Gaza: Mediterraneo allo specchio

di PAOLA ANGELONI ♦

Ho provato a chiudere gli occhi per un istante. Provatelo anche voi e immaginiamo il profumo dell’aria salmastra, il contorto legno secolare degli ulivi, il bianco accecante della pietra calcarea sotto il sole… non stiamo immaginando solo la Puglia, la Sicilia o la Grecia. Stiamo immaginando Gaza.

Gaza è una città millenaria del nostro stesso Mediterraneo. Le sue pietre sono le nostre pietre. I suoi ulivi, che oggi vengono sradicati dai bulldozer, sono gli stessi che noi consideriamo sacri. Il cibo che viene preparato tra le macerie ha gli stessi sapori delle nostre tavole.

Gaza non è “altrove”. Gaza è qui. E’ il nostro specchio e quello che vediamo riflesso in quello specchio, oggi, è terrificante.

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Voglio dire una verità scomoda, che brucia sulla pelle: Gaza sta morendo assassinata dall’Occidente. E “Occidente” significa, tragicamente, anche “noi”.

Ogni bomba che cade, ogni veto posto alle risoluzioni di pace, ogni fornitura di armi, è un colpo inferto non solo a un popolo, ma alla credibilità stessa della nostra civiltà.

Come possiamo parlare di “democrazia”, di “diritti umani”, di “giustizia”, se permettiamo che tutto questo accada sotto i nostri occhi? Nessuna promessa di pace sarà mai più credibile se accettiamo il genocidio in corso nella Striscia.

Ecco la tesi che porto qui oggi, che può sembrare un paradosso ma è l’unica verità rimasta: Dobbiamo salvare Gaza, perché è Gaza che salva noi…………..

Salvare Gaza significa salvare la nostra umanità residua. Significa impedire che la nostra coscienza sprofondi in un abisso da cui non si risale. Se ci voltiamo dall’altra parte mentre la fame viene usata come arma di guerra – una fame pianificata, scientifica – noi cessiamo di continuare ad essere umani.

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Non stiamo assistendo a una guerra, ma a un genocidio e a una cancellazione.

Vogliono cancellare i corpi: i bambini uccisi a migliaia, “fiori recisi prima di sbocciare“.

Vogliono cancellare anche la memoria. È un “urbicidio” e uno “scolasticidio“: distruggono le università, bruciano gli archivi, bombardano i centri culturali, uccidono i poeti e gli scienziati. Chiudono gli occhi e le bocche ai giornalisti. Vogliono che di Gaza non resti traccia, né storia, né futuro.

Eppure… eppure c’è la resistenza.

Non parlo solo della resistenza armata, ma di quella disperata resistenza civile e artistica. Penso a chi continua a fare il pane tra le rovine, a chi insegna a leggere ai bambini sotto le tende, ai medici che operano senza anestesia, ai giornalisti che sono gli occhi del mondo e pagano con la vita.

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Noi rifiutiamo il silenzio. Rifiutiamo la censura che cala come una nebbia sui nostri media.

I sopravvissuti ci scrivono, ci implorano, ci guardano.

E noi cosa abbiamo? Noi abbiamo le parole. Solo le parole.

Potrebbe sembrare poco contro i carri armati, ma “le parole sono lo strumento eterno dei senza-potere”.

La parola è denuncia.

La parola è memoria contro l’oblio.

La parola è l’appello all’azione che deve scuoterci dal torpore.

Non distogliamo lo sguardo. Non lasciamo che il Mediterraneo diventi solo una fossa comune, ma torni ad essere quel ponte di ulivi e cultura che ci unisce.

Salviamo Gaza, prima che sia troppo tardi. E’ per salvare noi stessi.


 

PAOLA ANGELONI