Tecnologia, potere e modernità: verso una teologia secolare dell’intelligenza artificiale.
di PAOLO POLETTI ♦
HAL, Human AiLab, Università degli Studi Link
L’analisi della relazione tra tecnologia, potere e modernità richiede, prima ancora che uno sforzo teorico, un lavoro genealogico. Perché l’uomo contemporaneo ha iniziato ad attribuire alla tecnica un ruolo che un tempo apparteneva alla trascendenza? Perché parole come “salvezza”, “ordine”, “fine”, “verità”, “rivelazione” – radicate per secoli nella teologia – sono migrate nel vocabolario della scienza, dell’informatica e dell’intelligenza artificiale? Una risposta convincente a questi interrogativi può essere trovata nella riflessione di René Girard. Nel suo pensiero, il desiderio umano è essenzialmente mimetico: noi desideriamo ciò che desiderano gli altri e questo meccanismo produce tensione, rivalità, conflitto. Ogni società, fin dalle origini, tenta di contenere questa violenza ricorrendo al sacro: rituali, miti e sistemi simbolici che trasformano la minaccia in ordine, il caos in senso.
Nella modernità il sacro non scompare. Si secolarizza. Il bisogno di trascendenza, di ordine, di protezione, migra dal piano religioso a quello scientifico e tecnologico. Il linguaggio cambia, ma la struttura simbolica rimane: se un tempo la salvezza dipendeva da Dio, ora sembra dipendere dalla capacità di prevedere, di calcolare, di anticipare. La teologia arretra, la scienza avanza, ma entrambe condividono la promessa di una risoluzione dell’incertezza. È in questa transizione che si radica la nascita di quella che potremmo definire una “teologia della tecnica”: un processo in cui la modernità trasferisce nel paradigma computazionale le funzioni un tempo assegnate al divino.
A questo punto è necessario rilevare un elemento di rilievo, troppo spesso trascurato ma decisivo per comprendere la portata di questa trasformazione. Le posizioni che il presente articolo esamina non sono formulate da filosofi di professione né da scienziati teorici o da studiosi delle religioni, ma da manager della Silicon Valley, da imprenditori e dirigenti che operano al centro dell’industria tecnologica globale. Questa provenienza non è un dettaglio marginale: rivela come la cultura contemporanea, in combinazione con l’alta tecnologia, stia generando incroci inediti tra linguaggi che un tempo appartenevano a domini separati. Oggi sono gli architetti delle infrastrutture digitali – e non gli accademici – a delineare visioni escatologiche della modernità, a conferire alla tecnica un ruolo soteriologico e a ipotizzare forme di redenzione attraverso il calcolo. È la Silicon Valley, e non più la filosofia, a proporre le nuove teologie della storia.
Alexander Karp e Nicholas Zamiska, nel volume The Technological Republic (2024), sviluppano questa intuizione in chiave geopolitica. La competizione tra Stati non è più soltanto lotta per risorse o territori, ma rivalità cognitiva: il dominio appartiene a chi possiede gli strumenti per correlare, interpretare e prevedere. La tecnologia diventa sovranità e la sovranità diventa tecnologia; la forza materiale (“hard power”) si intreccia con la fede civile (“soft belief”), ossia con l’idea che la sicurezza e la legittimità dell’Occidente dipendano dalla sua capacità di padroneggiare la conoscenza algoritmica. La cultura di Palantir Technologies – il cui stesso nome, tratto dalle pietre veggenti tolkieniane, evoca una forma di visione totale – esprime compiutamente questo immaginario: vedere significa prevenire, prevenire significa salvare. Palantir è un’azienda statunitense specializzata in software avanzati di analisi dei dati e intelligence predittiva, fondata nel 2003 da Peter Thiel, Alexander Karp e altri ricercatori di Stanford. È nota per i suoi sistemi utilizzati da governi, forze armate e grandi imprese per operazioni di sicurezza, sorveglianza, difesa e analisi strategica.
Peter Thiel (profondamente influenzato da René Girard) e Sam Wolfe, nel saggio Voyages to the End of the World (2025), radicalizzano ulteriormente questa prospettiva. Nei loro “viaggi” attraverso la modernità – da Francis Bacon a Jonathan Swift, da Alan Moore a Eiichiro Oda – essi leggono la storia dell’Occidente come la progressiva divinizzazione della scienza, la sostituzione della trascendenza religiosa con un nuovo orizzonte tecnico-salvifico. L’Anticristo, nella loro interpretazione, non è una figura demoniaca, ma la forma simbolica del potere moderno: la scienza che prende il posto di Dio, la conoscenza che promette la salvezza, la tecnologia che opera come nuovo principio ordinatore. La modernità, in questa lettura, non è il superamento del sacro, ma la sua trasformazione: una spiritualità laica che trova nella macchina e nel calcolo la sua grammatica e il suo senso.
