2040. La sorpresa. Un racconto futurista riproposto.

di FRANCESCO CORRENTI

La sorpresa che mi hanno fatto oggi i miei nipoti Federico e Livia è veramente bella, perché ne comprende tante, un susseguirsi di cose inaspettate, direi quasi incredibili e tutte molto piacevoli. Hanno voluto venirmi a prendere con la nuova auto – una Qfwfg – di Livia, che ha preso la patente qualche giorno fa, e mi hanno portato verso Civitavecchia, dove non andavo da qualche tempo. Queste auto ad energia lunare in infusione fredda sono straordinarie, confortevoli al massimo, naturalmente silenziosissime. Il fatto che viaggino sollevate di circa un metro dalla superficie stradale e che si guidino col pensiero, programmando il percorso e regolando secondo le circostanze velocità ed eventuali variazioni, mi fa impazzire! Se ripenso a quei nostri veicoli del secolo scorso, la “Balilla” dei miei, la “Topolino” di zia Dina, la “IM3” di quando ero studente, o ancora a quelli degli anni Dieci, poco più d’una ventina d’anni fa, le varie “Toyota” ibride e pseudoelettriche, non credo ai miei occhi!

La prima cosa piacevole di cui mi sono accorto nel viaggio è stata quella di vedere, al casello di Torrimpietra, che non c’era più il casello, nel senso che mancano le porte, dato che l’autostrada adesso è libera, aperta, senza pedaggi. Altrettanto, quindi, ho visto al casello d’uscita, quello di Civitavecchia Sud, come si diceva allora. Usciti da lì, l’altra bella sorpresa è stata quella di scorgere subito, dall’alto della rampa, la Torre del Marangone completamente isolata, perfettamente restaurata, imbandierata, sullo sfondo del mare, proprio come l’avevo prevista nella Variante 24 al Piano regolatore.

Dire che mi sono un po’ emozionato quando Livia ha imboccato una bella superstrada affiancata da alberature, tutti alberi di mori gelsi, secondo il consiglio dato da Antigono Frangipani nel 1761 («e così le donne potranno anche industriarsi con i vermi da seta», diceva lui), oltre che da piste ciclabili a destra e a sinistra, ed ho letto sul cartello segnaletico che quella era la Variante Aurelia, è dire poco. Vedere poi sulla sinistra quelli che ricordavo come i quartieri di Boccella e di San Gordiano, con edifici multicolori non proprio entusiasmanti e villette sparse di grande modestia ed apprezzare ora un insieme gradevolissimo di belle architetture dai materiali pregevoli e dai colori armonici, immerse nel verde, tra giardini curatissimi, e con il livello pedonale completamente distinto da quello veicolare, tutto interrato, ha aggiunto emozione ad emozione. Oddio, ammetto che l’architettura di queste case è un po’ strana per me, forse l’avrei definita “avveniristica”, così poco materica, essenziale, quasi trasparente… ma Federico mi ha fatto notare che si trattava di una raffinata interpretazione in chiave ultramoderna, estesa a tutto quel comprensorio, dello straordinario progetto di Renato Amaturo del 1989, rimasto allora sulla carta (lucida)!

Scendendo leggermente verso il fosso di Scarpatosta, noto che la valle è anch’essa molto verde, ma le spalle sono interamente coltivate a formare un unico grande orto, di verdure di ogni genere, con riquadri delimitati da piantagioni d’alberi da frutta e, ovunque, recinzioni con siepi e grandi macchie di alloro, pardon, di “lauro”.

Poi vedo la chiesa di San Giuseppe, completata come da progetto, anzi, esattamente riportata al suo aspetto originario del nostro progetto del 1978, con il campanile alto e lineare sulla destra, a delimitare la lunga rampa d’ingresso della Via Crucis, con la grande croce che si staglia sul fondo prospettico insieme agli altri simboli oggi di rito, e la sale per le attività di condivisione interreligiosa. Al riguardo, mi dice Livia che è stato commovente il messaggio di Papa Abramo (Ibrāhīm per i fratelli musulmani) all’indomani della sua ultima visita qui, il mese scorso, nella ricorrenza di marzo che qui chiamano, pare, il “Giorno di Beethoven”.

Perfetto lo stato di manutenzione del Parco della Cooperazione e delle Foibe, con l’Uliveto in piena fioritura, il famoso pilastro cilindrico spiraliforme senza manifesti, gli spogliatoi ed i campi sportivi – senza un pelo fuori posto – animati dalle tute e dalle magliette variopinte degli atleti e di intere scolaresche sulla pista e sulle gradonate del bellissimo anfiteatro, affiancato dal pergolato su pilastri coperto dalla spettacolare esplosione di colori sgargianti delle brattee delle Buganville, che qui presentano una sofisticata sequenza di rosa, fucsia, magenta, lampone e viola.

