“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – L’ULTIMO ANGELO (Racconto di Capodanno)
di MICHELE CAPITANI ♦
Tardo pomeriggio del 31 dicembre, sto andando al cenone organizzato con i poveri: senzadimora, persone con disturbi psichiatrici, gente in difficoltà economica, anziani, e chiunque voglia. Saremo una cinquantina di persone, periferiche della vita.
Trovo parcheggio non vicino alla chiesa dove festeggeremo, però mi fa piacere trovare un posto proprio qui perché così dovrò attraversare la piazza nella quale, in un angolo che ormai è tutto suo, so che troverò Henry.
Infatti eccolo.
Fisso, in piedi. Nello stesso angolo da settimane.
A parlare da solo e talvolta a gesticolare.
Gli faccio “Buon anno, Henry!”
Col suo sguardo accigliato e col suo parlare sempre scarno e sospettoso mi chiede il perché di questo augurio (va comunque bene, giacché le prime volte manco rispondeva, anzi girava lo sguardo altrove!).
Gli dico che è l’ultimo giorno dell’anno, ma lui ribatte, spiazzandomi:
«Oggi è il 30, non il 31».
Mumble mumble…
Non riesco a smuoverlo da questa inopinata convinzione, allora gli chiedo se vuole qualcosa da mangiare, e stavolta accetta. Ne sono felice, dato che rifiuta quasi sempre.
Arrivo quindi alla chiesa, e chiedo a un’altra volontaria di riaccompagnarmi da Henry, per portargli un panettone.
Ovviamente non si è smosso dalla sua ineffabile convinzione che oggi sia il 30. Accenna poi a imprecisati amici che lo aspettano, e guarda lontano alzando il braccio in un gesto molto ampio e molto vago. Insomma rimarrà qui al freddo e al gelo, come sempre, dunque ci sarà almeno una persona ancor più periferica di coloro con cui tra poco condivideremo il caldo, la tavola e la festa; eppure, almeno lui, periferico lo sarà convintamente: ennesimo paradosso di questi sospesi e capovolti momenti delle feste di Natale e Capodanno.
Gli rinnoviamo l’invito (male che vada, ribadirà il suo no) dicendogli che è una festa per tanta gente, e anche per lui, ma niente da fare. Ho fatto bene però a insistere, dato che, come gli ho visto fare altre volte che gli abbiamo offerto cibo o coperte, e mi chiedeva la ragione di queste premure e gli davamo spiegazione («Lo facciamo per chi vive in strada e può avere bisogno, tutto qua»), anche adesso lo vedo che si porta una mano sul cuore, annuisce, e mi dice: “Respect”.
Una solo parola che mi vale infinitamente più dei mille anonimi e seriali auguri che arrivano da persone che nemmeno so chi sono. Mi giunge come l’augurio, ne sono convinto, di una specie di angelo, benché scombinato e inconsapevole (mi si dia pure dell’ingenuo o del sognatore: accetterò benevolmente questi aggettivi, per poi riaccompagnarli fuori).
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Certo, chissà cosa penserai di tutte queste luci, dal tuo solitario e balzano osservatorio, caro Henry, in compagnia dei tuoi invisibili amici. Magari te ne freghi e basta. Come d’altronde anche noi ce ne freghiamo, non delle luci bensì di ciò che esse celano: ubriacandoci e stordendoci di brillantezza, non vogliamo forse omettere di pensare al giro della grande Ruota del tempo, che stanotte compie il suo ennesimo giro? La luce effusa ovunque e che pare riprodursi da sé come un incendio visivo (i presepi con la stella e le lucine, i botti, le luminarie, i festoni, il luccichìo dei meme augurali, l’oro delle capsule e del colore degli spumanti, gli “sbrilluccichii” delle pubblicità, i nastri dei regali…) riverbera i fuochi dell’ancestrale rito di passaggio proprio nel mezzo della stagione fredda e buia, dove avviene il ritorno di lancette dell’immenso e inarrestabile Orologio, il periodo oscuro in cui viene fatto nascere il Dio della luce, e dove riscopriamo ogni volta il nostro eterno bisogno di rassicurarci nella potenziale desolazione di questo passaggio.
Perciò è umano e dolce sperare insieme e vicendevolmente l’arrivo di cose buone, dalla porta del nuovo anno che fra poche ore si spalancherà, come dolce e umano è cercare la luce e il calore di compagni allegri!
E che sia allegria vera, altrimenti si rischia di ritrovarsi di fronte all’orologio della Morte Rossa, ai cui metallici rintocchi tutti i festeggianti impallidiscono e si fermano e si guardano nell’angoscia del tempo che passa e che li mostra come realmente sono, oltre le maschere del loro gaudente e grottesco oblio.
Perché il Tempo ha sempre ragione: l’arcano numero nove reca una lanterna accesa, cioè una luce: il tempo è uno specchio che non mente, almeno lui, e ti obbliga a guardarti come davvero sei.
È per ciò che mi sta benissimo di attendere e festeggiare questo giro dell’immensa Ruota assieme a chi difficilmente potrebbe mostrarsi diverso o più luccicante rispetto a quel che realmente è; assieme a chi ha ormai perso qualsiasi tendenza e interesse e capacità di mostrarsi diverso, esposto com’è alla miseria e spesso alla rassegnazione.
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Che allegria sia, dunque! E infatti il cenone è divertente, come dubitarne?
