IL BUIO OLTRE LA SIEPE
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
2026, semplice aggiornamento di uno sperimentato soft che gira a vuoto da tempo.
Fiume che scorre con moto inerziale e la cui corrente ha perso ogni finalità verticale e orizzontale. Non più alcun Dio, né esistenza di un ideale politico e sociale ma solo una torma di esseri colpiti da guerra che attendono aiuto e misericordia.
Inquietudine e sofferenza resa quieta dal fare iniquo della tecnica che proclama di rendere il mondo una massa di consumatori.
Vita come consumo, produzione come fine dell’esistere. Un pugno di uomini detiene ricchezze immense.
Vagano per le contrade del globo i possessori di ottimismo ingenuo con le loro speranze tragiche. Anelano ciò che più non esiste. Vagano, mentre il dominio della tecnica li confonde, li disperde, li annienta.
C’è buio oltre la siepe della nostra egoità.
. . .
Eppure….
Eppure, sembra che ogni evento abbia il suo tempo per esistere. Ciò che appare dominio oggi si smarrisce domani. L’animo rattristato può avere un momento di riflessione. Può esistere una via d’uscita e forse l’intelligenza può far udire la sua voce.
Entro la siepe del nostro io esiste un sentiero, esiste la vita!
Vivere non è cosa di poco conto.
La vita non è un prodotto che la tecnica può spiegare fino in fondo. Esiste una “eccedenza”che resiste all’assoggettamento consumistico. Esiste la possibilità di una resistenza al dominio. Ma questa resistenza non può far conto sulla speranza che il futuro sia migliore. Non lo sarà! Ogni ottimismo sarà smentito dai perversi che governano.
La speranza riguarda il presente. La speranza deve essere una virtù del presente. Se la vita sembra ormai essere senza senso ciò non significa vivere nel nulla. Le risorse dell’umano sono potenzialmente elevate come la Storia ha più volte mostrato. Ma è del tutto inutile attendere che le cose del mondo cambino, ciò che dobbiamo perseguire è lo “stupore”(thaùma), la meraviglia dell’essere in vita. Non attendere un nuovo mondo di giustizia (gli squallidi despoti al potere non lo permetteranno mai!) ma saper abitare nelle “crepe” del mondo che fu, quello pervaso dalle grandi idee e dal sapere gettato ora nello squallido oblio.
Sto parlando dei grandi “custodi dell’umano”a cui dobbiamo fare riferimento. Coloro che hanno saputo vedere il senso della vita oltre la mera utilità. Tutto questo non significa disperata nostalgia per il passato o semplice passione “passatista”. Non è fuga da un presente che ci delude.
No!
Le grandi opere dell’umanità non sono solo opere del passato: se sono universali significa che debbono ancora dire qualcosa. Esse non hanno finito di dire ciò che hanno da dire! Il loro passato è un passato a noi “contemporaneo”. Sono specchio per giudicare il nostro presente.
Ecco perché nel nostro blog sovente si richiamano queste eterne figure. Non reputatele solo esibizione di erudizione come qualche animo pensa nel suo intimo. Accettatele quale eco della nostra indignazione per un mondo insulso.
E che cosa esse hanno ancora da dire di valido per il nostro presente?
La produzione che divampa del nostro Mondo non è l’unico modo di vivere la vita, questo il messaggio!
Non esiste solo la logica del produrre e l’agire con arroganza.
“Generare”! Ecco ciò che si oppone alla logica del produrre.
Produrre è manipolare la materia passiva secondo la volontà di potenza per farne oggetti del tutto estranei al soggetto che produce. La produzione è azione sterile: fabbrica non genera. Il tempo del produrre è calcolo affinchè l’ attesa non sia mai incerta. L’imprevisto è considerato solo errore di previsione.
Generare è “fare luogo” , accogliere l’Altro. Il paradigma più evidente risiede nel grande “ mistero del femminile”. Una vita appare nel grembo che accoglie. Qui la materia non è passiva come avviene nel fabbricare ma è viva, attiva, cooperante. Per generare il soggetto deve agire per fare spazio dentro di sé per l’Altro. Il tempo nel generare non è lineare, governato dall’algoritmo, ma è attesa del “momento opportuno”( kàiros). E’ il tempo che accetta il rischio di ciò che è “non ancora”.
Ecco, dunque, che l’amore relazionale enunciato dal paradigma del generare, è ciò che può squarciare il “nihilismo compiuto” del momento.
Se la vita appare senza senso secondo il metro del mondo consumistico, può assumere un denso significato se si è capaci di dire “tu” all’Altro. Un Altro che non è astratto ma l’uomo in carne ed ossa che ci è di fronte, ora in questo istante.
Nel “frammento della vita concreta”, non più nelle grandi passioni ideologiche, noi dobbiamo trovare riparo. Il “grembo materno” è metafora per opporre al produrre invadente un atto di resistenza. Generare un gesto di cura in quel mondo infinitamente piccolo che è il nostro agire concreto a fronte dei grandi ideali ormai svaniti nel nulla. Vivere ormai sul limite, sulla soglia non più in attesa dei grandi eventi che “cambiano il Mondo”ma agire sul nostro prossimo ed avvertire lo “stupore” della relazione interumana.
Non esser più pieni della speranza che il Mondo andrà bene ma esser convinti che c’è ancora qualcosa che ha senso nella vita.
Facciamo che i nostri giorni crescano con questa certezza.
Altro non c’è dato, oltre la siepe.
CARLO ALBERTO FALZETTI

Più facile a dirsi che a farsi;,tocca allenarsi pure per imparare a vivere diversamente
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mentre Trump parla della “sua morale” come unico limite che riconosce, demolendo un’intera civiltà di valori e di pensiero, Carlo ci invita a non disperare, a collaborare nel nostro piccolo al senso della vita globale. Ma oggi il presidente degli USA non è Kennedy che diceva:ogni piccola goccia d’acqua contribuisce a creare l’onda del cambiamento. Il neocon soffoca con la pistola un mare intero! E la donna, creatrice di ciò che ora è, se agisce contro tutto questo, è considerata un’agitata da reprimere come fosse una squilibrata. Temo che non ci sia più molto spazio per sperare, Carlo caro.. Ma ammiro la tua resistenza!!! E ti ringrazio per rafforzare la nostra.. ❤️
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Vermeer
Finché quella donna del Rijksmuseum
nel silenzio dipinto e in raccoglimento
giorno dopo giorno versa
il latte dalla brocca nella scodella,
il Mondo non merita
la fine del mondo.
Szymborska
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Sono Ettore
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