Alice ed Ellen, una scelta di amore e di libertà

di ENRICO IENGO ♦

Sono morte insieme, così come hanno vissuto, scegliendo di finire la propria esistenza con il suicidio assistito. L’enorme clamore mediatico è giustificato dal successo che ebbero in Italia nei mitici anni 60 e dalle modalità con cui se ne sono andate.

Ma lasciando da parte lo stupore e la sorpresa, occorre prender spunto dalla vicenda per trattare di nuovo del tema del fine vita, questa volta però concentrando la nostra attenzione sulla innovativa sentenza della Corte Costituzionale tedesca del 26 Febbraio del 2020.

Con questa sentenza si perviene ad una svolta giuridica e filosofica, una rivoluzione copernicana, ove il diritto di morire e quindi la scelta di una morte autodeterminata sono la logica conseguenza del “diritto al libero sviluppo della personalità” e alla inviolabilità della “dignità” umana.

“La persona, nell’ambito della sua area di autodeterminazione, può liberamente decidere circa se medesima e la sua morte”. Elemento determinante è la volontà della persona stessa, non condizionata da giudizi di valore, da precetti religiosi, da modelli sociali tradizionali.

In quella sentenza si sostiene che il diritto di morire per mezzo del suicidio assistito, lungi dall’essere circoscritto a situazioni patologiche gravi e irreversibili (come stabilì nel 2019 la nostra Corte Costituzionale e sostanzialmente le altre giurisdizioni europee ed extraeuropee) o a determinate fasi della vita e della malattia, copre l’intera esistenza, al di là, ripeto, della presenza o meno di malattie irreversibili e gravi.

Nelle altre realtà giurisprudenziali, come in Italia, si concepisce il diritto alla vita come “diritto supremo”, inteso a difendere la “sacralità” della vita e quindi la indisponibilità di essa. Con le recenti sentenze di queste corti si arriva ad un compromesso “misto”, di per se contraddittorio,  tra inviolabilità e disponibilità della vita stessa.

Infatti, per tornare alla sentenza della nostra Corte Costituzionale, da un lato si apre ad una parziale disponibilità della vita, circoscrivendo la possibilità di avvalersi del suicidio assistito solo a determinate condizioni patologiche irreversibili e fonte di sofferenze fisiche o psichiche intollerabili e dopo aver tentato la via delle cure palliative, dall’altro si ribadisce il diritto alla vita come supremo diritto in contrapposizione con il diritto di morire (anziché considerare questo come una delle due facce di uno stesso diritto di vivere che non può diventare un dovere di vivere) e quindi confermando il carattere indisponibile della vita.. 

L’aspetto innovativo della sentenza della Corte tedesca consiste nel superamento della subordinazione alle tradizionali esigenze di una tutela incondizionata della vita e della sottomissione a valori generali, dogmi religiosi o norme soffocanti che esulano dalla individuale concezione della qualità e dignità della vita.  L’uomo concepito esclusivamente in termini di libertà.

La sentenza inoltre, e questo è un aspetto fondamentale, non è sregolata: prevede forme di controllo, onde evitare scelte non ponderate, presuppone una decisione liberamente assunta, autonoma, competente e informata.

Alice ed Ellen avevano deciso di morire insieme. Forse una delle due era malata? Non ha rilevanza, erano anni che avevano fatto questa scelta e nessuna delle due poteva considerarsi in una fase terminale o preterminale . Un legale e un medico verificarono mesi prima la loro libera, responsabile, autonoma decisione che si mantenne nel tempo e che è stata richiesta anche nel giorno del suicidio. A fronte della loro irremovibile determinazione, riaffermata alla presenza del  medico, Alice ed Ellen hanno avviato il congegno che consente di iniettare il farmaco letale e serenamente, immagino mano per la mano, hanno terminato la loro esistenza.

Rispettosamente mi astengo dal tentare di motivare la loro scelta. Posso solo affermare che, accanto ad una sofferenza fisica e psichica legata a patologie di organo esistono esperienze nell’animo umano che conducono ad una condizione di sofferenza esistenziale, a sua volta intrisa di sensazione di sazietà della vita, di mancanza di senso e di progettualità.

Tornando alle nostre gemelle, non è stata, come ho letto in alcuni quotidiani, “una triste fine”.

E’ stato il sereno congedo di due vite unite e libere.  Fino alla fine. 

ENRICO IENGO