Perfette, tutte nuovissime, davvero belle e con balconi magnificamente fioriti (quelli dell’Alto Adige/Südtirol sembrano pallide imitazioni, al confronto) le case lungo la Mediana e, dopo, abbiamo lasciato a destra una grande piazza con ampia rotatoria di collegamento tra Viale Togliatti e Viale Nenni, al centro della quale (ma è proprio una fissa locale!) è posto un gigantesco gruppo scultoreo con tre statue, in cui riconosco la posa e la fisionomia dei grandi urbanisti e miei maestri, Luigi Piccinato, Renato Amaturo e Nico Di Cagno, sorridenti, in una posa, a dire la verità, un poco enfatica, con le braccia e le mani a palme aperte, ad indicare (“Et voilà!”) i quattro punti cardinali e i quattro settori urbani della città, il Quarto di Levante, il Quarto di Ponente, il Quarto di Mezzogiorno e il Quarto di Tramontana.

Ed ecco, mi vien da dire, commovente, il Parco della Resistenza, l’antica Villa Antonelli, con il suo Viale degli Ex Internati che ora, alle due estremità, è dotato d’una targa in marmo bianco integra e linda, con tanto di stemmino civico a colori, che porta anche la dicitura «Aurelia nova» in bei caratteri lapidari ed i cui cento pilasti hanno visto ripristinata la loro funzione originaria di elegante e simbolico schieramento di pretoriani della Coorte imperiale, allineati ai lati della nuova circonvallazione traianea. Come facevano fin dal Settecento, sorreggono i pali del pergolato, simili alle «pila» cioè alle lance del loro armamento, coperti dai pampini dai rami di viti rigogliose da cui pendono grandi grappoli, intervallati da piante di glicine e da altre di Buganville, come all’Uliveto. Mi conforta, pensando ai tanti che devono percorrere il viale tra Via Achille Montanucci e Viale Palmiro Togliatti, la semplicissima copertura trasparente, praticamente invisibile, una volta a botte a tutto sesto continua per tutta la lunghezza del viale, costituita da elementi modulari connessi tra loro da piccole piastre di raccordo di titanio ceramizzato in biossido di zirconio. Non solo protegge dalla pioggia, ma quando il sole è forte e la temperatura si innalza, filtra e riduce la luce fino a schermarla del tutto, creando una piacevole ombra su tutta la quasi bimillenaria passeggiata

Mi fa un immenso piacere vedere, più oltre, dei segnali stradali che indicano, sul colore marrone di fondo, i pittogrammi del Museo e del Monumento/Sito storico, del CDU (!!!), il “Centro di documentazione urbanistica sull’assetto del territorio e la storia urbana”, con accanto, tra parentesi, le parole «URBAN CENTER» (!!!!) e con il segno dei siti UNESCO Patrimonio dell’Umanità, per elencare le attrazioni culturali che – mi assicura Livia –  rappresentano la parte più richiesta del pacchetto turistico offerto dalle ormai affollatissime crociere specialistiche, suddiviso in “Patrimonio di San Pietro in Tuscia” e “Territorio degli Etruschi”, a seconda degli interessi particolari del viaggiatore. Le prenotazioni più in voga sono per la visita al “Portone OC”, al “Laboratorio internazionale di studi urbanistici”, alla “Collezione delle vedute e delle ricostruzioni”, alla “Planoteca e la plasticoteca” ed al “Caveau dei DOC” (Documenti Originali Cartacei), in cui è conservato in speciali contenitori climatizzati l’intero archivio storico riguardante la storia urbanistica della città, con manoscritti e dattiloscritti, disegni su carta lucida, atti amministrativi, delibere. Il pacchetto comprende soggiorni di studio personalizzati su temi circoscritti, con esercitazioni e partecipazioni a campi scuola che danno la possibilità di vivere esperienze emozionanti. Tra le tematiche più popolari, il corso di IV livello “Lice-O”, della durata di sei mesi, in cui il turista viene immerso completamente nel clima della richiesta di una “licenza edilizia ad ostacoli” negli anni Cinquanta del XX secolo, tenta di avere indicazioni e moduli, partecipa (senza voto) alle sedute della Commissione Edilizia, viene arrestato e interrogato, subisce perquisizioni anche corporali e sequestri, avendo come tutor attori di fama che interpretano via via un sostituto, un maresciallo dei carabinieri, un assessore e un usciere del Comune. Al termine dei sei mesi, non ottiene nulla, non gli viene restituito il bagaglio e viene abbandonato senza denaro e senza indumenti all’estremità dell’antemurale.

