IL   CAPITONE

di CARLO ALBERTO FALZETTI

Un concetto deve essere chiaro: nel giorno della Vigilia a Roma e a Napoli  ‘o capitone è pe’ ‘a devuzione!

Ma davvero è così, oggi? Valga questo per i vecchi nostalgici, ma per le nuove generazioni il passo è duro.

Comunque, essendo ancora in esistenza qualche testimonio del passato, è doveroso intrattenerci nel nostro blog su questa supposta devozione da eseguire l’ultimo giorno del tempus adventus Domini.

Per dar principio alla dissertazione sarà bene esaminare il perché di tale pratica. Orbene, non v’è alcun dubbio che l’eziologia del fenomeno sia alquanto complessa. Ciò nondimeno è possibile far precetto delle tre seguenti ipotesi, il cui ordine di rilevanza lascio al vaglio dei distinti lettori.

Causa obbedenziale. Essa ha quale scopo l’assicurarsi il compiacimento de lo prevete che ha stabilito rigidamente il desinare di magro. Avvenne, difatti che a seguito del Concilio di Trento fosse proibito il mangiar carne nei giorni dell’ Avvento e di Quaresima. Un problema non da poco visto il prezzo del pescato di qualità. E fu così che, richiesto sommo parere ad Ippolito Cavalcanti marchese di Buonvicino (autore del ricettario napoletano, Cucina teorico-pratica, 1837), questi al fine di suscitare allegrezza nello squallore liturgico, ebbe a ideare una “insalata di rinforzo” a base di cavolo, olive, alici, verdure acetate. Rinforzo? Ma certo, di rinforzo trattasi, dovendo essa insalata porger soccorso al “magro” della principale pietanza. Agile espediente, questo, per rispettare con gioia e tanta ipocrisia l’indigesto precetto.

Causa simbolica. Il capitone e le imparentate anguille ricordano il serpente ed il serpente è facile icona del Maligno. Dunque, divorando esse, ci si procura di sconfiggere il Male e si partecipa con il Salvatore alla vittoria sul Demonio.  E quale fulgido esempio di tale sconfitta di Satanasso se non quello di papa Martino IV? Francese nato a  Tours, dunque supremo intenditore del gusto, volle, stando in quel di Viterbo, indirizzare questa sua capacità nel pugnare contro le icone sataniche. Si ingegnò, dunque, nell’affocarle nel vino prima di divorarle ben cotte al punto giusto. Così il Sommo Padre Dante disse di lui: ebbe la Santa Chiesa e le sue braccia: dal Torso (Tours) fu, e purga pel digiuno le anguille di Bolsena e la vernaccia. Si narra che alla sua morte le anguille si rallegrarono perché morto era chi le scorticava con somma tenacia. Gaudent anguillae!

Causa vile. Le valli di Comacchio (Legazione di Ferrara), il lago di Bolsena, il lago di Bracciano essendo parte dello Stato della Chiesa hanno da sempre determinato una disponibilità di quantità e, dunque, di levità di prezzo per il Lazio e, di converso, per la Campania che è da sempre con esso in posizione di felice scambio mercantile. Non ripugnò, dunque, alla coscienza del popolo concentrare il piacere della gola su tale prodotto.

 

Soddisfatta la ricerca delle cause affrontiamo ora qualche aspetto etimologico affidandoci alla sapienza partenopea, non celando comunque un certo imbarazzo, come potrete ben constatare nel seguito.

Dicette ‘a figliola…..quanno ‘o verette:  ouhè, ‘nu bello capitone senza rècchie!!

E qui la volgarità la fa da padrona. Perché quando si ha a che fare con il capitone è d’uopo domandare: chillo cu ‘e recchie o chillo senza recchie?

Domanda essenziale per non incorrere in pericolosi in fraintendimenti lascivi dal momento che, filologicamente il termine in causa deriva dal latino capitonem, ovvero ciò che possiede caput  magna!!

Nel gergo di Napoli l’evidenza è tale che si scomoda, senza alcun ritegno, l’analogia morfologica: Signò accattative ‘o miezzo capitone. Chist’anno ‘o sguarramazzo è grasso! (lascio all’accorto lettore la traduzione del soggetto).

 

Ma è giunta l’ora di volger lo sguardo al ricettario affidandoci alla più casta e vereconda sapienza romana. Ecco, dunque, come trattarlo il giorno della Vigilia.

Innanzitutto, occhio a le pinne. Che nun sieno “bisce”, nemiche de padelle e cazzarole varie. Levateje la testa, me riccomanno. ‘Na botta dritta come faceva Mastro Titta. Senza capoccia procedete ar tajo dell’animale:  quattro deta pe’ tronchetto, suppergiù.

E poi giù co’ ‘a marinata: ojo abbondante, un friccico d’aceto, un ciuffo de rosmarino, lauro (tanto) e limone. Dù ora a mollo e poi ‘no sbruffo de sale e pepe e ‘na sgrullata de pangrattato . Mò semo pronti pe’ lo spido con l’alloro (tanto)

Cocetelo bene su la brace, mi riccomanno e quanno comincia a spiscettà d’ojo  sporverateje er pangrattato. Aripetete l’operazione due, tre vorte. E nun ve spazientite!

Carma! Cocete….. cocete.

Ar finale, magnatelo cardo stò cavolo de capitonno.

E ricordateve  che e’ pe la divozione der Bambinello.Amen.

Altro non è da aggiungere.

Questo, il capitone!  Femmina adulta de l’inguilla, ovvero ‘a  ciriola romana.

Dice Adolfo Giacquinto, zio paterno di Ada Boni (Talismano della felicità) nella sua Summa, Mangiar bene per vivere bene, 1920(?): “ carne delicatissima e niente affatto indigesta. Oltre che allo spido figura matrimonio felicissimo quello delle ciriole con i piselli in padella e le ciriole alla cacciatora e fritte, e alla pizzaiola e alla pescatora e in agrodolce”.

 Al mercato, prima che finiscano!

CARLO ALBERTO FALZETTI


* ‘o sguarramazzo indica un gustosa pizza arrotolata o fagottino di pizza ripieno, spesso farcito con ingredienti tipici campani come friarielli, salsiccia, provola, salame piccante (tipo ventricina) e brie, un vero e proprio street food che unisce sapori intensi e tradizionali.