“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – LA STALLA
di MICHELE CAPITANI ♦
Il pranzo con i poveri a Natale: il mondo come vorremmo che fosse.
All’inizio c’è solo un’entrata secondaria e un anonimo salone parrocchiale, per accogliere via via quanti verranno.
Tutto comincia qui.
Pochi momenti come questo belli, in cui appare nitida l’assenza di confini: non ci sono i volontari di qua e gli altri di là, poiché questo è il pranzo “con”, e non “per” i poveri. Infatti Bruno, che vive in roulotte, ha invitato lui stesso altri suoi amici, miseri quanto e più di lui, e Anton, senza-dimora, è venuto anche alle riunioni organizzative, per dare una mano come si deve.
L’accoglienza in questo salone è una lucina calda dove rifugiarsi dal freddo. Stalla fredda da trasformare, ma qualcuno in passato già ci riuscì.
È presto, siamo a metà mattina, nel salone c’è ancora poca gente. Sullo sfondo di una grande parete bianca vedo un uomo da solo, perciò vado a fare conoscenza: si chiama Giovanni, è siciliano ed è tornato da pochi giorni qui in città, perché è stato portuale tutta la vita; dorme all’emergenza-freddo ma lavoro comunque non se ne trova, perciò tornerà giù.
Chiacchieriamo ma gli resta sempre la sua espressione: ha un’aria dignitosa e triste, difficilissimo farlo sorridere. Qui non conosce nessuno, ma siamo contenti che sia venuto. In fondo, cosa significa “accoglienza”? È chiamare l’uomo per nome e mostrargli che è il benvenuto.
Comincia ad arrivare qualcun altro. Strette di mano, abbracci, riconoscimenti, sorprese per chi non ci aspettavamo, calore e offerte di dolci e tè a chi appare spaesato.
Qualcuno mi segnala che fuori c’è un signore, che però resta là al freddo. Esco, ma già lo conosciamo:
«Ciao Davide, benvenuto! Ma… non entri?»
«Scusa. Scusami anche con gli altri, ma devo andare via, non posso restare…»
È agitatissimo, non riusciamo in alcun modo a trattenerlo, e lui se ne scappa di fretta. Restiamo dispiaciuti ma non meravigliati: il signor Davide, anziano dai modi sempre signorili, per lunghi anni e fino a due mesi fa ha vissuto una vita in solitaria, per varie ragioni, e come potrebbe non restare atterrito, adesso, dal disagio di pranzare con altre duecento persone?
Vado ad ogni modo a dirlo a Ernesto, che aiuta nelle case-famiglia:
«Era troppo agitato per essersi potuto fermare da qualche parte, forse lo trovi ancora che cammina».
Ernesto esce, gira, ma lo trova già a casa… dall’altra parte della città! E gli fa:
«Davide, se non vieni tu, per me è come se non ci fosse nessuno. Anche se ci stanno duecento persone, a me interessi tu».
«Va bene, per te vengo…»
Chi lo dice che i miracoli non si verificano?!
Dunque faccio per rientrare, ma vedo venirmi incontro timidamente Giovanni, il siciliano:
«Signor Michele, la saluto».
«Giovanni, andate via? Mi dispiace…»
«Sì, vi ringrazio molto, ma non posso restare».
«Ah. Ma perché?»
Un gesto ironico, come per dire che è una cosa enorme, impossibile da spiegare; ma tanto ho già capito.
«E vi rimettete per strada, da solo, a Natale?»
«Eh, ci si può sentire soli anche in mezzo a tanta gente. E allora, tanto vale andarsene».
La cosa enorme, non spiegabile, è la solitudine. Chi saprebbe davvero descriverla? “Buon Natale” proprio non mi viene fuori; riesco a dirgli giusto “Buona fortuna”… e me ne resto lì, per un momento da solo anch’io pur in mezzo a tanta gente, immaginando quest’uomo, il suo volto triste, il suo nome e il suo zainetto, sparire attraversando il vento freddo della nostra città.
*****
Natale è un giorno che esclude; del resto, se venne rifiutato alloggio a una donna incinta…
Sarebbe una giornata splendida, ma per chi è da solo non è altro che l’inferno realizzato: festa della famiglia, cioè del sangue; quando però il sangue vacilla, tutto viene sconvolto.
