cura”ovvero una città che al di là della mobilità intelligente, alla sicurezza diffusa, alla socialità introduca un ulteriore elemento del vivere in comunità. La città non è uno spazio organizzato dove si condivide l’abitare e la fruizione di servizi ed intrattenimenti. La città è un luogo dove dovrebbe emergere la qualità della vita e non solo l’efficienza della mobilità, della sicurezza. La città dovrebbe essere la causa per sottoporre a riflessione il senso del vivere. Non basta che la città offra tutti i servizi quotidiani in sicurezza ed efficienza. La città dovrebbe essere il luogo della cura. Il luogo dove si esprime la qualità umana. Non la “tana” sicura della “belva”. Gli animali per natura si modellano luoghi per abitare efficienti ed anche sicuri contro le aggressioni. Basta questo per dire che la tana è “urbanisticamente” efficiente. La città dell’uomo non può essere solo tana!
Ecco l’apporto del femminile, la cura. Ciò che il maschio progettatore non fà investito dalla efficienza e dalla efficacia del progetto materiale. Una urbanistica più complessa e più umana.
Tu risponderai, come è nel tuo carattere, semplice utopia, sogni, fantasie….
Certamente, arrivare a questi traguardi è cosa ardua atteso il dramma che viviamo.Ma io non riesco a vedere una urbanistica al femminile che sia specifica del femminile se non legata al senso del vivere. Ultimo rilievo: Vienna con il suo Fraun Werk Stadt può essere un esempio di quanto diciamo? Tu sei competente nel rispondere.
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Conosco il gruppo di edifici a cui fai riferimento, ci sono andata di proposito al mio secondo viaggio a Vienna e devo dire che ho solo potuto vedere l’aspetto esteriore dell’intervento ma ne conoscevo le finalità; potrebbe essere un primo approccio al problema; qualcosa si dovrebbe fare anche nei nuclei storici dove ciò è possibile; certo la nostra città contemporanea non ci aiuta a vivere serenamente; quanto agli altri temi sicuramente non sono appannaggio solo dell’urbanistica femminile ma è pur vero che agli uomini spesso è sfuggita questa prerogativa
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