DOSSIER BENI COMUNI, 113. PIETÀ PER IL CICLO! – 3

a cura di FRANCESCO CORRENTI ♦

(3 – continua dalla puntata precedente)

Per quei pochi Lettori che al momento non ne avessero immediata e completa memoria, ho riportato nella Nota 1 le disposizioni del Codice dei beni culturali e del paesaggio di cui è opportuno tenere conto per seguire i ragionamenti (vale sempre quanto detto la volta scorsa) che esporrò qui di seguito, per dare conto – come ho promesso – di qual è la soluzione da me ritenuta ottimale, «molto semplice e senza oneri per il Comune», del «problema creatosi in modo poco comprensibile» (per chi come me crede a sentimenti come l’amicizia e la lealtà) riguardante i Cicli pittorici rinvenuti nei locali dell’edificio superstite del complesso detto “le Casermette” in località “Poligono del Genio” a Civitavecchia, dichiarati, ai sensi dell’art. 10, comma 3, lettera d) del sopracitato Codice «di interesse storico-artistico particolarmente importante e quindi sottoposto a tutte le disposizioni di tutela contenute nella parte seconda dello stesso Codice». Abbiamo precisato nella precedente puntata che la nostra posizione, in accordo con i criteri scientifici più rigorosi e in sintonia con l’insegnamento di emeriti storici dell’arte e docenti di restauro, tra i quali Antonio Paolucci, Pasquale Rotondi e Giorgio Torraca (abbiamo citato anche la recente tesi di Cecilia Metelli presso il Dottorato in Storia e Conservazione dell’oggetto d’arte e d’architettura dell’Università degli Studi Roma Tre), vede i dipinti restaurati in situ e conservati “come erano e dove erano”, tanto per riprendere un concetto molto in voga a Civitavecchia, pur non essendo tuttavia applicabile a certe fantasiose ricostruzioni di opere scomparse e non più recuperabili. Questa è la volta buona per concretizzare questa aspirazione, evitando l’ennesima distruzione di un bene comune, risultato certo di operazioni avventate.

Prescindendo dalla priorità che assume la conservazione di questi beni in una città che ha dovuto subire oltraggi alla propria identità storico-artistica – oltre che da ogni altro punto di vista – tanto numerosi quanto sciagurati e senza senso, ci dobbiamo chiedere quali vantaggi o quali motivi irrinunciabili renderebbero necessaria la demolizione (oltretutto costosa, lo vedremo) della costruzione che chiamiamo “Casermetta”. Avendo anche notato lo scopo di quella dichiarazione “di comodo” sull’assenza di interesse storico dell’immobile, fatta per agevolare il passaggio al Comune, quando la presenza dei cicli pittorici al di sopra dei controsoffitti era completamente ignorata da decenni. Mentre oggi conosciamo perfettamente la loro esistenza, il loro valore storico-artistico di opera vincolata, di documento sociologico e di testimonianza di alcuni momenti drammatici della città, con caratteristiche dello stato di conservazione e della natura dei materiali tali da richiedere interventi urgenti e di particolarissima cautela. Del resto, la stessa realizzazione di quella struttura in legno nell’edificio della Scuola è prova della volontà di proteggere le decorazioni dai possibili danni derivanti dall’uso abitativo dei locali. Infatti, negli anni del dopoguerra, la mancanza di abitazioni causata dalle distruzioni belliche e l’emergenza abitativa avevano trovato nelle tre grandi caserme del Poligono e nel fabbricato scolastico una prima soluzione. Oltre a molti senza-tetto cittadini, vi hanno abitato i profughi dalla Libia e quelli dell’esodo giuliano-dalmata, vissuti insieme per oltre trent’anni con la popolazione locale. Una pagina quasi del tutto sconosciuta della storia di Civitavecchia, che deve ancora essere esplorata, anche con riferimento al progetto di CNR, Istituto Parri e Università del Molise e di Torino che ha già censito 60 su 109 centri di raccolta. In proposito, ricordo con piacere il bel Museo Luxardo di Torreglia (Padova), su progetto dello Studio Architetti Mar, che narra la storia della famiglia Luxardo, duecento anni di impresa tra la tragedia delle foibe e il coraggio di ripartire da zero.