O anche semplicemente festa della compagnia, ma se si è da soli la ferita diventa un burrone, un abisso che dà le vertigini, un baratro che risucchia e spegne ogni luce.
*****
Arriva anche il simpatico Piotr, che con Anton dorme un po’ qui, dove capita, e un po’ a Roma; ci accordiamo subito, perché dopo pranzo deve venire a riprendersi una bustona con dentro un piumino, visto che sta arrivando il freddo. Qualche giorno fa non sapeva dove lasciarla, e me la sono tenuta sul pianerottolo. È chiaro che non dovrebbe ringraziare me, bensì i miei vicini!
Una lode alle ragazze che riescono a non impazzire personalizzando duecento regali. E lode a Giorgio, anziano povero di una casa di riposo, che dice di essere onorato dal sedersi alla tavola del vescovo, e che si è portato due pacchetti di sigarette in più proprio per offrirle ai senza-dimora: e vederli contenti gli ha riempito il cuore.
Quando si tratta di senza-dimora, c’è sempre di che stupirsi. Racconta Gioacchino:
«Nel nostro tavolo si è seduto un giovane ragazzo romeno, il quale è rimasto sbalordito dall’accoglienza ricevuta. Allora l’ho anche invitato a venire al servizio docce, ma ha declinato l’invito in quanto lui, essendo abituato a temperature molto basse (fino a -20°), anche a dicembre si lava… a mare!»
*****
Poi si pranza, nel grandissimo salone scintillante di luci e addobbi, tovaglie rosse, piatti dorati, regali, fiori.
E bambini, e adulti tornati bambini, e giovani e vecchi.
Quando il pranzo volge alla fine, mi si fa incontro Tadeusz, nostro storico amico (che al momento vive in una macchina abbandonata a S.Marinella) e che, quando è brillo e pessimista nello stesso momento, allora mi manda affanculo, e io gli rispondo sempre a tono; ma anche per questo ci vogliamo bene.
Però oggi ha bevuto poco, e nel suo mirabile impasto polacco-salernitano, andandosene, mi saluta:
«Ciao, e grazie».
«Allora, com’è andata?»
Da lui, come da altri, è quasi impossibile sentirsi rispondere “Bene!”; ma proprio per questo voglio continuare a crederci, e chiederglielo nuovamente.
Lui mi fa:
«Eh, diciamo bene».
«È dura, ma non bisogna lasciarsi andare, lo sai».
«Sì, è vero. Guarda, facciamo così: se mi lascio andare, cercherò di dirtelo prima che succede…»
Se fa una cazzata sarò io, per una volta, a mandarlo per primo affanculo. Lui lo sa, spero che ciò possa essere magari un piccolo deterrente.
Alle fine di tutto, nelle narici un grandioso odore di esseri umani. E dalle strette di mano, dalle carezze, dagli abbracci e dai baci, mi trovo il lieve e ricco carico di tutti i batteri e la polvere delle stazioni, dei cassonetti, delle strade, della case abbandonate; insomma delle stalle di oggi.
E anche se l’anima mi torna sempre a Giovanni, il portuale triste a cui il cuore non ha retto alle luci della festa, e anche se sono trascorsi duemila anni, oggi una buona novella c’è: siamo felici. Siamo felici noi e loro, accomunati, poiché ognuno tiene dentro di sé una stalla da rischiarare. E non è in una stalla che la Nascita avvenne?
****
Ma una “foto” più di tutte mi resterà in eterno stampigliata negli occhi: è lei che riassume tutto il Natale, il genio e la tenerezza, la luce nella povertà, la vera poesia di questo giorno irregolare: Helga, una barbona che fa un regalo a Khalid, il barbone suo vicino di baracca: il regalo è un portafoglio nuovo, con dentro due dorate monete di cioccolato.
MICHELE CAPITANI

Michele, la penso in modo analogo: Natale, così come Ferragosto, i giorni “ricordevoli” come li chiama Eduardo in Natale in casa Cupiello, possono significare solitudine, possono essere la cartina al tornasole della solitudine. E non solo per i fragili dal punto di vista economico. Per molti sono i giorni che ” si sbrigassero a passare”. Riempiamoli di serenità, se possiamo. Maria Zeno
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Hai raccontato un presepe. Sei stato politicamente scorretto, forse addirittura reazionario.
Ettore
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Grazie! Perché era un complimento, vero?! Il primo, intendo, sul secondo magari sorvolo… 🙂
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