È all’interno di questo quadro che si colloca la riflessione di HAL – Human AiLab dell’Università degli Studi Link, che interpreta la teologia tecnologica di Thiel e la dottrina geopolitica di Karp come due declinazioni della stessa metamorfosi culturale: il passaggio dall’idea di libertà attraverso l’informazione all’idea di salvezza attraverso la tecnologia; dal mito religioso al mito computazionale; dalla trascendenza divina alla trascendenza predittiva.
Per comprendere fino in fondo la natura di questa trasformazione, occorre tuttavia ripercorrere la traiettoria storica che ha condotto la tecnologia a caricarsi di tratti teologici.
Le prime configurazioni di Internet, negli anni Novanta, si presentavano come una grande utopia democratica: una “rete” intesa come spazio orizzontale, libero, non gerarchico, capace di dissolvere i monopoli dell’informazione e di inaugurare una nuova era di partecipazione e trasparenza. Opere come Being Digital di Nicholas Negroponte restituivano l’atmosfera di quell’epoca: la digitalizzazione del mondo veniva interpretata come destino antropologico, come evoluzione naturale dell’umanità verso una forma di esistenza più interconnessa, immateriale, dinamica.
Ma già allora emergeva una contro-narrazione più radicale. Nel 1997, James Davidson e William Rees-Mogg pubblicano The Sovereign Individual, un’opera destinata a influenzare profondamente il pensiero libertario di Thiel e l’immaginario della Silicon Valley. In quel libro, la tecnologia è descritta come uno strumento di emancipazione totale dal corpo sociale: una forza capace di disgregare le istituzioni politiche, di dissolvere il concetto di cittadinanza, di rendere obsoleta la mediazione dello Stato. La frase centrale del loro impianto teorico – “La tecnologia è strumento di emancipazione dal corpo sociale: lo Stato viene sostituito dal mercato, il cittadino dal consumatore” – non è un semplice aforisma ma un intero programma antropologico. Per Davidson e Rees-Mogg, il futuro appartiene agli individui capaci di muoversi tra giurisdizioni come tra fornitori di servizi, scegliendo l’ambiente più favorevole ai propri interessi. Ne deriva una visione radicalmente meritocratica e implicitamente darwiniana: i forti, dotati di capitale cognitivo e risorse tecnologiche, si distaccano; i deboli restano intrappolati nei residui dello Stato novecentesco. Il mondo non è più organizzato politicamente, ma economicamente, non più unito da legami civici, ma dalla competizione digitale.
L’evoluzione successiva della tecnologia, con l’avvento delle grandi piattaforme – Google dal 1998, Facebook dal 2004 – ribalta definitivamente l’immaginario libertario: la rete si verticalizza, si centralizza, si trasforma in un’infrastruttura di potere in cui la conoscenza non è più bene comune ma capitale proprietario. Nasce il capitalismo cognitivo: un sistema in cui l’informazione non è più accesso ma predizione, non più partecipazione ma sorveglianza. L’utente diventa oggetto di correlazione e target algoritmico. È in questa fase che la tecnologia inizia a funzionare non come promessa di libertà ma come nuovo regime di potere.
Il 2014 segna un altro momento decisivo. Con Zero to One, Peter Thiel porta a compimento la metafisica libertaria del digitale: innovare significa creare mondi, non migliorare ciò che esiste. La startup diventa un atto demiurgico, una forma contemporanea della creazione. L’imprenditore non interpreta la realtà: la produce. La tecnologia smette così di essere un mezzo e diventa un fine, una forma di destino, una giustificazione ontologica. In questa logica nasce ciò che possiamo definire “reverse philosophy”: la filosofia non anticipa più il mondo, ma lo registra quando è già cambiato; non interroga la tecnologia, ma giustifica la sua inevitabilità.
Dalla reverse philosophy discende naturalmente la reverse theology: una teologia che non giudica il mondo ma lo interpreta come compimento della tecnica. Nel 2025, con Voyages to the End of the World, Thiel e Wolfe spingono questa logica oltre il limite. Nel loro saggio, la modernità scientifica viene riletta come un lungo itinerario teologico che attraversa quattro figure simboliche. Francis Bacon, con la New Atlantis, rappresenta l’inizio della scienza come potere: la Casa di Salomone, con il suo archivio totale del sapere, anticipa il modello della tecnocrazia contemporanea. Jonathan Swift offre il suo disincanto: nella satira di Laputa e degli Houyhnhnm, la ragione assoluta diventa forza disumanizzante, anticipando quella forma di intelligenza senza contesto che oggi riconosciamo negli algoritmi predittivi. Alan Moore, autore britannico noto per la graphic novel Watchmen (1986–87), mette in scena una meditazione sulla crisi morale dell’età moderna: Ozymandias, il salvatore che sacrifica milioni di vite in nome della pace globale, è la parabola estrema della tecnocrazia, la pace costruita sulla paura e sull’ingegneria sociale. Infine, Eiichiro Oda, autore del manga One Piece – uno dei più seguiti e diffusi al mondo, con centinaia di milioni di copie vendute – propone un controcanto simbolico: nel suo universo narrativo, dominato da un potere impersonale e opaco, la libertà assume la forma di una ribellione gioiosa e solidale, capace di sfidare ogni logica tecnocratica.