Prego adesso i Lettori di seguirmi con attenzione in un percorso d’approccio al problema e, quindi, di vera e propria “visita” ai luoghi e alle cose di cui parliamo. Voglio accompagnarli materialmente a ispezionare il posto (è il mio ruolo incontestabile, Nota 2) e addentrarci in un’analisi dell’oggetto di questo dossier, in modo sereno, senza preconcetti, guardando e vedendo la realtà quale è, esaminando anche – mentre ci siamo – come attuare un’idea che sembra la più logica. È la procedura che si segue normalmente quando s’affronta un progetto e si compie un primo sopralluogo per rendersi conto delle preesistenze su cui operare.

Immaginiamo di aver parcheggiato l’auto regolarmente e avviciniamoci al recinto in cui si trova la costruzione. Astraiamoci per il momento da constatazioni e impressioni, limitandoci a muoverci sul piano della geometria ed anche, se vi appaga, della geografia urbana. Con la sua precisione geometrica, Daniele Masciangelo ci ha reso noto che, catastalmente, siamo nel Foglio n° 16 della mappa di Civitavecchia, il terreno davanti a noi è distinto alla particella 326 e l’edificio alla 324. Si tratta di dati del 2005, forse oggi cambiati, ma senza importanza. Al tempo, si trattava d’un bene patrimoniale dello Stato (scheda inv. mod.19 DEM n° 398), “ex Scuola del Genio”, dato dall’Agenzia del Demanio in consegna al Comune.

La superficie del lotto, cioè del terreno libero intorno alla costruzione, misurata su Gogle maps, risulta approssimativamente di circa 7.100 metri quadrati, che divido in due parti con una linea tangente alla parete nord della costruzione e perpendicolare al vialetto alberato (era l’accesso alla casa delle suore) delimitante il terreno verso la zona del Tribunale. Questa porzione di terreno, di forma triangolare con un lato curvilineo, ha un perimetro di circa 200 metri ed una superficie di 2.100 metri quadri. Supponiamo a questo punto di poter proseguire nel nostro progetto ideale. Staccata dal resto, quest’area – che chiamiamo “Lotto G” – la possiamo attribuire alla Casermetta, come pertinenza da sistemare a giardino, senza preoccuparci di altro. Solo, prendiamo nota che la superficie coperta del fabbricato, dai rilievi del 2005, risulta pari a 410,19 mq, con una volumetria, tenendo conto delle varie altezze dei tre corpi di fabbrica che costituiscono l’edificio, di 2.598,33 metri cubi, a voler essere precisi. Mettiamo da parte questi numeri: ci serviranno in seguito.

L’altro lotto – chiamiamolo “Lotto A” – risulta, sempre in via approssimativa, di 5.000 metri quadri. Ci chiediamo: cosa ci si può fare in un terreno di queste dimensioni, ovviamente dopo aver svolto le procedure – se non sono state ancora fatte – per renderlo suscettibile della edificazione che vorremmo realizzarci? Allora, se non è stata ancora predisposta, adottata e approvata secondo i modi prescritti la variante che rende edificabile l’area attualmente priva di destinazione d’uso e di indici edilizi (ma io sono rimasto al P.R.G. del 2006, con l’ultima variante, la n° 31, firmata da me), va espletata la procedura. Et voila! Diamola per fatta, supponendo di aver previsto di realizzare in quel lotto divenuto con la variante “Area di uso pubblico per servizi generali” (Art. 21 delle N.T.A. del P.R.G.), la nuova sede per l’Azienda sanitaria locale ASL Roma 4, come è intenzione dell’Amministrazione comunale. In questo tipo di zona urbanistica, le dimensioni dell’edificio da destinare al Servizio previsto non sono prefissate da indici, dovendo corrispondere alle esigenze ottimali di tale “attrezzatura”, nel rispetto degli standard e delle tipologie particolari per fornire quel servizio ai cittadini. Qui non cercheremo lumi nella “Carta dei servizi sanitari”, cercando invece un esempio da adottare nella casistica recente di tale tipologia di pubblica utilità.

Desidero però far presente che un aspetto non trascurabile da valutare riguarda l‘inserimento urbanistico in senso propriamente ambientale, cioè della qualità urbana, della composizione dei volumi nello spazio, dell’aspetto che la disposizione delle masse edilizie conferisce alla zona. Pur senza evocare il «gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi sotto la luce» di “papà” Le Corbusier, non si può prescindere dal considerare con attenzione quale effetto avrà la nuova costruzione sul decoro e sull’estetica di quella zona caratterizzata dalla compresenza d’una serie di servizi pubblici di livello generale e addirittura sovraccomunale.

