“AGORA’ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI – FISCHIETTO O VAR?

di STEFANO CERVARELLI

E come non potevo non parlare degli arbitri?

Intendendo per questi non solo e  non più la figura di quel signore (una volta rigorosamente vestito di nero) che con il fischietto in bocca corre per il campo quanto e forse più dei giocatori, sopportando insulti e “proclami” di linciaggio o viceversa, coperto (poche volte) da fragorosi applausi, a seconda della decisione presa.

No, oggi quando si parla di arbitraggio non ci si riferisce più a una sola persona ma a tutto l’apparato, la schiera di persone e occhi elettronici che circonda l’arbitro principale supportandolo,  almeno dovrebbero, rendendogli la vita più facile, quando invece più volte si è constatato che questo non avviene.

Parlo dunque dell’arbitro ma anche dei guardalinee, del quarto uomo ed infine parlo del Var ideato e realizzato per “immortalare” la realtà dei fatti, rendere giustizia alla verità dell’azione, ma che sta rischiando seriamente di divenire un macchinoso sistema decisionale lontano da quanto ci si proponeva. Senza poi parlare dei costi: basti pensare che in ogni turno di campionato ci sono quantità di persone impegnate nella sala Var, sedute davanti agli schermi per analizzare ogni fase del gioco, costi dell’apparato elettronico a parte.

Parlare del problema arbitrale lo impongono i recenti casi nei quali non si è capito bene, tra i tanti (arbitro, segnalinee, Var), chi fosse ad arbitrare veramente e quindi amministrare la giustizia in campo.

Certo, da sempre si sono alzate tempeste nei confronti del sistema arbitrale (dire arbitro ormai, avrete capito, è superato) ma proprio la frequenza con la quale ultimamente queste tempeste si sono formate sta creando situazioni che possono arrivare a sfiorare la regolarità delle partite e quindi dell’intero campionato, perché tante e diverse le interpretazioni adottate in vari casi.  

In poche parole quello che lascia perplessi è la circostanza che alla fine di ogni decisione fa emergere un giudizio differente, conseguenza del fatto che non viene adoperato lo stesso comportamento, lo stesso metro di valutazione, la stessa prassi.

Una tempesta, quindi, che investendo la classe arbitrale e considerando i grandi interessi che girano intorno a questo sport, va oltre il calcio.

Quindi, quello che doveva essere il tanto sospirato “occhio elettronico” – invocato dai lontani tempi di Aldo Biscardi – che consente di cambiare una decisione presa in campo oppure pronto ad indicare all’arbitro episodi a lui sfuggiti, ha indotto la classe arbitrale a ritenere di essere vicini alla perfezione.

Credere cioè che potesse esistere una verità assoluta, oggettivamente inconfutabile perché raggiungibile dalle tante telecamere che riprendono ogni azione, e di questa ogni particolare, in realtà è percezione. Immaginate, quindi, quante “realtà” possono esistere proprio perché la scena è ripresa da occhi differenti e da differenti punti, in una confusa, veloce azione specialmente all’interno dell’area di rigore.

Cosa intendo dire? Quando due corpi, in carne ed ossa – e non figure sui monitor viste durante i corsi di aggiornamento – si scontrano, per esempio quello del portiere in uscita e quello dell’attaccante in corsa, come si fa a determinare chi dei due abbia colpito l’altro ed eventualmente per primo?

Ancora: poniamo che un piede colpisca il pallone contemporaneamente al piede dell’avversario,  come si fa a stabilire anche qui, nella simultaneità dell’azione, se esistono i presupposti del fallo? E contro chi?

Il Var che doveva essere d’aiuto all’arbitro proprio in queste o altre situazioni si è rivelato insufficiente a scoprire la verità, tanto che dopo aver visionato più immagini rimanda l’arbitro a vedere l’azione in campo sul monitor. Quindi a  decidere, alla fine, sarà l’occhio umano.

La confusione e le relative proteste, intorno all’uso sbagliato del Var, non si limitano a queste circostanze.

Ci sono altri problemi che elenco schematicamente, a vantaggio di chi ha poca dimestichezza con l’attuale “organizzazione” arbitrale.

Perché il Var a volte interviene e a volte no? Perché in alcuni casi il Var è perentorio, individuando le eventuali responsabilità dei giocatori, agendo da vero e proprio arbitro, superando addirittura quello in campo e a volte no?

E poi ancora: il Var con i suoi occhi elettronici, può liberamente intervenire sulle decisioni dell’arbitro principale. Però, attenzione, non può farlo se l’irregolarità viene segnalata dal guardalinee, sulla cui decisione non può neanche intervenire l’arbitro principale.

E’ il caso di Napoli-Inter dove, il segnalinee ha rilevato un rigore inesistente a favore del Napoli, senza che né Var né arbitro potessero interferire con la sua decisione.

Per tornare al discorso del Var, ormai è acclarato che la tanto vantata certezza dell’individuazione della irregolarità, promessa dalla tecnologia, è rimasta incertezza, e soprattutto soggetta sempre all’interpretazione dell’essere umano, sia che si trovi in campo, sia che si trovi dietro quattro schermi. 

Ecco quindi che si ripropone il discorso sulla percezione e a questo proposito può essere applicato al calcio il “principio d’indeterminazione” di Heisenberg che tra l’altro dice: “Le leggi naturali non conducono a una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo… è piuttosto rimesso al gioco del caso”. Da qui la conclusione avanzata poc’anzi: la certezza promessa dalla tecnologia, rimane incertezza!

A rendere più difficile il lavoro dell’arbitro c’è poi il quarto uomo, il quale può segnalare al collega qualunque cosa a questi sia sfuggito, per prime le intemperanze sulle panchine.

Certo più occhi ci sono meglio è, ma la domanda rimane: chi arbitra?

L’unica certezza è che l’occhio elettronico o il fischietto riguardo alla decisione presa scontenterà mezz’Italia.

Tutto come prima dunque: no perché la “certezza” del Var ha portato nel calcio fenomeni propri del nostro sistema giudiziario.

Il primo è la cosiddetta “presunzione di colpevolezza” in virtù della quale si pretende a tutti i costi una verità”, bisogna trovare l’irregolarità anche dove, in apparenza, non c’è, dove nessuno in campo l’ha rilevata.

In pratica il discorso è questo: “Tu, occhio elettronico, non puoi sbagliare, da te pretendo che mi trovi l’irregolarità dell’azione che ti ha portato a sovrapporti all’arbitro”.

Il secondo fenomeno, e termino, consiste nel fuggire dalle responsabilità. Un male, questo, che vediamo prosperare in ogni settore del vivere sociale. Per rimanere al calcio, devo dire che questa tendenza è arrivata al punto che il selezionatore degli arbitri ne ha fatto cenno invitando, pubblicamente gli arbitri a “Non cedere alla tentazione di fischiare, alzare la bandierina e ad aspettare invece che l’azione finisca”.

Così facendo si lascia la scelta finale alla tecnologia, senza quindi correre il rischio unamo, forse troppo umano, di sbagliare.

Ma non è che dovremo rimpiangere le bordate di fischi, le offese, regina delle quali era “arbitro cornuto”? Perché questo ha avuto il coraggio di fischiare ciò che ha visto?

Il calcio era bello e ci coinvolgeva anche per le dispute accanite che sorgevano intorno a questi episodi.

Una cosa però è certa: era un calcio più umano e meno, molto meno noioso.

STEFANO CERVARELLI