Ma il piacere maggiore mi è dato dalla notizia, che entrambi i nipoti si affrettano a darmi, parlandosi uno sull’altra, a gara, tutto d’un fiato, che il Parco pubblico, adesso, si è ampliato a tutto quello che era il perimetro originario di PRG, prima dell’accoglimento dell’osservazione che aveva consentito di realizzare quel gruppo di edifici, solo quattro corpi di fabbrica ma ben quattordici corpi scala di otto piani. Così che ora la superficie totale del Parco è passata dai 2,33 ettari di prima a più di 3,67 ettari, con una serie di attrezzature per le varie fasce di età, un ridimensionamento della parte per gli animali domestici da compagnia (con varie specializzazioni) ed un orto botanico con arboreto per le scuole, dove sono state reimpiantate le coltivazioni sette-ottocentesche, grazie a ricerche fitogenetiche e ricognizioni dei reperti radicali nel sottosuolo. Questo studio ha permesso, inoltre, di rintracciare e rimettere in luce alcuni resti archeologici pertinenti ad un sepolcro del II sec. d.C., mentre diversi frammenti di decorazione architettonica in terracotta, mescolati a pietre e detriti in un’area di accumulo degli spietramenti agricoli, sono indizio della presenza nei paraggi di un piccolo tempio molto più antico, forse addirittura di epoca etrusca.

Ma il racconto dei nipoti prosegue, mentre Livia imprime alla Qfwfg un lieve moto ascensionale per permettermi di spingere lo sguardo su tutta l’area a verde. Vedo così che è stato ripristinato anche il “Chiosco”, di nuovo direttamente accessibile dal Viale Togliatti: si chiama «Kiosque mozarabe des Huîtres et des Champagnes» ed ha posteriormente un «Patio de los Leones» assai elegante, con le sue fontane ricche di vasche, canalette, zampilli, cascatelle in lunghi allineamenti gorgoglianti. Si direbbe una sequenza ispirata, in versione ultramoderna, a quella di Villa Lante a Bagnaia, che segue il pendio della collinetta ripristinata e arricchita da un piccolo belvedere in cima, con comodi sedili, dove giunge un sentiero avvolgente, che scavalca le cascatelle su un ponticello in legno. Questo, è poggiato sui blocchi di scaglia provenienti dalla Porta Romana di Pio V Ghisleri. Una bella “lapide sonora” didattica spiega a chi siede lassù che il luogo ricorda quello che si trovava appunto all’interno della Porta Romana ed era detto il “Monte delle Ciarle”, dandone una spiegazione suggestiva, supponendo che lì si svolgessero le sedute del famoso “Ottimo Consiglio”. E ricorda, soprattutto ai bambini, che come il Parco, neppure la vita è tutta in piano, ma ci sono delle salite – spesso faticose – come pure delle discese, più facili ma da stare attenti anche lì. Le bordure delle aiuole sono realizzate con bonsai di ciliegi, permanentemente fioriti, che vengono chiamati “I love Sugawara-san” e ce n’è dappertutto, ma in particolare, come mi mostra poco dopo Fede, caratterizzano le aiuole del Pincio, dove arriviamo dalla “Porta del Torii”, il passaggio con il grande portale shintoista che riproduce quello del tempio di Shiogama-jinja, costruito dal “nostro” daimyō Date Masamune nel 1607, qualche anno prima della Missione Keichô condotta da Hasekura Tsunenaga. Perfetto il volume ottagonale dall’Aula consiliare, con le pareti libere da rampicanti e le finestre con i riquadri azzurri illuminati dall’interno, esattamente com’erano alla vigilia dell’inaugurazione, il 1° giugno 1997, anche con la scritta spray su una parete laterale, poche lettere e sgorbi senza senso, che pensai fatta fare proprio dall’amministrazione, ad evitare altre frasi davvero ingiuriose. E così il resto del complesso comunale, con la bella piazza civica e, appunto, il giardino giapponese, con le statue, sedute in pose molto naturali, alcuni con la pipa, qualcuno che accende la sigaretta ad un altro, tutti i sindaci che sono saliti al governo cittadino, in cordiale sequenza suggestiva e pacifica. Al centro, la campana civica della Rocca, alta sul fastigio a quattro gambe a volute in ferro battuto, ripreso da quello posto in cima alla Torre del cardinale Amico Agnifilo.

Ed è proprio qui che è avvenuto il miracolo. O se volete, i miracoli. Quando tutte le statue sparse per la città, quelle che avevano sembianze umane ma non solo, improvvisamente hanno mutato espressione e sui loro volti in origine impassibili sono apparse, inspiegabilmente, le inequivocabili manifestazioni del riso, dell’allegria, della felicità. Le statue, tutte le statue, ovunque, di ogni tipo, hanno riso. Quegli occhi di marmo o di bronzo, quelle bocche, quelle gote, si sono mossi, piegati, inarcati, ristretti o allargati, dischiusi o assottigliati, arricciati o distesi, con rughette perioculari, solchi naso-genieni, pieghe naso-labiali, frontali e gabellari, lateroboccali e periorali, facendo assumere a quei visi un tempo imperturbabili, forse austeri o inespressivi, un aspetto ilare e gioviale, spensierato e ottimista. Pure la terribile (d’artigianato dozzinale e tuttavia diffusissima ovunque) immagine del santo frate, atteggiata insensatamente ad un momento d’ira così lontana dalla santità e dalla bontà del personaggio, ha mutato i lineamenti in una espressione serena, serafica, serotoninica.