Il progetto che avevo avuto modo di vedere nel 2018 mostrava una costruzione di grandi dimensioni e notevole ingombro visivo, conseguenza della sua stessa finalità di “Valorizzazione immobiliare del compendio in via Gaspare Pecorelli”. Erano previsti due corpi di fabbrica disposti a L lungo i confini rettilinei del lotto per quasi tutta la loro estensione e con profondità di circa 15 metri, di sei piani – 18-20 metri di altezza – con una cubatura totale di oltre 30.500 metri cubi. Se il progetto fosse stato esaminato da una commissione tecnica (urbanistica o edilizia) del “secolo scorso”, di cui ho ben conosciuto i criteri di giudizio, posso assicurare che sarebbero state criticate e “bocciate” le dimensioni planivolumetriche (nel PRG, tali dimensioni (K, diametro del cerchio di massimo ingombro) erano ritenute molto importanti: Sandro Quarra suscitò sconcerto quando giunse da Roma annunciando che avevano approvato un “palazzo lungo un chilometro”, che era Corviale!) e la sensibile estraneità paesistica ed urbanistica di quel palazzo dal contesto, in quella zona lungo la Mediana.

A percorrerla da sud a nord, dopo il rettifilo di via Martiri delle Fosse Ardeatine Chiricozzi e Margioni che affianca il muro di cinta della Caserma “Capitano Luigi Giorgi”, ex Scuola di Guerra, poi Ce.Si.Va. ed ora COMVIE/Comando Valutazione e Innovazione dell’Esercito, con le sue basse sagome dei fabbricati militari, a monte, ed a valle le palazzine a tre piani del quartiere “Francesco de Sanctis”, si giunge ad immettersi nell’ampio incrocio con la via Terme di Traiano, il piazzale dei Frati Cappuccini, con la grande rotatoria circondata da volumetrie lontane e poco emergenti. A destra, il piccolo edificio della ex Scuola materna Santa Giovanna Antida, divenuta sede della Polizia Giudiziaria, e il manufatto leggero dello “Chalet del Tribunale” (ormai, un punto di ritrovo per avvocati e loro clienti, periti e testimoni), all’estrema sinistra la prospettiva della via Terme di Traiano verso il centro e il profilo, semicoperto dalle chiome degli alberi, della ottocentesca Villa Albani già Lucchesi, memore del soggiorno di Garibaldi, con il gabbione in ferro e vetro dell’ascensore appoggiato con poca grazia alle sue linee antiche fatte di archi e torretta smerlata. In mezzo, l’inizio della larghissima strada (mio il piano e mio il progetto, realizzati con discreta fedeltà dall’Ufficio Lavori Pubblici) a quattro corsie con spartitraffico, adeguato parcheggio pubblico per il Tribunale e gli Ufficio Giudiziari, visibili in lontananza con i loro riflessi metallici. Ecco, quindi, lo sfondo libero dell’orizzonte contro la volta celeste, senza barriere e senza ingombri, se non le cime delle alberature di bordo e, verso mare, dopo gli “Orti Solidali”, una casa bassa e la coppia delle ciminiere gemelle del cementificio (oggi un monumento simbolico alla memoria dei lavoratori, che quasi preannuncia il non lontano Parco del Monumento ai Caduti sul Lavoro custodito dall’A.N.M.I.L. a Porta Tarquinia). Poi, la grande carreggiata stradale procede in larga curva e, contro la lieve gobba del terreno, ci appare il profilo modesto, a segmenti rettilinei delle coperture piane, della nostra Casermetta. In effetti, con un aspetto scolastico, senza enfasi militaresche e nessuna connotazione littoria.

