DOSSIER BENI COMUNI, 112. ANNI D’INTENSO LAVORO… CON SCELTE RAGIONEVOLI – 1
a cura di FRANCESCO CORRENTI ♦
I mezzi d’informazione, in particolare la televisione e la stampa su carta o in rete, ci forniscono quotidianamente notizie che sono, da diverso tempo, come si dice familiarmente, una peggio dell’altra.
Guerre, stermini, morti di innocenti, assassini e con termine recente femminicidi, scritti come capita, nel disordine del susseguirsi senza tregua. E ancora, assalti a pullman con uccisione a sassate dell’autista di gruppi di ultrà della squadra avversaria e poi, nel nostro piccolo mondo, anche lì i comportamenti incredibili, inattesi, incomprensibili, che si verificano come esplosioni improvvise, irragionevoli, proprio come l’esplosione dell’altra notte, di una vera e proprie bomba per intimorire un giornalista che ammiriamo per il suo lavoro, il coraggio e l’onestà, Sigfrido Ranucci, con la sua redazione di Report.
Ecco, questa difficoltà di svolgere il proprio lavoro in condizioni normali, senza interferenze eccessive (e per il momento senza risvolti troppo preoccupanti), è una novità che mi lascia perplesso e mi chiedo, veramente, come siamo arrivati fin qui? Proprio con le persone che ritenevo più vicine per tanti rapporti famigliari e culturali!
Tra le tante notizie lette da qualche parte, in questa serie di flash che appaiono e scompaiono a scorrere i notiziari – termine forse desueto – sul cellulare, uno mi ha colpito: un articolo di Antonio Baldinu su “TRC giornale” che parla del piano di valorizzazione approvato in Giunta per la zona Italcementi, articolo illustrato da una veduta – un rendering, si dice, cioè una prospettiva che sembra una foto di cosa fatta, come le facevamo anche noi già nel secolo scorso – che dice tanto e dice niente. Si vedono edifici moderni con pilastri e terrazze di varie altezze e un paio di torri, cioè di edifici più alti, con facciate a lamelle (resort di lusso?), con una vegetazione lussureggiante che spunta dappertutto (ci vorranno apposite squadre del verde e poi, incrociamo le dita, visti i problemi attuali), che rispondono esattamente ai canoni del buon disegno per avere un impatto estetico significativo e creare un aspetto visivo gradevolmente “ultramoderno”, ovunque ci si trovi e senza che di quello che c’è dentro e di come è fatto si abbia ancora un’idea precisa. Un genere di immagine, per capirci, simile alla «Gaza di Trump». Per dare il senso di qualcosa fatto soprattutto per stupire, una volta si diceva épater les bourgeois… ed a me… ritorna in mente la mia Relación verdadera di introduzione all’edizione anastatica di ottobre 2015 della Historia del Regno di Voxu del Giapone di Scipione Amati (1615) fatta per il 400° anniversario dell’arrivo a Civitavecchia di Hasekura e degli altri componenti della Missione Keichô, dove scrivevo:
Jean-Baptiste Labat, come sappiamo, ha affibbiato a Civitavecchia il nome proprium quarto modo di Processionopolis. Ma per il perdurare di alcune convinzioni leggendarie, in ricorrenti fasi temporali, potremmo anche definirla, con indulgente affetto, Mitopoli, «città dei miti». Dal mito delle cento insenature al mito di Apollodoro, dal mito di Leandro a quello di Michelangelo e ai tanti successivi, si passa poi – necessariamente – alla fase della distruzione d’un mito per crearne un altro e poi si ricomincia. Non è però con l’intenzione di adeguarmi a questo impulso di smitizzazione che ho espresso la mia perplessità sui possibili retroscena e sulle motivazioni della Missione Keichô. Vero è che alcuni documenti predisposti da Sotelo – che tuttavia pagherà con la vita ed il martirio le sue convinzioni sulla propria missione – sembrano creati su situazioni inesistenti o molto amplificate, le credenziali che vanta sono al limite (e poi, purtroppo, diverranno effettivamente) un millantato credito. Si direbbe, a voler usare un gioco di parole, che l’incredibile sequenza di eventi e di spettacoli sia stata ideata per épater le bourgeois, dove naturalmente, al di là del gioco, ad essere épatés non sono davvero né il papa Paolo V, Camillo Borghese, né il cardinal nipote Scipione Caffarelli-Borghese.