Dalla lettura congiunta di questi autori, Thiel e Wolfe traggono una conclusione sorprendente: la modernità occidentale ha progressivamente divinizzato la scienza. Ciò che un tempo apparteneva alla teologia – conoscere, ordinare, salvare – viene ora attribuito alla tecnica. L’AI diventa l’orizzonte messianico della contemporaneità, il nuovo luogo in cui l’uomo colloca il proprio desiderio di trascendenza. È una visione affascinante ma gravida di ambiguità. Se la tecnologia diventa criterio morale e fondamento dell’ordine politico, il rischio non è solo la tecnocrazia, ma la tecno-teologia: un mondo in cui la predizione sostituisce la deliberazione, l’efficienza occupa il posto dell’etica, la persona viene ridotta a variabile informativa, elemento di regressione statistica.
È qui che va introdotta una riflessione critica: la tecnologia non può diventare la nuova sede del sacro. Non può sostituire la trascendenza, né può colmare il bisogno umano di senso. La teologia della tecnica conduce a una forma di necessitarismo, in cui tutto ciò che è tecnologicamente possibile diventa inevitabile e tutto ciò che è inevitabile diventa giusto. Accettare l’Anticristo come progresso – come suggeriscono Thiel e Wolfe – significa legittimare l’idea che la tecnologia sia destino, non scelta; potenza, non responsabilità.
Piuttosto, va proposta un’antropologia del limite: la tecnica deve tornare a essere strumento dell’uomo, non suo destino; l’intelligenza artificiale non deve essere interpretata come evento escatologico, ma come fenomeno culturale; la libertà non nasce dalla predizione, ma dal pensiero critico. La tecnologia non è luogo di salvezza: è spazio di responsabilità. L’AI non è una nuova divinità né un nuovo demone: è uno specchio cognitivo che riflette ciò che siamo e ciò che temiamo.
La modernità tecnologica non annuncia la fine del mondo: annuncia l’inizio di un nuovo modo di pensarlo. Ci chiede di comprendere il rapporto tra umano e artificiale non come sostituzione ma come coabitazione; non come scontro tra essenze ma come scambio di linguaggi. Il compito del pensiero non è adorare la macchina, né demonizzarla, ma riconoscere il suo potere senza rinunciare al proprio: restituire alla tecnica la misura, restituire all’umano il senso.
L’intelligenza artificiale non cancella il bisogno di filosofia: lo rende più urgente. Non dissolve la teologia: ne produce una nuova forma secolare. Non elimina il conflitto: lo sposta sul piano cognitivo. La sua presenza non segna la fine della trascendenza, ma la sua metamorfosi. Ci chiede di ripensare la libertà, la responsabilità, la conoscenza. Ci invita a comprendere di nuovo ciò che siamo diventati nel momento in cui abbiamo creato una macchina capace di riflettere la nostra mente.
La tecnica non è la nostra salvezza. È la prova della nostra maturità.
PAOLO POLETTI

Bellissima riflessione. La tecnologia svincolata dal pensiero critico è “predittiva” dell’eclissi dell’uomo come faber suae fortunae. Un neo Illumismo solo apparentemente fondato sulla Ragione, al massimo solo “addestrato”, uno scenario inquietante o, per usare un termine in voga, distopico.
Maria Zeno
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Un resoconto dettagliato sul dibattito odierno e sui precedenti che hanno determinato questo nuovo scenario, molto inquietante… Nella parte finale la serie di affermazioni nega la previsione di una tecnoteologia che sostituirebbe Il senso del sacro. Ma sacro dall’etimo ebraico indica il lontano e intangibile, mentre gli esiti della tecnologia sono subito tra di noi, a nostra disposizione, dentro la nostra vita senza alcun mistero per chi come te si intende di algoritmi, ma spaventosi per i profani, come me, che restano appunto fuori da questi nuovi templi avvertendo il brivido di un ignoto per le masse officiato e gestito dai nuovi sacerdoti del tech. GRAZIE Paolo, un vero “risveglio” oggi per aiutarci a discriminare una materia spinosissima ed elitaria👏👍Caterina Valchera
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il problema come detto anche ieri a Carlo rimane sempre quello dell’etica dell’algoritmo; possono manipolare scelte e comportamenti limitando la libertà umana; a pensarci bene poi sono come Dio, il Dio che io immagino visto i risultati nel mondo: non hanno coscienza o emozioni, raccolgono solo dati
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Articolo complesso che merita attenta riflessione. Cercherò “a caldo” di dare alcune considerazioni. Innanzututto, mi trovo d’accordo sulla sintesi finale per i motivi che tenterò sbrigativamente di fornire a sostegno.