Proseguendo nella mia innocua esercitazione teorica e immaginaria del progetto “supposto”, anziché affrontare il tema con mie elaborazioni superficiali, ho preso la scorciatoia di cercare sul web un progetto già pronto, senza neppure scomodare l’intelligenza artificiale tanto di moda. Ho così trovato un progetto che a prima vista mi appare proprio adatto a quel che mi occorre. È quello dell’architetto Giuseppe Todisco per un nuovo edificio polifunzionale destinato alla nuova sede ASL Roma “D” a Massimina, cioè la zona urbanistica 16E del Municipio Roma XII di Roma Capitale (zona “O” 20 A-B), che si estende sulla zona Z.XLV Castel di Guido. Non lo conosco (né l’ho cercato) ma trovo facilmente in rete il suo curriculum, da cui apprendo che si è laureato a Roma nel 1989 con relatore il Prof. Arch. Costantino Dardi (il nome di un eccellente autore di opere egregie, scomparso troppo prematuramente) e che nel 2007 ha fondato “Architettura Sostenibile” per la ricerca lo sviluppo e la realizzazione ecocompatibile di edifici integrati con impianti alimentati da fonti rinnovabili, vincendo tra l’altro diversi concorsi tematici (uno in Cina). Non scrivo altro su di lui: se i lettori lo desiderano, possono seguire le mie indicazioni e anche verificare se la mia trascrizione del progetto è esatta e precisa. 

«Il progetto definitivo per la nuova sede ASL Roma “D” a Massimina – desumo dalle informazioni trovate – è stato redatto in linea con gli assunti del progetto preliminare consegnato e in ottemperanza a quanto previsto dal Piano Particolareggiato per le Zone “O”, Massimina B, del Nucleo Abusivo di Recupero Urbanistico Massimina – Villa Paradiso, del luglio 2002 e che il Nuovo Piano Regolatore di Roma recepisce appieno (Allegato 3.Σ: Modifiche ed Integrazioni al Piano – DGR 476 del 01/04/2005). Dati progetto: Lotto mq 5.600; IF= 0,5; Edificabili = mq 2.800; Area di sedime edificio = 800 mq; Volume Edificio con incremento per efficienza = mc 2.940; Classe energetica “A”. Successivamente con Legge Regionale del 28 aprile 2006 n. 4, le opere previste sono state finanziate insieme ad altri interventi straordinari di risanamento ambientale e riqualificazione urbana per le aree periferiche del Comune di Roma. In particolare per il lotto di progetto, individuato come area M3 a Servizi Pubblici, viene individuata la “Costruzione di un nuovo edificio polifunzionale all’interno del P.P. della zona “O” di P.R.G. Massimina da destinare a Centro Civico, presidio ASL, distaccamento del Municipio XVI e VV.UU. di zona, da realizzarsi sulle aree cedute dall’Amministrazione Comunale in attuazione dei comparti edilizi”.»

«Il progetto prevede: l’applicazione dei principi di architettura sostenibile ponendo attenzione: all’orientamento rispetto all’asse elio termico; all’adeguato isolamento di murature e solai; al controllo del riciclo delle acque; all’impiego di impianti a impatto controllato (Fotovoltaico e Geotermico). Il rispetto di tutti i parametri espressi nella Deliberazione n. 48 del Consiglio Comunale di Roma del 20/02/2006 in materia di risparmio energetico, uso di fonti rinnovabili di energia e risparmio delle risorse idriche. Il rispetto complessivo delle norme in materia di accessibilità e fruizione, con interventi tesi a garantire a tutti gli abitanti del quartiere la possibilità di godere dei servizi introdotti, sia per le parti interne che per quelle esterne. Garanzia di qualità dei requisiti igienici previsti dai regolamenti vigenti. Ottimizzazione del costo di gestione perseguendo l’obiettivo di ridurre a zero il consumo delle fonti di energia convenzionale e le emissioni nell’ambiente. È prevista la realizzazione di un impianto fotovoltaico monofase per la produzione in loco di energia elettrica e sarà connesso alla rete di alimentazione trifase 400V 50 Hz.»