Leggo e sento in una intervista che «la cittadinanza avrà modo di vedere i progetti in maniera più dettagliata quando saranno approvati in Consiglio», per cui mi sembra opportuno sospendere l’analisi e attendere quel momento. Ma intanto cerco di farmi un’idea più precisa e leggo ancora: «Una porzione strategica del centro urbano di Civitavecchia si prepara a cambiare volto. L’ex area Italcementi, 170.000 metri quadri di territorio dismesso a ridosso della stazione ferroviaria, sarà teatro di un intervento di rigenerazione urbana tra i più rilevanti mai realizzati in città. Il progetto, avviato ufficialmente con una recente delibera di Giunta e in attesa dell’approvazione definitiva da parte del Consiglio comunale, punta a trasformare un vuoto industriale in un nuovo polo urbano integrato e funzionale. L’area è entrata nel patrimonio comunale a seguito dell’accordo tra il Comune, il Ministero delle Infrastrutture e l’Autorità di Sistema Portuale, che ha ridefinito anche i confini della vicina zona di Fiumaretta, passata all’AdSP». Pur senza anticipare impressioni prima di avere una conoscenza completa dei fatti, mi sembra di cogliere una sostanziale diversità di metodo tra le nuove elaborazioni e il modo di affrontare il processo progettuale di un settore urbano che avevamo quaranta o quarantacinque anni fa. Che vi sia stata una evoluzione, è logico. La volontà dichiarata di oggi è quella di «trasformare il volto della città puntando su una visione contemporanea dell’urbanistica, capace di valorizzare il patrimonio pubblico e costruire futuro». Ma queste sono esattamente le parole che avrebbero… anzi, che hanno pronunciato i sindaci di quegli anni (Vincenzo Ciro Iovine, Fabrizio Barbaranelli) per descrivere i criteri e gli obiettivi della nostra attività di programmazione e pianificazione. Le ritrovate sui giornali e nelle relazioni di quel periodo. A parole, frasi, affermazioni simili o identiche, non mi sembra corrispondano metodi e procedure assimilabili.
Ripenso a quella parte del centro urbano che fu oggetto di tanti studi e dibattiti, ai tempi dei piani elaborati dal mio ufficio con Mario Ghio e la sua equipe (Ettore Pellegrini, Francesco Garofalo, Francesco Ghio, Roberto Mililli, M. Federica Ottone) per i Settori Est e Nord della città. Impostati, dopo un primo approccio grafico conoscitivo dei luoghi e delle preesistenze, nella commissione urbanistica e in quella edilizia, presentati al pubblico, ai cittadini ed ai professionisti in pubblici dibattiti con mostre di chiarimento e sollecitazione di suggerimenti, ed infine pubblicati sui “Quaderni OC”. Li avrà più visti qualcuno? C’erano cose interessanti. Ampi spazi destinati a verde e ad attrezzature di servizio alla città, compreso un grande palazzo dello sport con molti altri impianti ed un ampio campus scolastico. E piccoli centri culturali sparsi, compreso un piccolo edificio per biblioteca che riprendeva “a copia e incolla” ma a scala ridotta, una celebre realizzazione di Le Corbusier, il Carpenter Center for the Visual Arts (Cambridge Massachusetts, USA, 1959-62), quale omaggio e “citazione colta” (roba da architetti, ovvio!).