Anche il cosiddetto “monumento al Carabiniere” o forse piuttosto “trofeo-fregio dell’Arma” (con qualche incertezza sulla prevalenza o meno di uno dei due termini in relazione alle ascendenze macedoni o etoliche ed al carattere paratattico, votivo, parodistico o para-qualcos’altro dell’armamentario simbolico), non avendo visi in sé né fuori di sé, ha trasmutato il grande elemento simbolico della “Granata infiammata” in una rappresentazione molto simile allo Stregatto di Walt Disney derivante dal Gatto del Cheshire di Lewis Carrol, facendo apparire sul disco circolare la famosa dentatura smagliante del mici-diale sorriso. Gli unici rimasti impassibili, nella loro immobilità cementizia e nella pungente acutezza dei rigidi becchi, gli uccellacci preistorici della fontana a Piazza della Pace.

È stato così che gli edifici abnormi dell’isolato sul porto hanno iniziato un processo di sgretolamento. Io che sono nato un lustro prima dei piani di ricostruzione, ho lavorato intensamente con i piani di recupero ed ero ormai in pensione al tempo di quelli di rigenerazione, trovo molto positivo che i miei nipoti abbiano a che fare con i piani di resurrezione, perché così le cose sono molto più semplici. Mi dice Fede che, in sede legislativa, c’è stato un approfondito dibattito sul nome da dare al nuovo strumento urbanistico – tra rinascita, redenzione, palingenesi e trasfigurazione la scelta era molto complessa, con risvolti ideologici profondi. Poi, il meccanismo automatico dell’operazione ha risolto ogni dubbio, dato che in effetti era improprio anche parlare di piani. Era un fatto, un evento e basta.

Va detto, a questo punto, che tutti i palazzoni del Corso, l’antica Prima Strada, e gran parte di quelli della “ricostruzione” del centro storico erano stati, da molti anni, abbandonati, perché le strutture portanti, costruite nel dopoguerra in modo affrettato, erano ormai pericolanti. Una persona, di cui i soliti bene informati dicono di conoscere perfettamente l’identità, ha acquistato tutto quel coacervo di cubature, naturalmente per poche migliaia di “Earthi” (dimenticavo, è la nuova moneta universale) dato lo stato precario di quelle volumetrie. È vero che poi, a seconda della collocazione di quei “bene informati”, il personaggio indicato è diverso: uno o l’altro di due ex qualcosa o forse una combine di entrambi, oppure un altro personaggio ancora, uno molto “mobile” quanto a posizione, o ancora “una” (una donna!), pure questa ex varie cose, che forse era la più motivata…

La leggenda, comunque, vuole che tutto sia cominciato quando, dal piccolo locale della “Macchina del Tempo”, si è iniziato a propagare una specie di “contagio” edilizio, per cui le murature, gli ambienti, il tessuto urbano subivano una vera e propria transustanziazione. Tutto ciò che era aggiunta moderna, intrusione di materia recente, superfetazione, sostituzione, si dissolveva, si disfaceva, mutando consistenza e forma. In breve, i quattro, cinque, anche sei piani in più realizzati in deroga, con le loro strutture in cemento armato e laterizi, i solai, le travi, i pilastri e i plinti di fondazione poggiati tra mosaici severiani ed opus traianei, divenivano come di vetro, trasparenti, e poi sembravano liquefarsi, assumere una consistenza impalpabile, aerea, e sparivano. Mentre riprendevano forma e materia le cose precedenti, tutto quanto era stato demolito e prima ancora distrutto dalle esplosioni.

A questo punto, sbalordito, con una faccia che lasciava trasparire tutta la mia meraviglia, ho guardato Livia e Federico ed ho esclamato: «Ma Civitavecchia non è più Civitavecchia! è cambiata completamente, è pazzesco!»


E quelli, ancora all’unisono: «Infatti, Nonno, non si chiama più così… non si chiama più Civitavecchia! E ancora non hai visto niente… la “Statua del Bracio”, il Forte San Michele, il Molo del Lazzaretto con il Fortino e tutti i Granai di papa Benedetto…»

«Non ci posso credere!»

«Vedi, Nonno Francesco, ci rendiamo perfettamente conto di quanta curiosità tu possa avere sulle cose che riguardano un luogo che, per lunghissimo tempo, è stato veramente molto importante per te, per il tuo lavoro e per la tua vita, con forti condizionamenti per tutta la famiglia, grandi soddisfazioni e violente delusioni, di cui poi non ti sei più assolutamente occupato perché ti sei trasferito altrove. Adesso però, non possiamo parlare di tutto, vedere tutto e colmare un vuoto di anni e anni in pochi minuti.»