Prego ancora i Lettori di seguirmi in queste operazioni molto semplici, se condivisibili (Maria Zeno ha già dato la sua pena adesione), e faccio altrettanto sia con i colleghi Decani dell’Ordine di Roma (che ho già nominato in un precedente dossier, a proposito della pubblicazione del VII volume di 50 di professione), tra cui le colleghe dell’Atlante AIDIA, sia con i miei “borsisti” dei Gruppi di lavoro UCITuscia, che invito tutti ad esprimersi nel modo più sincero (Nota 3). Metto sul “tavolo da disegno” del monitor il foglio e, prendendo spunto “a man bassa” dal progetto del collega Todisco, ne ricavo uno schema planimetrico che ne ripete i parametri dimensionali, rettificando la pianta che va delineandosi con androni, corridoi e stanze a lati ortogonali tra loro, senza segnare neppure porte e finestre, proprio per semplificare al massimo, e ricavo così il “piano terra” della costruzione, in cui trova posto per intero la nuova sede del Servizio Pubblico che volevamo ottenere. Fermo restando che al di sopra – nei limiti di quanto opportuno – è possibile prevedere altri piani con destinazioni utili per eventuali esigenze qui non considerate, meglio se con una snella torre spostata verso est. Abbiamo sul nostro foglio un corpo di fabbrica lineare, con alcuni aggetti e alcune rientranze, della lunghezza totale di metri 56, la profondità di metri 14, salvo alcune sporgenze, con una superficie coperta di circa metri quadri 800, esattamente quanto quelli della nuova sede ASL Roma “D” a Massimina. Prendiamo questa sagoma planimetrica e piazziamola in quello che abbiamo chiamato “Lotto A”, con il lato lungo parallelo al confine settentrionale dell’area con la grande stazione di servizio, verso il quartiere di via dei Padri Domenicani, così che la disposizione delle facciate principali quasi a sud e a nord fa maggiormente orientare l’asse principale dell’edificio secondo la direzione est-ovest, migliore dal punto di vista bioclimatico.

Ecco, fedelissimi Lettori, guardate bene! Abbiamo davanti a noi proprio la planimetria della Fig 113/4 della puntata precedente, quella in basso, di cui avevo detto che illustrava la soluzione del problema che si era creato e che appariva in tutta la sua banale facilità. Una soluzione che vedeva quell’opera dichiarata di alto interesse storico e artistico, quindi un Bene Comune da tutelare in quanto, oltre al resto, patrimonio prezioso della città di Civitavecchia, conservata in situ, senza alcuna perdita del contesto storico e spaziale, che rimane così assolutamente intatto.

Ho scritto che avrei dato conto ai Lettori in modo dettagliato di quale sia fosse la soluzione, molto semplice e senza oneri per il Comune, tuttavia rispettosa della nostra «precisa posizione culturale che non può essere superata da banali motivazioni di natura contingente, che in realtà richiedono ancora tempi lunghi e procedure complesse per la loro effettiva conclusione». Sono i criteri e le volontà che abbiamo espresso nel 1971 alla tavola rotonda Civitavecchia da salvare, con Mario Moretti, Odoardo Toti, Maurizio Busnengo, e nella mostra Dopo Traiano con la profetica tesi di Paola Moretti. Sono i criteri e le volontà che ho meglio delineato nel 1975 e ribadito nell’85 in Chome lo papa uole… Sono i criteri e le volontà riaffermati nel 1977 alla Prima Giornata Culturale, con Alfio Insolera, Vittoria Calzolari e Archilde Izzi, resi operativi con l’istituzione del CDU, e così di seguito, ripetutamente, nel 1990, nel 2000 (Variante 30), ancora nel 2012 e nei programmi PRUSST, PIAU e API Litorale Nord. Suscitando ampi consensi, adesioni e condivisioni. Con alcuni contrasti interessati di basso profilo ed una reazione sprovveduta che ha scombussolato utili iniziative, recato ingiusti danni e determinato l’energico intervento di sanzione del Collegio dei Sindaci Capifila, dell’Organismo di Controllo e del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Ma il convinto sostegno a tutti i progetti di tutela e di recupero appariva generale e fermo, come gli indirizzi per una politica culturale mirata a recepire ogni contributo.

Anticipando la conclusione dei ragionamenti che hanno portato alla soluzione illustrata, basta ripetere che, seguendola, si ottiene un auspicabile «contenti tutti». Tutte le aspirazioni riungono il risultato voluto, quando la volontà è quella di risolvere i problemi, non di crearli o complicarli. Si vuole realizzare la nuova sede dell’Azienda sanitaria locale ASL Roma 4 e la soluzione lo consente. Se dovesse occorrere una volumetria maggiore, la soluzione la consente con impostazioni spaziali e planivolumetriche di minore impatto e maggiore armonia Si deve – lo impongono la legge (Codice dei beni culturali) e il buon senso – tutelare e restaurare il Ciclo di dipinti vincolati perché «di interesse storico-artistico particolarmente importante e quindi sottoposto a tutte le disposizioni di tutela contenute nella parte seconda dello stesso Codice» e la soluzione lo consente. Molti ritengono, per tanti motivi espressi con chiarezza, che la tutela debba avvenire restaurando i dipinti dove sono, senza procedere a rischiosi e costosissimi distacchi a massello, oltre tutto senza sapere poi dove metterli alla pubblica fruizione in quella unitarietà e contestualità imposta dalla loro natura di Cicli pittorici unitari e di soggetto particolare: la soluzione lo consente!

