Ha fatto sempre caldo o freddo 

di ANNA LUISA CONTU ♦

In questo freddo anticipo d’inverno penso a come le stagioni siano sottosopra  e nonostante i negazionisti de “ il tempo é sempre stato così” , il mio amico metereologo  Giulio Betti ci ammonisce, ci rimprovera, ci mette in guardia. Il freddo mi tormenta , mi rattrappisce ( “ prof” t’evinchie‘ mi diceva un alunno allumierasco), mi rinchiude, mi rende afasia e asociale. Anche l’estate mi tormenta per il caldo e  le zanzare. 

Sembra si siano sciolte nell’aria apposta per ricoprirmi come una coltre e lasciarmi sfiancata a soddisfare il prurito. Il mio corpo è una piaga rossa che prende il posto di gonfiori e bubboni pruriginosi. Non basta grattarsi.  

Loro, le zanzare, sanno dove cerco di nascondermi, mimetizzarmi in una folla in strada, in un pubblico ad un concerto, alla presentazione di un libro, in un parco tra bighelloni. Come arrivo si passano parola: “Eccola, adelante amigos”.  Riconoscono solo me e nessun altro. In un gruppo , loro fanno le cortesie solo a me. Io mi riempio di autan versione tropicale, mi ungo di gentalyn o fenistil, mi spruzzo di alcool denaturato col rischio che l’esposizione al sole intenso mi trasformi in una torcia umana. La mia casa è barricata di tende e zanzariere ma loro trovano sempre il pertugio per venirmi ad omaggiare. 

Da quando è cominciato l’amore che mi portano? Un tempo, forse, detestavano il mio sangue di ragazza magrissima, perché io non avevo coscienza delle loro esistenza. Certo la trasformazione subita dal mio corpo è rilevante. Tutte quelle ossa puntute, quei promontori del Gargano che erano le mie anche  si sono riempiti. Adesso le superfici sono morbide la pelle, i muscoli offrono anfratti stupendi. E insieme alla ciccia anche il sangue deve essersi addolcito. Non il mio rifiuto per loro. Ricordo quella volta che eravamo usciti a passeggiare per il quartiere ed eravamo così contenti perchè avevamo vinto le elezioni, cosa rara. Decidemmo di sedere al bar e prendere un aperitivo. Gli eleganti bicchieroni con spicchio d’arancio ombrellino ghiaccio e bibita color rosso antico. Mi sembrava di essere seduta al caffè greco e intavolavo discorsi complessi di sociologia politica, sul carattere degli italiani, su struttura e sovrastruttura e non mi accorgevo che la struttura insettivora mi stava assalendo finché non ho cominciato, inconsapevolmente,  a grattarmi a sangue. Mi sono alzata di scatto come per un assillo improvviso e ho cominciato  a dimenarmi,  mio marito   tranquillo e intoccato a sorbire l’aperitivo.

Ho abbastanza età per avere ricordi e ricordo di estati fresche, col motorino verso Sant’Agostino e in testa quella canzone di Battisti “ acqua azzurra, acqua chiara” mentre mi tuffavo e risalivo e con le mani prendevo l’acqua e la gettavo in aria tra le  proteste delle amiche che non volevano bagnarsi i capelli. Anche tra sottili dolori e inquietudini, era estate.

Avevo imparato a nuotare da sola, piano piano verso uno scoglietto, trovando fiducia ad abbandonarmi , bevendo, sputando, lanciando sbracciate scomposte in acqua finché non sono riuscita a rimanere a galla. Che sensazione benefica! Che frescura.  Ci portava, dalla campagna, mio fratello che avrebbe  voluto solo la ragazza di cui era innamorato, e invece lo seguiva un corteo di giovinette e preadolescenti vocianti ed eccitati. Arrivati con la Opel Kadett, suo orgoglio , quella ciurma si incamminava per il viale di quella città che imparavamo a conoscere piano piano . Mi sembrava bellissima, con quel cielo azzurro  che faceva apparire tutto pulito e terso.  Per me il mare era la spiaggia immensa di Santa Lucia, nel golfo di Orosei, con la sua sabbia di cristalli bianchissimi e soffice come la farina. Quella volta lo stesso fratello, ritornato dalle miniere di carbone del Belgio si era concesso una vacanza con noi piccole al seguito e la mamma per servire. 

A Civitavecchia non c’era spiaggia, città di mare senza mare. Però c’erano quegli scogli dove non c’era nessuno. E noi lì a trovare equilibrio dentro e fuori l’acqua. E poi, al ritorno, quella bella fontana al centro del lungo viale. Non ci ponevamo problemi se l’acqua fosse stata  potabile. Non bevevamo l’acqua che prendevamo della sorgente di Santa Lucia? 

Ora dopo tanti anni quegli scogli sono impossibili da raggiungere, una muraglia cinese impedisce la visione del mare dal viale, costruiscono, cementificano, alzano cubature, trasformano, non in bene, per far posto ai mega yacht che non lasceranno ricchezza in città, perché si sa, i ricchi sono tirchi e la ricchezza non la dividono con nessuno.

Così, nonostante il mio amico Betti, non ho bisogno del meteorologo per sapere da che parte soffia il vento.

ANNA LUISA CONTU