«Ma voi, come avete fatto a sapere tutte queste cose?»

«Nonno, adesso tu puoi capire che con quel mezzo che ai tuoi tempi si chiamava Internet, rete, web, oggi a connessione telepatica, noi in pochi secondi possiamo scoprire tutto. Certo, qui nella “tua Civitavecchia” ci si viene raramente, anzi si può dire che da quando… non ci siamo quasi più capitati, anche perché, sai come i tuoi figli, cioè i nostri genitori, la pensino su quella che era questa città alcuni decenni addietro, ma comunque… e poi, effettivamente, ci faceva molto piacere sorprenderti, perché sappiamo che lì dove sei, di queste cose non arriva quasi nulla. Allora cominciamo con il nome della città. È successo che il problema sia stato affrontato in un approfondito dibattito tra tutti gli studiosi, le associazioni culturali, le scuole, i cittadini, e nei consigli comunali… consigli, al plurale, perché ce n’è più di uno adesso, sai, come ogni pianeta del sistema solare ha una propria assemblea, il proprio parlamento, in questo vi è molta partecipazione e nello stesso tempo separatezza, ognun per sé e tutti per tutti. Intanto, non esistono più gli stati nazionali come erano vent’anni fa. Ogni entità di base può aderire ad un gruppo, attraverso le elezioni interplanetarie, ogni dieci anni, esprimendo un voto sulla propria scheda mentale. E si può tranquillamente far parte di una qualsiasi entità “politica”. Attualmente, qui, hanno aderito alla République Française, la Septième République, una scelta plebiscitaria, praticamente unanime, presa con il 96% dei consensi, dopo che la nuova Constitution del 2035 ha stabilito che possano ottenere la revenu de base universel des citoyens, un reddito triplo rispetto a quelli degli altri stati (parliamo d’una cifra di ben 1.000 Earthi al mese!), tutti gli abitanti di località che in una qualsiasi epoca abbiano fatto parte di quello Stato nelle sue varie forme, dalla Gallia al Regnum Francorum, il regno franco, fino alle più vicine nel tempo, le Royaume de France, la République Française, le Premier Empire e le Second… Tutto questo, grazie alla grande scoperta del ’35, ossia degli immensi giacimenti di esprit champenois negli strati profondi sotto le caves dei dipartimenti della Marne, de l’Aube, de l’Aisne, della Haute Marne e della Seine-et-Marne, dove nei secoli si era verificato quell’incredibile fenomeno di trasformazione del sottosuolo costituito da deposito cretoso con la presenza della “craie”, una crosta gessosa ricca di fossili marini, formata appunto dall’accumulo dei gusci di varie specie, la Belemnita quadrata, progenitore di seppie, polpi e calamari, il Micraster, antenato di ricci e stelle marine, l’Ammonite dentata, all’origine del Nautilus. Si è poi scoperto del tutto casualmente che quei depositi, come è noto, esposti au claire de la lune, divenivano quella sostanza che generava energia lunare in infusione fredda, propellente ecologico e universale per qualunque veicolo. L’immediata statalizzazione del monopolio del prodotto ha portato al crollo dell’economia dell’Arabia Saudita, della Russia, degli Stati Uniti e degli altri paesi del petrolio, con il balzo della Francia a unico detentore della “sciampina”. Con tutto quel che ne è seguito. Quindi la lingua ufficiale, adesso, qui è il francese, che, comunque, rimane sempre affiancato nella parlata popolare dall’antico dialetto “civitavecchiese”.»

«Continuate a sbalordirmi, ragazzi, ma il nome, qual è il nuovo nome di Civitavecchia? Me lo volete dire, santa pace!»

Mi risponde Federico: «Il dibattito sul nome è stato molto aspro. Si sono sentite le cose più strane! Chi voleva Cittanuova, chi Portus Traiani o Traianopoli, Apollodorville, qualcuno ha pure proposto Abeille, Processionopoli, Cittadincanto, Novataurina, Vedettaimperiale, Ferminia… E quindi alla fine si è ritenuto che fosse opportuno ritornare al nome antico originario ma naturalmente accogliendo il suggerimento di un tuo scritto in cui avevi detto che più il nome è breve, come Rho Roma Paris London Berlin Moscow e più la città si impone nell’opinione pubblica e nella storia. Quindi, dal fatidico Centumcellae, anche lasciando stare e non confondendo con Cencelle, si è arrivati per forza di cose al nome prescelto, che è stato “Cencèl”, finalmente un nome proprio, un nome vero, un nome storico, sempre quello, il nome del cuore, il più amato da secoli, ritoccato in chiave moderna!».