Ma leggo che qui si parla di “vuoto industriale” e di “rigenerazione urbana”. Con la riapparizione di un termine che non dovrebbe mai più apparire in progetti di sistemazione di aree urbanizzate con preesistenze edilizie di vario tipo: la «demolizione». Un termine che non si sentiva da qualche tempo, passata, conclusa convintamente, l’epoca del «piccone demolitore e risanatore» del regime fascista e dei suoi ultimi epigoni del dopoguerra. Mi rivedo, con tutto il mio gruppo, camminare per le vie di quello che si può chiamare – sul modello romano ormai datato – il «quartiere africano» di Civitavecchia, per progettare il recupero (oggi è sede del Centro di Solidarietà “Il Ponte”) della Caserma “gen. Federico Menabrea”, struttura divenuta dal dopoguerra ormai fatiscente, derivata dalla Polveriera nuova, costruita dagli ingegneri pontifici Federico Giorgi e Francesco Navone nel 1843-47, in quella ubicazione lontana dall’abitato, dettata da motivi di sicurezza dopo che un fulmine aveva fatto saltare il deposito nel Forte, con gravi danni e vari feriti. Sempre in quei tempi lontani, i nostri sopralluoghi urbanistici comprendevano il complesso parrocchiale di San Pio X, degli anni Cinquanta, formato da varie costruzioni perfettamente funzionali alle diverse esigenze, come anche la chiesa, dalle linee semplici all’esterno e all’interno, «opera dell’ingegner Luciano Grosso, dovuta al munifico dono del canonico Simeone Duca alla Diocesi», come ci informa monsignor Italo Benignetti, nella sua Storia della Chiesa in Civitavecchia, edita a maggio del 1979. Ne era parroco il dinamico don Giorgio Picu, venuto avventurosamente dalla Romania già da molti anni, che aveva acconsentito a fare realizzare lì sopra una postazione all’Associazione Astrofili dei Monti della Tolfa per le loro osservazioni telescopiche. Chiamarla “osservatorio astronomico” sarebbe esagerato, ma essendo il luogo isolato e lontano dalle luci della città, quella postazione ha assolto il suo compito egregiamente.
(1 – continua alla prossima puntata)
FRANCESCO CORRENTI


L’osservatorio astronomico di don Giorgio Picu! Che bel ricordo, di Giorgio era mio collega al Galilei e ho frequentato quel pezzetto di finestra sullo Spazio. Bei ricordi. Maria Zeno
"Mi piace""Mi piace"
Ho partecipato in qualche misura alla definizione del progetto Italcementi insieme a Marziale e Varlese, investiti per questa partecipazione dal sindaco anche se mai ufficializzata la nostra posizione. Abbiamo fatto cambiare molte cose ma abbiamo espresso i nostri pareri a voce perché non eravamo investiti di nessuna progettazione. Il risultato? Credo che vada al passo con i tempi e con le diverse esigenze che sono nate in una città che ha il secondo porto crocieristico più grande d’Europa. L’aver concentrato tutti gli uffici comunali in una torre lo ritengo un fatto positivo sia come comodità di fruizione sia dal punto di vista percettivo; i molti parcheggi serviranno alla zona Ztl che coinvolgerà il centro cittadino; abbiamo salvato solo un manufatto tra quelli esistenti e i due edifici su via terme di traiano saranno dedicate alla residenza. Nelle nostre intenzioni una parte dovrebbe essere destinata ai giovani e agli anziani in convenzione. L’albergo nasce da una esigenza reale in questa città che ha trasformato tutte le abitazioni affittabili in B&B. Aspettiamo la presentazione ufficiale; cosa diversa è invece il metodo e i soggetti che fanno da intermediari sulle quali si potrebbero dire tante cose
"Mi piace""Mi piace"
Non entro nel merito tecnico dell’ampio articolo di Francesco,perché non ho le competenze necessarie, però ancora una volta resto affascinata dalla passione, nutrita da una capacità visionaria di immaginare il futuro e di sognarlo e dalla scrittura, arguta, elegante, “sciolta”. Maria Zeno
"Mi piace""Mi piace"
Pingback: DOSSIER BENI COMUNI, 112. ANNI D’INTENSO LAVORO… CON SCELTE RAGIONEVOLI – 2 | SpazioLiberoBlog
Pingback: DOSSIER BENI COMUNI, 114. DESAPARECIDOS? | SpazioLiberoBlog