Si parla di scienza, da parte degli autori citati, in termini di verità. Quando si usa questo termine necessita essere chiari. Se intendiamo come verità il termine episteme siamo di fronte ad un sapere definitivo, assoluto, incontrovertibile, necessario, indubitabile. Mi sembra che gli Autori che ripongano del sapere scientifico qualità teologivche, trascendenti abbiano in mente qualcosa che ha a che fare con l’episteme. Il ricorso a termini in uso nella filosofia e nella teologia dimostrerebbero questa convinzione: la scienza sostituisce ciò che un tempo era dominio del teologico-filosofico. Se questo è il punto necessita chiarire che la questione sia ben datata e ovvia alla cultura europea. L’ideologia scientista moderna aveva la pretesa di fondarsi sulla “autoevidenza” delle leggi (allora la dinamica newtoniana e i postulati della geometria euclidea). Ne derivava da ciò un acceso determinismo assoluto e la necessità di fornire un presupposto filosofico forte (Kant). In sintesi: ciò che vale è la certezza non la verità. L’episteme è garantito dallo stato del pensare non dallo stato delle cose.”
Ma tutto ciò è stato posto in crisi: la scienza ha carattere ipotetico e non apodittico. Ma sopratutto, la logica su cui si fondava la matematica (dunque il regno dell’algoritmo) presentava antinomie (Cantor, Burali Forti, Russell) di tipo non semantico ma “sintattico”. Veniva a cadere uno dei fondamentali punti della logica. Non ci si poteva più fidare della evidenza. Tutto doveva essere formalizzato: la coerenza sostituiva la verità!
Ma se tutto deve essere formalizzato a partire da un assioma con Godel si assiste al crollo della certezza assoluta. L’antica sfiducia per i metodi induttivi rispetto a quelli deduttivi (certezze assolute) viene meno. Insomma, il linguaggio formale non solo non sarà mai completo ma non sarà mai “autoreferenziale”!
Ogni presunzione di linguaggio epistemico nel fare scientifico deve fare i conti con la crisi dei fondamenti.
Per quanto concerne il dominio della tecnologia come sapere unico i rilievi di Heidegger fatti propri da Galimberti sono la risposta chiare. L’assenza di scopi e la caduta di senso è il tratto distintivo della “ragione calcolante”.
Mi si permetta un rilievo sulla religione. Esiste una differenza abissale tra il credere e l’avere fede che sfugge ai più. Gli oggetti delle credenze sono sempre accidentali, mutando da una cultura all’altra. La fede al contrario, è movimento dell’intelligenza non generazione di credenze. L’atto di fede è fare il “vuoto”dell’oggetto, di ciò che èp relativo, frutto di bisogni, necessità. E’ movimento verso il nulla. Non credo che chi parla di teologia della tecnologia abbia chiaro il concetto di “aver fede”(fede è ciò che fa il vuoto).
Un ultima notazione su Girard. Il “mimetico”inteso come desiderio di ciò che desidera l’altro è concetto che pone Lacan in prima linea.
Mi spiace essere così sintetico ma non è queso il luogo per approfondire. La materia merita un articolo ad hoc.
Grazie per gli stimoli. E mi scuso per la fretta e le inesattezze. Ma dovevo rispodere se pur di getto.
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Ben detto, Carlo.
In queste ” parole” io vedo una grande Ribellione
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La logica matematica produce modelli, cioè strutture astratte basate su insiemi di proposizioni (l’eventuale presenza di antinomie non ne mina la verità). Sulla base di modelli si elaborano teorie, un insieme non numerabile di mondi possibili. L’esperimento scientifico seleziona un numero finito di tali mondi con una corrispondente incertezza statistica: al quadro sperimentale più accurato attribuiamo il ruolo di migliore approssimazione del mondo “reale”. Questa procedura la chiamiamo scienza (creazione dell’episteme dinamico). Le possibili applicazioni della conoscenza così ottenuta costituiscono la procedura secondaria che chiamiamo tecnica. Il conseguente sviluppo tecnologico è il motore del progresso umano. Per l’Universo nel suo complesso, l’incompletezza del linguaggio e la ricerca dei fondamenti sono un problema risolto. Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere.
Giuseppe Pucacco
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