«In genere – prosegue Livia – comunemente, è letto «Cencé» con l’accento sulla e, ma nel francese del linguaggio colto, quello del Pincio, per intenderci, risulta “Sansèl”, identico al gallico Sans sel che significa “senza sale”. Per alcuni – ci sono sempre i soliti scontenti – è un significato indisponente, quasi una reminiscenza delle denigrazioni stendhaliane. In effetti, le interpretazioni sono contrastanti: per i detrattori (ce ne sono nei paesi dei dintorni), è un luogo senza sale, anonimo, insulso, insapore, insipido, sciocco, sciapo, scipito… ma per la posizione istituzionale, il concetto definisce un posto amabile, tranquillo, senza aspetti negativi e sgradevoli, in altre parole, una città che non ha aspetti salati, dove nessuno, indigeno o straniero, deve provare, come accadde al povero Alighieri, come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale

Metto da parte le nuove informazioni e prego i nipoti di togliermi un’altra delle mie curiosità: che fine hanno fatto i dipinti di Palazzo Manzi, quelli a casa di Tarcisio De Paolis: le nuove tecniche d’indagine hanno risolto il mistero? Sono stati trovati nuovi documenti d’archivio che abbiano consentito di squarciare definitivamente il dilemma atroce tra Raffaello Santi e Giuseppe Errante, i dubbi sull’intervento di Ugo da Carpi, pittore e xilografo che nel 1516 chiese al senato della Serenissima Repubblica di Venezia protezione per il suo ritrovato “di fare colle stampe di legno carte che paion fatte col pennello” (praticamente fu l’inventore della carta da parati, anzi da pareti) e Ugo da Santa Marinella, architetto che negli anni finali del secolo XX produceva molti disegni su carta lucida con una tecnica automatica. Proprio quest’ultimo diede origine ad un ulteriore enigma, quello chiamato dagli studiosi “l’arcano del doppio Ugo”, perché nei pochissimi resti documentali e frammenti cartacei leggibili recuperati nella poltiglia accumulatasi sul pavimento dell’archivio di deposito del Comune, ripetutamente sommerso per fenomeni di acqua alta (che però con la Serenissima non avevano proprio nulla a che fare), si sono rintracciati alcuni grafici dai quali s’è dedotto che quel professionista firmasse a volte con un secondo nome o per meglio dire cognome e a volte con un altro, completamente diverso, o addirittura, contemporaneamente con entrambi, originando la bizzarra ed incredibile «leggenda dei due Ughi»!

È di nuovo Federico a parlare:

«Mi chiedi dei dipinti a casa di Tarcisio? Nonno, devi dire “i dipinti di Tarcisio”… proprio “di Tarcisio”! perché questa è la grande scoperta del 2038, recentissima e clamorosa! che quei dipinti li aveva fatti, magistralmente, proprio il proprietario della casa, Tarcisio De Paolis appena l’aveva comprata, e dico magistralmente, perché quelle tempere erano state realizzate proprio così, prendendo cioè spunto, attraverso varie incisioni e fotografie dei dipinti di Raffaello nella “Stanza di Eliodoro” in Vaticano, ma poi dipingendoli in modo che sembrassero dei dipinti massacrati dal passaggio di tubature, da scrostature, da lacune per caduta della pellicola pittorica ed insomma da tutto quello che poi è sembrato che fosse accaduto per accidenti, per la non conoscenza delle raffigurazioni nascoste, per una maledizione che aveva in buona parte reso illeggibile la “prova generale” di un capolavoro… Mentre era invece un autentico capolavoro di maestria, di bravura artistica e tecnica, perché non era altro che il risultato d’un lunghissimo ciclo di lezioni tenuto da Tarcisio – bada che adesso, nei volumi delle sue biografie (li trovi pure al bookshop del Louvre sulla Luna), è chiamato Tarcisius de’ Paulis (si pronuncia “Tarsisiù Depolì(s)”, quasi come “de police”) –  per quello che allora si chiamava Nucleo Tutela Patrimonio Artistico, per dimostrare come le opere d’arte possono essere rovinate da tutte le varie cause di degrado. Nessuno aveva capito a Civitavecchia, naturalmente, ma Tarcisio, che aveva già lasciato altre opere magistrali a Nepi e in altri luoghi della Tuscia, era docente proprio per il Nucleo, che svolgeva il Corso in Conservazione e Restauro di Beni Pittorici. La guida TCC, è molto chiara. Da ammirare, ad esempio, la scena della Messa di Bolsena, che riprende, in scala ridotta e con alcune varianti di colore e di forme l’analoga parete vaticana. Qui, l’artista ha praticato un’ampia apertura in cui ha inserito una porta in mogano arricchita da cornicette e da una specchiatura sagomata in vetro stampato che imita perfettamente i modelli in uso nelle normali case di civile abitazione. Attraverso questo accorgimento, Tarcisius ha brillantemente rappresentato la distruzione della parte in basso a destra dell’affresco raffaellesco, eliminando i cinque sediari inginocchiati e la sedia gestatoria, non più opportuni, dopo la decisione di Giovanni Paolo II di abolire l’uso di quel “mezzo di trasporto”, preferendogli la “papamobile”. Nella parete successiva, quella della riproposizione dell’affresco con l’Incontro di Leone I con Attila, nella tempera tarcisiana sono simulate abilmente varie problematiche conservative in relazione al degrado fisico degli strati preparatori e al degrado antropico correlato ad interventi di ancoraggio e passaggio di tubazioni e di cavi. L’inserimento di finti elementi dell’impianto elettrico, imitati alla perfezione, si accompagnano a vaste lacune della pittura e varie omissioni rispetto al dipinto originale, come le aureole degli Apostoli, per fingere la copia attraverso riproduzioni imprecise. Diversi personaggi risultano somigliantissimi ritratti di un capitano e di vari marescialli ed appuntati della Stazione dei Carabinieri nel periodo del dipinto, e forse nel pontefice si deve identificare un personaggio di altissimo livello, forse un qualche generale dell’Arma di quegli anni, mentre nel viso di Attila e di diversi guerrieri unni sono stati riconosciuti alcuni personaggi assicurati alla giustizia (e con sentenze passate in giudicato) in azioni di repressione della criminalità cui ha partecipato il Maestro (abilissimo negli inseguimenti, al volante della sua gazzella), dei quali tuttavia non ci sono pervenuti i nomi.»