La piuttosto costosa demolizione della Casermetta, cui prodest? A chi giova? Sarebbe una forte e inutile spesa, non prescritta da nessuno, non necessaria, perché non toglie spazio agli altri obiettivi da raggiungere. Non avere «pietà per i Cicli» sarebbe solo una crudeltà mentale, un partito preso per quella stessa ostinazione cinica di cui mi parlava sempre, durante le commissioni edilizie nel 1969 o nel 1970, l’ispettore onorario ai Monumenti Carlo Galli, quando mi spiegava con parole accorate e indignate i comportamenti di quanti avevano lasciato demolire o distrutto personalmente quelle reliquie della città antica e di «opere insigni» salvatesi dai bombardamenti ma ugualmente abbattute «senza pietà» perché davano fastidio alla «ricostruzione» in deroga e senza regole.

Mantenendo l’edificio della Casermetta, che non ha gravi problemi statici, anzi – lo abbiamo visto – nel 2005 poteva essere sistemato e reso agibile con una spesa di normale entità, il Comune può sollevarsi da ogni cura in proposito, affidandolo – e qui propongo una tra le varie possibilità che si presentano, solo per completare il ragionamento – a qualche soggetto esterno. Potrebbe essere il FAI, Italia Nostra, il COMVIE/Comando Valutazione e Innovazione dell’Esercito (ho avuto moltissimi contatti e intese su questo e altri argomenti con il Comando, grazie alla gentilezza del gen. Vezzoli e del col. Santonicola, e prima con la Biblioteca, che custodisce la grande incisione del 1699 che con Paola abbiamo donato alla Città, grazie alla cortese disponibilità del col. Salomone), con compiti di coordinamento. Agli aspetti operativi potrebbe forse provvedere una fondazione, formata dalle associazioni di buona volontà presenti in campo. In tal modo, anche il Fondo Giovanni Ranalli (che cito senza aggiungere altro, essendomi già pronunciato tante volte) potrebbe trovare la dovuta sede ai lasciti del benemerito senatore che giacciono indecorosamente in un magazzino

Nota 1

Dispositivo dell’art. 29 Codice dei beni culturali e del paesaggio

FontiCodice dei beni culturali e del paesaggioPARTE SECONDA – Beni culturaliTitolo I – TutelaCapo III – Protezione e conservazioneSezione II – Misure di conservazione

  1. La conservazione del patrimonio culturale è assicurata mediante una coerente, coordinata e programmata attività di studio, prevenzione, manutenzione e restauro.
  2. Per prevenzione si intende il complesso delle attività idonee a limitare le situazioni di rischio connesse al bene culturale nel suo contesto.
  3. Per manutenzione si intende il complesso delle attività e degli interventi destinati al controllo delle condizioni del bene culturale e al mantenimento dell’integrità, dell’efficienza funzionale e dell’identità del bene e delle sue parti.
  4. Per restauro si intende l’intervento diretto sul bene attraverso un complesso di operazioni finalizzate all’integrità materiale ed al recupero del bene medesimo, alla protezione ed alla trasmissione dei suoi valori culturali. Nel caso di beni immobili situati nelle zone dichiarate a rischio sismico in base alla normativa vigente, il restauro comprende l’intervento di miglioramento strutturale.
  5. Il Ministero definisce, anche con il concorso delle regioni e con la collaborazione delle università e degli istituti di ricerca competenti, linee di indirizzo, norme tecniche, criteri e modelli di intervento in materia di conservazione dei beni culturali.
  6. Fermo quanto disposto dalla normativa in materia di progettazione ed esecuzione di opere su beni architettonici, gli interventi di manutenzione e restauro su beni culturali mobili e superfici decorate di beni architettonici sono eseguiti in via esclusiva da coloro che sono restauratori di beni culturali ai sensi della normativa in materia.