Chiacchiero per gran parte della cena con Mariella, badante, che ha portato con sé l’anziano invalido da lei accudito: Mariella che canta il karaoke e balla con gli altri e si gode la tombola e ride e si diverte, e che in effetti da quando la conosco non ho mai visto scoraggiata, e anzi mi narra, con i suoi occhi sempre vivissimi, di sé e della sua innumerabile famiglia sparsa ovunque nel suo e nel nostro Paese; e anzi gli occhi stasera le brillano un po’ più del normale quando con orgoglio mi narra del piccolo investimento che è riuscita a fare (grazie al gruzzolo messo da parte lavorando qui) in un piccolo terreno nella sua città d’origine, oltre i mari e le montagne.
Al tavolo accanto c’è il barbone che, per così dire, si è portato avanti ed è venuto già alticcio; e quello che è due passi avanti a tutti, e già se l’è fatta sotto…. ma solo un po’, eh. Una tavolata graveolente che tutti i profumi d’Arabia non basterebbero a riscattare…
C’è poi il senzadimora Flavio, a cui in estate già avevano aperto la strada per l’hospice e le cure palliative, e che invece (nessuno sa come, e lui meno di tutti) è di nuovo sulle sue gambe, e mi racconta dell’eterno va-e-vieni della storia tra lui e la fidanzata attuale, infatti quando usciremo fuori, ritrovando il campo telefonico, mi mostrerà le ventinove chiamate che lei ha provato a fargli stasera! È tornato stronzo, è tornato in salute. Anche per lui un posto nel rinnovato giro della grande Ruota, chi l’avrebbe detto qualche mese fa?
Stasera non c’è il triste Mahmud, credo sia già partito: gli ero stato seduto accanto al pranzo di Natale, ultimamente è sempre più abbattuto per via del lavoro che proprio non riesce a trovare (e sì che sono anni che vive nella nostra città, dove ha lavorato al porto, e come badante per uomini) ma certamente gli farà bene andare qualche tempo giù al paese per conoscere la bimba che gli è nata qualche settimana fa.
E ne tralascio altri, magari ne narrerò in futuro. Non sapevo se appuntarmi più le sorprese, le persone bislacche o gli atti commoventi o le risate, ma mi sta bene così, di trovarmi con lo zaino degli abbracci e degli appunti pronto per incamminarmi nel nuovo anno, questo mio zaino zeppo di legami e immagini che a Capodanno, più che in altri luoghi del calendario, non può essere ordinato e ben composto, non può ridursi a essere soltanto divertente o solo tragico o solo deprimente o solo festaiolo.
Uno zaino da cui qualcosa metto già in conto che sfuggirà via e si perderà… Non fa nulla, non ho alcuna preoccupazione mnemonica, la luce non si perde.
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Ce ne andiamo, infine, mentre nella piazza ancora impazza l’esplosione di brindisi e sorrisi, un’esplosione utile anche a distrarsi e non raccogliere più certe scorie, per lasciarsele alle spalle con l’anno appena morto, gettate per strada con le cartacce e i nastri dei regali, lasciate al vento con l’odore della polvere pirica: mozziconi di sogni e avanzi di desideri ruzzolati nella polvere delle nostre frettolose strade, passioni inesplose e oramai inservibili, e macerie di litigi che il vento ha disperso e sarà, forse per sempre, impossibile riassemblare.
La mezzanotte è scoccata da non molto. Sì, “scoccata”, perché la lancetta del grande Orologio in realtà è una freccia, irraggiungibile… Per questo senza fretta vado nella notte con i senzacasa Flavio e Mariano, ai quali darò uno strappo alla loro temporanea stanza alla stazione (questa è l’unica serata in cui, viste le regole del cenone coi poveri, è assicurata la loro sobrietà… e poi mi chiedono come mai penso che questo sia un periodo capovolto!).
E per tornare alla macchina, riattraverso con loro anche la piazza dove, in piedi e fedele sul pezzo, vigila Henry: lo ritrovo ancora e sempre qui, alla periferia della baldoria, dove giacciono gli stanchi, i depressi, gli ubriachi. I solitari e i non invitati, e anche questo misterioso ragazzo di colore che parla da solo, e adesso ammira i fuochi lanciati da dei ragazzi sull’altra sponda della piazza.
(Ma non sarà mica il Re Magio nero? Allora, i suoi amici esisteranno eccome, e lo raggiungeranno fra sei giorni. Se così fosse, lui non è in ritardo ma li sta solo aspettando…).
Mi domando anche: «Chissà cosa penserà Henry, nella sua mente misteriosa, riguardo questi svitati che sparano tanti botti la sera del 30 dicembre?!»
Certo che uno che chiude l’anno il giorno dopo che l’ha fatto il resto del mondo, forse è perché ha avuto il preciso incarico di raccogliere tutto, e di assicurarsi che la Terra abbia davvero completato il suo giro, e che niente sia rimasto indietro, e si sia festeggiato e scambiato auguri a dovere e in tutti i fusi orari. Pertanto, costui per me può benissimo essere un angelo. Sì, dev’esserlo, per forza. Per niente biondo, praticamente un negativo di angelo. Non mostra nemmeno le ali!
Un angelo anomalo.
Un angelo matto, e perché no? Cosa ci sarebbe di strano? In nessuna Sacra scrittura sta scritto che un messaggero dell’Altissimo, o chi per Lui, debba essere necessariamente sano di mente. Anche perché noi esseri umani, ai quali potrebbe recare messaggi, non siamo meno squilibrati di lui. Visto come va il mondo, sfido a contraddirmi in questa mia fantasticheria!
Eh, avercene, di angeli così.
Stanno mica in tutte le città, che vi credete?
Perciò, non facciamolo sapere troppo in giro…
MICHELE CAPITANI

solo ora ho letto e…grazie di questo suggestivo, magico racconto. Ognuno di noi porta dentro il proprio tempo, non per tutti l’anno scocca nello stesso momento.
Maria Zeno
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che bello!
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