La lettura della descrizione così rigorosa e precisa dell’opera pittorica realizzata con finalità didattiche specialistiche negli anni Settanta e primi Ottanta del XX secolo, qual era riportata nella guida, mi lascia davvero impressionato. Se l’avessi letta vent’anni fa, nell’ottica di allora, l’avrei definita impietosa, ma apprendendo l’effettiva origine dell’inter-vento pittorico e venendo a conoscere, dai miei solerti e affettuosissimi nipoti, che da quella realtà era scaturito uno straordinario risultato, ho dovuto compiacermi di cuore per la positività di certe buone pratiche quando vengono condotte con intelligenza e fermezza.

«Nonno caro, sappiamo che tu ti eri occupato di queste pitture per dovere d’ufficio ed anche, in seguito, con spirito di amicizia. Avevi tentato di mettere in moto la macchina amministrativa, con l’adesione d’un energico Commissario straordinario e con alcune iniziative di studio e di diffusione conoscitiva. Avevi sostenuto che si trattava, indipendentemente da qualunque altro aspetto (epoca, autore, stato di conservazione), di un bene molto importante, perché parte di un più ampio patrimonio artistico e pittorico in particolare, che apparteneva alla Città ma era quasi ignorato. Prima ti abbiamo raccontato quale volano di sviluppo, addirittura di “resurrezione”, siano state alcune belle iniziative di valorizzazione della memoria collettiva. Iniziative che sarebbero sembrate assurde solo pochi anni prima (e infatti, lo furono proprio, esplicitamente, con forte miopia. Ebbene, devi sapere che proprio da quelle iniziative, si potrebbe quasi dire “per contagio” – ricordando quel terribile periodo della pandemia di quando eravamo piccoli, anzi Livia piccolissima – si sono verificati dei mutamenti di mentalità e di comportamenti insperabili fino ad allora. Oggi, l’intero Palazzo Manzi, restaurato come tutta la piazza e l’intero centro storico, è divenuto il centro propulsore degli studi sul fenomeno pittorico nella Tuscia, dalla preistoria alla meravigliosa epoca etrusca con le pitture vascolari, quelle su lastre fittili e gli affreschi sepolcrali, all’arte medievale e così via, dalle ville rinascimentali alle chiese del Sei e Settecento, per giungere alle opere ottocentesche ed agli eccezionali cicli pittorici del Novecento, fino a notevolissimi e pregevolissimi esempi di Street Art, in cui si è anche attivata la più che benemerita, antichissima Fondazione Ca.Ri.Civ, oggi – significativamente – Ca.Ri.C’è. Vi ha sede una delle più prestigiose scuole di pittura e di restauro, a livello effettivamente interplanetario, che ha consentito anche di avviare iniziative di ricerca e di conservazione veramente esemplari in tutta questa regione, ormai meta di un turismo tanto diffuso quanto colto.»

«Ragazzi miei, le vostre parole mi hanno davvero riconfortato! Devo ammettere che qualche preoccupazione o, forse, pregiudizio, quando siamo partiti, io lo avevo. Una evoluzione positiva come quella che mi avete mostrato, non la immaginavo proprio e ne sono felice. Ma adesso, passiamo ad un altro argomento. Ricordo che un problema che aveva creato malcontento e un certo dissapore tra Comune, Soprintendenza, ristoratori e altre categorie era quello dei “dehors”. Dato che la parola è francese, come del resto lo erano i manufatti a cui la nostra normativa si ispirava (per colpa mia), attraverso i regolamenti torinesi, vi chiedo, visto che sapete tutto, la questione è stata risolta?»