(omissis)

Dispositivo dell’art. 30 Codice dei beni culturali e del paesaggio

FontiCodice dei beni culturali e del paesaggioPARTE SECONDA – Beni culturaliTitolo I – TutelaCapo III – Protezione e conservazioneSezione II – Misure di conservazione

  1. Lo Stato, le regioni, gli altri enti pubblici territoriali nonché ogni altro ente ed istituto pubblico hanno l’obbligo di garantire la sicurezza e la conservazione dei beni culturali di loro appartenenza.
  2. I soggetti indicati al comma 1 e le persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, fissano i beni culturali di loro appartenenza, ad eccezione degli archivi correnti, nel luogo di loro destinazione nel modo indicato dal soprintendente.
  3. I privati proprietari, possessori o detentori di beni culturali sono tenuti a garantirne la conservazione.
  4. I soggetti indicati al comma 1 hanno l’obbligo di conservare i propri archivi nella loro organicità e di ordinarli. I soggetti medesimi hanno altresì l’obbligo di inventariare i propri archivi storici, costituiti dai documenti relativi agli affari esauriti da oltre quaranta anni ed istituiti in sezioni separate. Agli stessi obblighi di conservazione e inventariazione sono assoggettati i proprietari, possessori o detentori, a qualsiasi titolo, di archivi privati per i quali sia intervenuta la dichiarazione di cui all’articolo 13. Copia degli inventari e dei relativi aggiornamenti è inviata alla soprintendenza, nonché al Ministero dell’interno per gli accertamenti di cui all’articolo 125.

 

Nota 2

Compiti degli Ispettori onorari (Art. 49 della legge 27 giugno 1907, n. 386):

Gli Ispettori onorari vigilano sui monumenti e gli oggetti di antichità e d’arte esistenti nel territorio di loro giurisdizione, e danno notizia alla Soprintendenza competente di quanto può interessare la conservazione e la custodia, promuovendo i necessari provvedimenti.

La stessa vigilanza esercitano sotto la dipendenza della Soprintendenza competente, su gli scavi già in corso e su quelli che saranno permessi in avvenire, curando l’osservanza delle disposizioni di legge e denunziando gli abusi.

Adempiono, inoltre, a tutte le incombenze che siano loro affidate dalle Soprintendenze in materia di tutela monumentale e artistica.

 

Nota 3

Il volume 50 di professione (che riguarda i nuovi iscritti all’Ordine degli Architetti dal 1966 al 1971) per immaginare una Giornata di “riflessione collettiva” offre la preziosa occasione di far dialogare gli architetti di questa generazione, giunti ormai al ruolo di decani, quelli che sono i più direttamente legati alla zona per la loro attività – Ugo Cavallero, Francesco Correnti, Giangiacomo D’Ardia, Francesco Paolo Fiore, Massimiliano Fuksas, Francesco Karrer, Ruggero Martines, Edoardo Monaco, Paola Moretti, Marcella Morlacchi, Giovanni Rebecchini, Luciano Sapora, Amedeo Schiattarella – sia con i giovani architetti di oggi, sia con la città tutta (estendendo la partecipazione agli altri centri della Tuscia), cittadini ed amministratori, appunto in una riflessione che – come scrivevo in un programma – «è strumento indispensabile e da troppo tempo eluso, per riprendere un cammino consapevole, sostenibile, di qualità, verso una meta possibile».

Sull’Atlante delle donne in architettura, Roma 1920-1975 mi sono espresso molte volte e qui mi ripeto. Vi sono illustrate la vita, l’attività, le caratteristiche professionali di innumerevoli persone care, in quanto mie docenti o colleghe, compagne di studio o di lavoro, spesso amiche per fortunate e gratificanti coincidenze anche al di fuori dei rapporti formali. Naturalmente affettuosa ma sempre ed anzi ancor più riconoscente e ammirata, la mia partecipazione ai doverosi riconoscimenti per le pregevoli architetture di Paola e delle colleghe di tanti progetti. E la riconoscenza e l’ammirazione si mutano in un sentimento di gratitudine e, direi, di rimpianto accorato quando si aggiunge il dolore della perdita: al primo posto dei ricordi, per tutti noi in famiglia, Vittoria Calzolari Ghio, con Mario e con Francesco. E le altre non meno care, come Renata Bizzotto e le tante, purtroppo ormai numerose, con cui abbiamo vissuto gli anni della gioventù e poi della maturità, che via via sono scomparse prima del tempo.

FRANCESCO CORRENTI

(3 – continua alla prossima puntata)