«Naturalmente! E nella maniera più semplice e più lineare, Nonno caro! Stammi a sentire: “Article unique: couvrir toutes les rues du centre-ville historique de Cencel”. Capito, Nonno? Come nel 1856, una disposizione secca e senza equivoci. Allora: “Construire la nouvelle enceinte de Civita-vecchia”; adesso: “Coprire tutte le strade del centro storico di Cencel”. E il problema è stato risolto alla radice! Dehors? No, assolutamente no! pas du tout, absolument: qualunque copertura, ogni riparo, tettoia, tenda, ombrellone, sarebbe del tutto inutile, superfluo! Adesso, sono coperte, completamente coperte, le strade: non ci piove, non c’è troppo sole, non fa caldo e non fa freddo.

Le coperture stradali, praticamente invisibili, realizzate come quella che abbiamo visto al Parco della Resistenza, hanno lasciato intatto lo skyline zenitale delle antiche strade, richiamando quell’immagine delle forre del nostro paesaggio che era stata una delle icone interpretative, nel 1978, della mostra “Roma interrotta. Dodici interventi sulla Pianta di Roma del Nolli” del 1748. E gli eleganti spazi con le sistemazioni di sedute, tavolini e fioriere, piccole vasche con giochi d’acqua e tante opere d’arte, realizzati in materiali durevoli, disposti armonicamente e con gusto unitario, associati spesso alle belle opere murali di Street-Art di cui abbiamo parlato ed a divertentissimi trompe-l’oeil, sono veri e propri arredi urbani che integrano i servizi pubblici con piacevoli aree di sosta, di riposo, di incontro e di conversazione. Connessi a locali di ristoro di altissima qualità gastronomica, a bar, bistrot, storiche osterie, chalet altrettanto storici, enoteche, con tutta una gamma di esercizi specializzati per ogni tipo di dolce, di cibo e di bevanda, di cioccolato e di frutto di mare, questi luoghi sono tutti arricchiti, anche, da spazi di lettura e di scambio culturale, sedi di circoli e club, aree per mostre, per spettacoli estemporanei o di gioco per le varie età, con iniziative continue di arricchimento intellettuale, di informazione e di partecipazione attiva e di socializzazione per i cittadini e i turisti.

È stato qui, a questo altro punto del mio sbalordimento, che non ho più retto, travolto dalla gratificante enormità di quel che avevo visto ed appreso e dalla consapevolezza di quello che potevo aspettarmi. Allora, mettendo una mano sulla spalla ad ognuno dei miei nipoti, fermi davanti a me, sorridenti, giovani e belli (davvero, senza alcuna esagerazione, come tutte le nuove generazioni), ho sussurrato: «Vi prego, basta così!»

«Mi avete dimostrato – ho proseguito – che qui si è concretizzato il migliore dei mondi possibili. Che quelle magnifiche sorti e progressive, su cui ha tanto ironizzato lo scetticismo della mia epoca di miscredenti “adulti e vaccinati” (eccome! e quante volte!), si sono realizzate davvero e proprio nel luogo dove meno avrei potuto credere! Intuisco che lo si deve a tante persone a me care, e ad alcune in particolare, e questo accresce sinceramente la mia soddisfazione. Ma è troppo! So già che continuando la visita vedrei un magnifico Arsenale al suo posto, fatto dei materiali giusti, non di plastica (già, un materiale che non esiste più!). E so che il Campanile di San Giulio/Sant’Egidio è lassù, con la mansio templare rimessa in luce, come il grandioso Santuario termale di Aquae Tauri e le terme moderne, efficienti, affollate, ma quasi invisibili nel paesaggio con la loro architettura funzionale, molto dignitosa, sobria e discreta, immersa nel verde dell’agro lì intorno.

«Immagino facilmente che giù al Viale, vedrei quel monumento che mi avete anticipato: la grande Statua der Bracio. Ho capito al volo – sono ancora in gamba, ragazzi! – il senso di quel nome dialettale e scommetto che la mia idea di svuotare per qualche tempo la Darsena ed esplorarne scientificamente il fondo ha portato a scoperte entusiasmanti. Mi sembra di risentire le parole di Enzo Annovazzi: “E nelle sue parti interne fu appunto tirato fuori quel braccio di bronzo, superbo di mole e disegno, che porge un’allegra speranza di poter rinvenire il resto del colosso, che per altri frammenti di tridente e di parti di delfino, attributi di Nettuno, fa credere, che possa rappresentare questa divinità”. Nipoti carissimi, grazie!»

«Grazie a te, Nonno, ti vogliamo bene. Ora andiamo, ti riportiamo là. Ma alla prossima!»

FRANCESCO CORRENTI